Unə Hamletə sempre più fluidə

by Claudia
11 Febbraio 2026

Opera retablO trasforma il classico shakespeariano in un dialogo tra maschile e femminile

Da anni Opera retablO, il nome del collettivo di produzione artistica e teatrale all’interno del quale lavorano, progettano, immaginano e creano scrittori, registi e attori come Ledwina Costantini, Daniele Bernardi, Andrea Bianchetti e altri, propone una ricerca teatrale riconoscibile per estetica, orizzonti e qualità del lavoro, portando ad alti livelli la produzione artistica locale e dimostrando che il nostro territorio può e sa raccontarsi, anche da un punto di vista drammaturgico.

Non fa eccezione anche l’ultimo appuntamento, Hamletə – Rosa o non rosa, che ha debuttato al Sociale di Bellinzona sabato 31 gennaio di fronte a un pubblico abbastanza folto.

A prima vista potrebbe apparire un’operazione peregrina accostare l’Amleto con i suoi dubbi e il suo universo tutto interiore e psichico alle istanze femministe – abbiamo sempre la presunzione di credere che le tematiche e le battaglie siano tutte novecentesche e post-novecentesche, ma le cose non stanno sempre e per forza così; basta leggere un saggio ben documentato e convincente come Calibano e la Strega di Silvia Federici per accorgersi che la coscienza femminista ha attraversato i secoli, con diverse forme di protesta spesso punite ferocemente e vigliaccamente attraverso persecuzioni come quelle verso le cosiddette streghe.

Amleto, quindi, come viene detto apertis verbis dopo la prima metà dello spettacolo, si ribellava a un potere maschile egotico e basato sulla sopraffazione e sulla violenza, cui opponeva il pensiero e la riflessione. Da questo punto di vista la sua traiettoria potrebbe essere accostata a una sezione del movimento femminista e queer, quella che più che cercare di sostituire gli attori di un mondo costruito sulle affermazioni personali, sui giochi di potere e sulle gerarchie, mira a creare un’alternativa meno violenta, ma più solida, più coerente, maggiormente sostenibile.

Questo materiale teatrale viene messo in scena, al solito, con piglio straniante da Ledwina Costantini, che ne firma la regia e che si propone in scena con grande forza e presenza, con un giubbotto di muscoli che la raddoppia e caratteri spiccatamente androgini – mentre l’altro attore in scena, Emanuel Rosenberg, abile e sinuoso danzatore, assume movenze più femminili.

Il dialogo estetico fra i due diventa anche politico: se Ledwina Costantini rappresenta il potere maschile tronfio e anche visivamente corazzato, Rosenberg incarna invece la grazia, il tempo della riflessione, il tarlo, la ricerca interiore. Un gioco di opposti che in scena funziona molto bene e che crea una tensione, sostenuta dagli altri elementi visivo-simbolici disseminati sul palco e sul video posto in fondo alla scena – l’inchiostro che cola, la corona, il corpetto o bustino su cui appaiono le interiora, elemento quest’ultimo spesso presente nella ricerca di Costantini. Ricorda un’opera intensa e forte come Kokoschka, cui questo Hamletə  ci pare in forte dialogo, perché pure lì si rifletteva sul tema della violenza maschile, anche se da prospettive diverse.

Dopo averlo mostrato nella prima parte dello spettacolo, più criptica e simbolica, il nodo Amleto-femminismo viene sciolto in un dialogo di fronte al classico tè inglese (Rosenberg, che è più danzatore, appare un po’ meno incisivo nel parlato). Boys don’t cry, recitava un brano dei Cure, restando in Inghilterra. E questo non aiuta le donne, e nemmeno gli uomini.