Murales, sculture e arte pubblica durante una passeggiata a piedi che porta dalla periferia operaia ai distretti creativi della capitale norvegese
Girare alla ricerca dell’arte urbana è una specie di divertente caccia al tesoro, ti costringe a guardare la città con uno sguardo diverso spingendoti a diventare una sorta di strano detective. A Oslo è bello perdersi su strade laterali e nascoste, vagare cercando di orizzontarsi zigzagando nella città della neve.
Da Majorstuen arriviamo in metropolitana a Toyen, che era il quartiere dei lavoratori, vicino all’orto botanico con la flora alpina più importante d’Europa. Nel rione popolare alcuni murali stanno sulle facciate degli edifici che si trovano vicino a un plesso scolastico, quello molto colorato in Sørligata 46 copre completamente gli esterni di un palazzo raffigurante tre bambini – uno europeo, uno africano e una bambina asiatica – che tengono in mano i modellini degli edifici dei loro Paesi di provenienza. «La mia casa è la tua casa» è un’opera del 2017, disegnata da un artista russo dell’iperrealismo sociale, Rustam Qbic; ha un effetto di rispecchiamento con il vociare allegro dei bambini che stanno giocando nel cortile adiacente, anche loro di etnie diverse, molti dei quali africani.
Sì, perché a Oslo la popolazione straniera è ormai il 37%. Invece, seminascosto su un angolo del giardino, il murale dei due bambini innamorati in stile Bansky, forse un’opera non firmata dell’artista britannico o realizzata da un abile imitatore.
Addentrandosi per le vie del quartiere dalle larghe strade costeggiate da vecchi palazzi di fine Ottocento con decorazioni di motivi vichinghi, vie silenziose, spesso solitarie, scorgo altri murali tra i quali un omaggio esplicito a Edvard Munch, il pittore de L’urlo, di Steffen Kverneland, che è anche l’autore di un fumetto sul pittore scandinavo di cui proprio qui si trovava originariamente il museo con tutte le opere, ora trasferito nel nuovo e avveniristico edificio che si trova dietro la stazione centrale e vicino al teatro dell’opera progettato da Renzo Piano. Nel palazzo accanto, di fronte a un parco giochi, c’è invece il suggestivo astronauta nero dell’artista sudanese Fadlabi (Il limite del cielo, 2016).
Il Toyen park
In questa zona si trova anche il Toyen park; è una delle caratteristiche di Oslo dove la natura di un bosco, di una zona verde, convive armoniosamente con l’architettura delle case e l’unico rumore costante è lo sferragliare dei tram celesti sulle rotaie, qualche suono di clacson delle auto a trazione elettrica, poco altro.
Pochi passi a piedi, o una solo fermata della metropolitana, e siamo già a Grønland, l’affollato e vitalistico quartiere multietnico dove un abitante su due è straniero, con i suoi ristoranti indiani, turchi, e i mercati di frutta all’aperto, dove respiri odori di spezie passeggiando per le vie, scorgi le vetrine delle macellerie marocchine, quelle dei barbieri pakistani. A volte, mentre stai cercando un’opera muraria vagando per un quartiere, all’improvviso te ne appare un’altra, seminascosta in una via laterale, all’imbocco di una strada oppure sul muro di un palazzo di una via che non avresti attraversato mai, come il volto di donna indiana che compare di fronte a noi entrando al ristorante Punjab Tandoori.
Oslo si rivela a chi osa zigzagare tra le vie laterali e i quartieri popolari: qui la street art dialoga con il vociare dei cortili e le culture che si intrecciano
Al confine tra i due quartieri Toyen e Grønland, in Norbygata 1, c’è uno dei murali più belli di Oslo, è dell’artista polacca Zofia Jakubiec, costumista e designer d’abbigliamento. È permesso sognare? è il titolo: raffigura una bambina e la sua immaginazione fantastica, soprattutto legata al mondo animale.
Per arrivare a Grünerløkka, il quartiere underground degli artisti, dei negozi di tendenza e del mercato alimentare di Mathallen nel complesso di Vulkan, si può proseguire a piedi o continuare con il tram numero 15 e scendere in Olaf Ryes plass. In un isolato vicino, sempre sulla facciata di un edificio, c’è un’opera murale di un artista di origini brasiliane che vive a Oslo da molti anni, Leandro Cassiano.
