Per correr miglior acque

by azione azione
11 Febbraio 2026

Donato Pirovano affronta nel primo studio sistematico sull’argomento il rapporto tra Dante e il mare

Rispetto ai suoi ultimi lavori – nei quali ci ha regalato alcune delle pagine dantesche più limpide e filologicamente documentate – con il ricchissimo Dante e il mare mi pare che Donato Pirovano operi un duplice scarto. Il primo è di ordine tematico: dopo il monumentale commento alla Vita nuova approntato per la Nuova Edizione Commentata delle Opere di Dante, decide di occuparsi di una questione che nel libello non viene mai toccata. Il secondo è di natura metodologica: dopo due saggi costruiti attorno a un centro focale (il quinto canto dell’Inferno nel caso di Amore e colpa; il sonetto A ciascun’alma presa e gentil core per La nudità di Beatrice) dal quale muovere e al quale tornare con progressive acquisizioni che lo illuminino di senso ulteriore, sceglie un viaggio (meglio: una navigazione) più lineare, dal quale prendere ogni tanto sosta fermandosi a qualche isola testuale di cui indagare l’orogenesi.

Pirovano muove da un interrogativo semplice (nel senso di fondativo, cioè esattamente il contrario di banale): Dante avrà mai solcato il mare a bordo di una nave? Questione qui tanto più complessa, dal momento che si tratta del classico della nostra letteratura di cui conosciamo meno e perché posta in tempi in cui la critica sembra riorientarsi a districare lo spesso inestricabile nodo con cui un autore salda nella propria opera ciò che ha vissuto con ciò che ha letto (ammesso che esistano differenze tra le due cose, ma questo necessiterebbe di un altro discorso). Addirittura, un mancato viaggio per mare potrebbe essere stato la causa indiretta della morte del poeta, se dessimo fede alle notizie riportate da Filippo Villani nella sua biografia: nell’estate del 1321 i veneziani – temendone la facondia (1) con cui avrebbe potuto dirigere a piacimento l’ammiraglio – negarono a Dante di rientrare via mare a Ravenna, dove egli giunse malato e morì pochi giorni dopo. E chissà se a Venezia vide davvero il cantiere nautico dell’Arsenale e la sua pece bollente, sulla cui descrizione è costruita la similitudine che introduce alla bolgia dei barattieri e alla loro pena; o se dietro la celeberrima invettiva contro Pisa («muovasi la Capraia e la Gorgona, / e faccian siepe ad Arno in su la foce») non ci sia una visione diretta del poeta, durante l’assedio della Lega guelfa al castello di Caprona.

Nel suo viaggio ultraterreno, Dante incontra solo una volta il mare. È quello che, nell’emisfero australe, inghirlanda la montagna del Purgatorio, alla cui spiaggia il pellegrino giunge dopo aver fatto esperienza del dolore infernale, e dove cresce – nobilmente fertilizzato da quelle acque – il giunco con cui Virgilio, seguendo Catone, cinge l’agens (2) preparandone l’ascesa al monte. Quello di Dante è dunque un movimento verticale – dal mare al cielo – opposto alla traiettoria di Lucifero, l’angelo prediletto che proprio in quel punto precipitò a seguito della propria ribellione a Dio (sulle conseguenze di quella caduta Pirovano opportunamente si sofferma, in dialogo con gli studi di Anna Pegoretti). Ed è un movimento opposto anche a quello di Ulisse, vero e proprio «doppio antitetico» (Mercuri) del viator (3), capace di suggestionare molti lettori successivi (segnalerei marginalmente che, in una celebre epistola, persino Petrarca, mai troppo tenero nei suoi confronti, riprenderà elementi del racconto ulissiaco per parlare dell’esilio di Dante). L’eroe greco prima sfida orizzontalmente acque mai solcate e poi – proprio di fronte alla montagna del Purgatorio – si inabissa, punito per la propria temerità. Pirovano ne segue onda dopo onda la navigazione, allargando alle conoscenze coeve sui confini del mondo in un viaggio che si fa progressivamente incursione nelle fonti scientifiche e nel mito. Molto belle appaiono allora anche le pagine dedicate a Glauco, cui Dante ricorre per descrivere il proprio «trasumanar»; o ad Argo e Nettuno, convocati nell’ultima immagine marina del canto finale del Paradiso.

E altrettanto notevole è la serie di cartoline dal Mediterraneo, luoghi bagnati dalle stesse acque testuali che Dante (e Pirovano) connettono attraverso una fitta tramatura di tessere lessicali e di rimanti, come nel caso delle descrizioni delle foci del Po nelle parole di Francesca («Siede la terra dove nata fui») e della costa marsigliese in quelle di Folchetto («Buggea siede e la terra ond’io fui»).

A ben vedere, tutto il percorso ultraterreno del pellegrino può essere letto come una navigazione, che a partire dalla similitudine del naufrago su cui il poema si apre – e attraverso le parole di Brunetto («non puoi fallire a glorïoso porto») – conduce fino all’approdo sicuro del dialogo con Cacciaguida. Anche la salita al colle del Purgatorio è peraltro innervata da una diffusa metafora nautica, fino all’incontro col «padre» Guinizzelli (dove si registra l’hapax (4) «imbarche») e, soprattutto, a quello con Beatrice (non a caso vista come un «ammiraglio») nel centro poetico dell’intero capolavoro, in cui Dante ritrova la donna della giovinezza: sarà lei a condurlo al mare di luce su cui il poema si chiude.

Con invidiabile disinvoltura, Pirovano getta di tanto in tanto l’ancora e torna su questioni tormentate dall’esegesi (è quasi certamente Beatrice la donna che esorta Virgilio a svelare a Dante la falsità delle parole della sirena); oppure isola una conchiglia testuale per indagarne la genesi (è il caso di «mareggiare», cui Dante ricorre per spiegare l’irraggiungibilità di Matelda al di là del fiume Lete).

Ma è senz’altro sul rinnovamento dell’antica metafora della poesia come navigazione che meglio si misurano il valore dell’opera dantesca e la sua evoluzione interna, come emblematicamente mostra il confronto tra il sonetto giovanile Guido, i’ vorrei che tu e Lapo e io e la protasi del secondo canto del Paradiso: là un’imbarcazione che si muove misteriosamente e sulla quale Dante e i suoi amici di poesia possano «ragionar sempre d’amore»; qui un «legno che cantando varca», grazie al quale il viaggio ultraterreno si elevi a poema sacro.

E anche le pagine di Donato Pirovano, in perfetta adesione con la poesia dantesca, mi pare che abbiano alzato le vele e corso acque ancora migliori.

Note

1 Facondia, eloquenza.
2 Agens, cioè chi, come Dante, deve affrontare la scalata spirituale.
3 Viator, ossia chi intraprende il viaggio morale e fisico come Dante nel Purgatorio.
4 Hapax, termine per dire una parola attestata una sola volta.