Le fragilità della Cina, la fabbrica del mondo

by azione azione
11 Febbraio 2026

L’ex ambasciatore elvetico Bernardino Regazzoni ci spiega punti di forza e ombre di un Paese che non conosciamo

Dalla competizione con gli Stati Uniti alla partita su Taiwan, passando dal suo modo di «osservare» le crisi globali, Pechino mantiene una posizione che spesso sorprende. Cerchiamo di capirla meglio insieme a Bernardino Regazzoni, già ambasciatore svizzero in Sri Lanka, Indonesia, Italia, Francia e Cina. Autore – insieme a Tito Tettamanti e Alfonso Tuor – del libro di recente pubblicazione La mia Cina (Dadò editore). Partiamo dalla scelta di mantenere un profilo poco esposto in contesti di crisi come il Medio Oriente o l’America Latina, che coinvolgono anche alcuni suoi partner strategici.

Pechino ama ripetere di non fare diplomazia «con il megafono». In realtà alterna due registri, spiega l’analista: assertività e fermezza se si tratta di difendere quelli che considera i suoi «interessi vitali» (Taiwan e il Mar cinese meridionale); un profilo più misurato o «silenzioso» quando le crisi riguardano aree del mondo più lontane. «La Cina, a differenza degli Stati Uniti, non ha ancora una proiezione militare globale», dice Regazzoni. «Non dispone infatti di una rete di basi all’estero; solo di un punto operativo nel Corno d’Africa (Gibuti) e alcune strutture logistiche o accordi portuali in altre zone. Al di fuori dei suoi “interessi vitali”, privilegia l’influenza economica e diplomatica rispetto alla forza tout court».

Pechino alterna due registri

Se consideriamo il Medio Oriente: salvo la mediazione tra Arabia Saudita e Iran nel 2023, il Dragone non ha lasciato grandi tracce nella gestione delle crisi regionali, afferma il nostro interlocutore. «Pechino è importante per l’Iran: è la prima destinazione del suo petrolio. Ma Teheran rimane un fornitore sostituibile per la Cina». Per quel che riguarda il Sud America: «Il Venezuela è stato a lungo una testa di ponte per Pechino, sia politico sia energetico, ma del suo petrolio – pesante e di bassa qualità – può farne a meno. La cattura di Maduro, e il futuro incerto del regime, rappresentano comunque un contraccolpo per la Cina, che negli anni ha investito molto nel Paese». Se si guarda però alla penetrazione del Dragone nel Continente, il dossier davvero strategico è un altro, sottolinea Regazzoni: il porto di Chancay, in Perù, costruito e gestito dalla compagnia cinese Cosco con diritti esclusivi. È questa infrastruttura, più che Caracas, a rappresentare oggi il vero snodo della proiezione commerciale di Pechino nella regione.

Un altro elemento da considerare – osserva l’intervistato – è che una maggiore proiezione militare esterna esporrebbe la Cina al rischio di instabilità: essa richiede infatti un consenso e un controllo forti, per garantire la continuità del regime. «Il fronte interno è cruciale in qualsiasi conflitto, ma lo è ancora di più per un sistema autoritario come quello cinese, che non dispone degli ammortizzatori tipici delle democrazie. In queste ultime si possono perdere le elezioni; in Cina è in gioco la sopravvivenza stessa del partito al potere. Per questo gli “azzardi” sono rari». Ora qualche parola sui rapporti con Stati Uniti e Russia. «La Cina, come tutte le grandi potenze, si concepisce come il centro del mondo. Porta bene il suo nome “Zhōngguó” che non significa tanto “Paese di mezzo” ma più che altro “Paese centrale”. La Russia è di fatto un suo junior partner: resta tecnologicamente dipendente da Pechino e inferiore sul piano economico. Nonostante la formula lanciata nel 2022 (“amicizia senza limiti”), non si tratta di una stretta amicizia, piuttosto di una convergenza di interessi contingente: entrambe le potenze vogliono controbilanciare l’influenza degli Usa, il loro rivale numero uno. Per la Cina Mosca è un affare vantaggioso: un partner indebolito, bisognoso di sostegno e quindi dipendente».

