Tornano gli scatti nostalgici

by azione azione
11 Febbraio 2026

Qualche anno fa, prima di partire per un viaggio, avevo elaborato un mio piccolo rituale: scattarmi una fototessera in una di quelle cabine automatiche che si trovavano allora in ogni stazione della metropolitana milanese. Ritraevo così la mia «faccia da viaggio», seria ma non triste, come raccomandano i bravi fotografi. Ho sempre trovato banali quelle foto di turisti eternamente sorridenti (Cheese!), quando sappiamo bene che andare per il mondo implica anche fatiche e fastidi. Inoltre queste macchinette erano utilizzate soprattutto per i documenti e, com’è noto, nella foto del passaporto non è consigliabile sorridere: di solito è richiesta invece un’espressione neutra, con occhi aperti e bocca chiusa. La ragione? In molti valichi di frontiera o aeroporti il riconoscimento è affidato a macchine e queste si basano sulla misura dei tratti del viso; sorridere altera le proporzioni della faccia e rappresenta una sfida per le nuove tecnologie. Peraltro, quando i passaporti si diffusero universalmente dopo la Prima guerra mondiale, questo divieto non esisteva e nei vecchi documenti si vedono persone nelle più strane pose, mentre fumano, leggono il giornale o suonano uno strumento musicale.

Ma torniamo alle nostre cabine. Nel primo dopoguerra la nuova domanda di fotografie per il passaporto fu abilmente sfruttata da un immigrato russo a New York, in fuga dalla rivoluzione bolscevica. Anatol Josepho – così si chiamava – inventò una cabina interamente automatica che in pochi minuti, in cambio di una moneta, provvedeva a scatto, sviluppo, asciugatura e consegna delle foto.

Nel 1925, dopo aver brevettato l’idea, creò la società Photomaton Inc. per lo sfruttamento commerciale. E l’anno seguente, un secolo fa, aprì la prima postazione a Broadway, Manhattan. Grazie al nuovo apparecchio, per soli 25 centesimi si otteneva una striscia di otto fotografie. Di colpo il ritratto fotografico, sino ad allora assai costoso, era alla portata di tutti. Il pubblico comprese e apprezzò immediatamente questa rivoluzione e lunghissime file si formarono davanti alle prime cabine.

Nel marzo 1927 Josepho vendette la sua società per 1 milione di dollari a un gruppo di investitori e naturalmente questa notizia si tradusse in ulteriore pubblicità, accelerando la diffusione dei Photo Booth, come vennero presto chiamati colloquialmente. La nuova invenzione era al tempo stesso utile e divertente; oltre che per i documenti, sin dai primi anni queste foto furono utilizzate come ricordo, prova d’amore, scherzo tra amici, rito adolescenziale. La serie di foto permetteva anche un racconto in sequenza: per esempio prima resto serio, poi rido, poi mi avvicino. Dietro la tendina puoi provare facce, seduzioni, maschere; il risultato è pubblico, ma nasce in uno spazio intimo e personale.

Nel secondo dopoguerra, solo negli Stati Uniti, si contavano decine di migliaia di cabine. Negli anni Sessanta il famoso artista pop Andy Warhol si appassionò a queste macchine, che incarnavano la sua idea di modernità (riproducibile, seriale, democratica). Warhol realizzò diverse strisce di autoritratti in cabina, quasi una premonizione del selfie, una è esposta al Metropolitan Museum of Art di New York. E con un Photo Booth a Times Square realizzò anche ritratti su commissione. Nel decennio successivo invece preferì utilizzare un’altra novità, la Polaroid, una macchina fotografica a sviluppo istantaneo, senza bisogno di laboratorio o camera oscura. Ogni foto era unica, si poteva vedere subito se era venuta bene, correggere, riprovare, soprattutto condividere con i soggetti ritratti.

Nel passaggio al nostro millennio le cabine si estinguono, o quanto meno diventano digitali. Ultimamente però i Photo Booth vintage stanno tornando di moda e sono già stati reintrodotti a New York, naturalmente, nonché a Londra e Barcellona. Molte celebrità si sono scattate foto poi condivise sui social in formato digitale e anche gli adolescenti amano questa immersione nella storia della fotografia. Davanti alle cabine sono tornate le code, anche con proposte di matrimonio, eventi eccetera. Si combinano gioco, nostalgia, scoperta. D’altronde, come recita un proverbio inglese, tutto ciò che è stato dimenticato torna a sembrarci nuovo.