L’artista Leandro Cassiano
Ci siamo dati appuntamento proprio lì, e ci ha raccontato davanti alla facciata che ritrae una famiglia durante un picnic – la sua opera che ricorda le pubblicità americane degli anni Cinquanta – che è attratto dall’arte murale perché affonda le sue radici nell’affresco della pittura italiana: «Ma il clima invernale di Oslo non permette di utilizzare i colori per l’affresco», sostiene, allora lui usa del silicato, quello che chiama «vetro liquido», il quale può resistere al gelo e alle basse temperature scandinave. «Mi interessa l’aspetto realistico delle figure, messe in risalto dall’uso del chiaroscuro che dà un aspetto tridimensionale; quindi, non tutti i dettagli emergono come nell’iperrealismo – spiega – alcune parti sono semplicemente colorate, altre invece sono più dettagliate in modo che si veda la forma umana del corpo».
Questo perché la pittura murale, deve interagire con lo spazio intorno, «le persone che guardano sono moltissime rispetto a quelle che osservano un’opera dentro un museo, dove c’è una comunicazione più intima; quindi, c’è un interagire sia con il contesto che anche con il pubblico che guarda da diverse distanze».
Sempre a Grünerløkka, nascosti tra i palazzi che costeggiano la lunghissima Thorvald Meyers gate si trovano altre opere murali come Senza titolo dell’artista italiana Alice Pasquini, street artist di fama internazionale nota anche come Alicé, che esplora soprattutto il mondo femminile, come in questo affresco contemporaneo che si trova nell’edificio di una scuola materna e ritrae i volti sorridenti e complici di una madre e di una figlia.
Continuando a piedi sulla Thorvald Meyers gate si arriva a Sagene, nella vecchia zona industriale di Oslo e dove scorre l’Akerselva che divide in due la città norvegese. Qui si incontrano i bizzarri murales di Zed 1 nome d’arte di Marco Buressi, e il bellissimo L’ultimo mohicano del polacco Przemyslawk Blejzy (Sainer), che mescola realismo e fiaba, ma anche le forme geometriche tridimensionali molto colorate del russo Wais.
Arte scultorea
A Oslo, però, l’arte all’aperto non è solo murale, le sculture si possono trovare nei giardini intorno al Palazzo Reale, al parco boschivo Ekebergparken dove lungo i sentieri si incrociano opere di Botero, Salvator Dalì, Dan Graham, Sarah Lucas, Damien Hirst e Roni Horn. Mentre nel quartiere Marjostuen, dove è cominciato il nostro giro, si trova il fascinoso Vigeland Park.
Tra i murales, la fantasia animale di Zofia Jakubiec e i picnic anni Cinquanta di Leandro Cassiano
Ci si arriva con il tram numero 15 ed è uno spazio verde di 320 ettari con 212 sculture in bronzo, granito e ferro battuto, scolpite da Gustav Vigeland tra il 1924 e il 1943. Superato il grande cancello con figure stilizzate, proseguendo lungo il viale e raggiungendo il ponte ci si imbatte nelle opere in bronzo sul ciclo della vita nelle sue stagioni ed età, 22 uomini, donne e bambini colti nei momenti emozionali e corporali più forti, che ne esaltano ogni forma di intima affettività e relazione.
Passato il ponte ci si trova di fronte alla fontana, e poi si sale nella parte più alta del parco dove su una struttura di gradini a pianta ottagonale sono collocati 36 gruppi scultorei in granito, sopra i quali svetta verso il cielo la Livshjulet, la ruota della vita, o anche detto il monolite: una colonna composta da un unico blocco alta 14 metri con 121 corpi avvinghiati uno all’altro, che simboleggia forse la lotta per la sopravvivenza, oppure l’avvicinarsi al divino e all’eterno. Per scolpirla lavorarono a ritmo continuo per 14 anni tre tagliapietre sotto il controllo diretto dell’artista.
Ma la scultura più amata e nota del parco è Sinnataggen (Piccola testa calda), quella raffigurante il bambino che mentre piange rabbioso pesta i piedi, diventato ormai il simbolo della città di Oslo.