Sviluppo interno di lungo respiro

Quali sono le vere priorità di Pechino in questo momento? «La Cina – chiarisce Regazzoni – punta soprattutto a uno sviluppo interno di lungo respiro: intende costruire in un paio di decenni una società moderna, socialista, prospera, forte, armoniosa, “democratica” e avanzata dal punto di vista culturale. Sono sei aggettivi ripetuti dal regime, che insiste sulla narrazione di un Oriente in ascesa e di un Occidente in declino». Alcuni importanti traguardi sono stati raggiunti – è leader globale per l’auto elettrica, l’energia solare, i cantieri navali – mentre altri restano da conquistare: pensiamo alle sfide nel settore dell’aeronautica e della produzione di microchip. «Il nodo centrale, però, è un altro: pur puntando alla messa in sicurezza delle proprie catene di valorizzazione, la Cina ha un modello economico che la obbliga a esportare (il 37% dei prodotti manufatturieri mondiali sono fabbricati lì). Produce molto più di quanto il mercato interno possa assorbire e finisce così per dipendere dall’esterno». Quindi – come ha detto Macron nel suo viaggio in Asia – è necessario che il Dragone non «uccida» i suoi clienti: ci vuole qualcuno che acquisti le sue merci e, per comprare, deve riuscire a produrre a sua volta ricchezza.

L’Europa, in questo senso, ha qualche carta da giocare. «È infatti uno sbocco commerciale importante per la Cina», precisa l’esperto. «Con l’export verso gli Usa in calo del 20%, molte merci si sono riversate nel Sud Est asiatico e appunto in Europa. La Germania ne è l’esempio più evidente, travolta dall’arrivo di prodotti made in China». Pechino sostiene inoltre l’autonomia strategica europea rispetto agli Stati Uniti e guarda con favore all’allontanamento tra Europa e America durante l’era Trump.

La questione dei dazi

Dal punto di vista strategico, continua Regazzoni, la priorità assoluta di Pechino è il «ringiovanimento nazionale», che passa anche per Taiwan. Ma questa ambizione difficilmente si concilia con il nuovo ordine mondiale e la strategia statunitense. Al di là dell’imprevedibilità del presidente americano, un punto resta chiaro: il Mar cinese meridionale e il Pacifico rimangono pilastri della proiezione strategica degli Stati Uniti. Non si può non parlare di dazi. «Dal punto di vista commerciale – sostiene l’analista – la Cina dispone di una leva significativa: quella delle terre rare, usata come contrappeso ai balzelli americani. Questo è stato ribadito a Trump nell’ottobre 2025, durante l’incontro con Xi Jinping in Corea del Sud. Per il momento gli Usa sembrano aver colto il messaggio ma la partita rimane aperta».

Qual è l’aspetto più frainteso in Occidente del Paese del Dragone? «Conosciamo davvero poco della Cina, anche a livello accademico», afferma Regazzoni. «Le immagini che abbiamo sono spesso quelle che Pechino stessa diffonde oppure sono proiezioni delle nostre aspettative e frustrazioni: se il mondo va male e gli Stati Uniti non ci convincono, allora “la Cina ha vinto”. In realtà il quadro è più sfumato. Il Paese del Dragone mostra punti di forza notevoli, soprattutto in alcuni settori tecnologici. È quasi riuscito a sconfiggere la povertà, ha provveduto a digitalizzare la società (con i suoi pro e contro, come la possibilità di controllo), ha espanso le infrastrutture, ha dato forte impulso allo sviluppo delle energie rinnovabili. Però non bisogna dimenticare le tante fragilità strutturali del sistema: deflazione persistente, crisi immobiliare, declino demografico, disoccupazione giovanile. Un elemento spesso sottovalutato è la centralità assoluta del Partito comunista cinese, che non è semplicemente dentro lo Stato, ma si pone al di sopra di esso come centro decisionale e organizzativo. Insomma, si tratta di un Paese complesso e affascinante che non smette di interrogarci».