La nave di Teseo, a oltre dieci anni dall’esordio di Veronica Tomassini, ripubblica "Sangue di cane"
Il tempo può essere un elemento davvero decisivo per un libro. Non nel senso della durata o dell’invecchiamento, ma come distanza critica. Rivederlo comparire sugli scaffali dopo anni di assenza permette di valutarne la tenuta, al di là del contesto che lo aveva accolto. A maggior ragione quando si tratta di un esordio.
Ci capitò tra le mani Sangue di cane di Veronica Tomassini quando uscì per Laurana editore, più di dieci anni orsono. Di recente quel romanzo è tornato in libreria, ripubblicato da La nave di Teseo, ed è una notizia che conta. Conta perché non capita spesso che un esordio, peraltro con una casa editrice meno in vista, venga ripreso a distanza di tempo, sottratto alla dimenticanza e rimesso in circolazione come un romanzo che – come direbbero taluni – sembra proprio non aver esaurito la propria urgenza.
All’epoca ci colpì un estratto letto dall’autrice durante una presentazione: a chi scrive bastarono le prime cinque righe per sentirsi travolta da una commozione difficile da trattenere. Un’intensità del testo che, a distanza di anni, confermiamo. Non perché Sangue di cane sia un racconto «emotivo» in senso facile, ma perché la scrittura della Tomassini ha una forza che nasce proprio dalla mancanza di forzature.
La storia è ambientata negli anni Novanta e ruota attorno a una relazione amorosa sofferta e irregolare: una giovane donna italiana e un uomo polacco, immigrato, poverissimo, alcolizzato, che incontra al parco, sulle panchine, tra altri senzatetto. Una storia d’amore segnata dalla miseria, dalla dipendenza, dalla fuga continua. Non c’è alcuna idealizzazione, nessuna compiacenza. Eppure – o forse proprio per questo – è una delle storie d’amore più intense che ci sia capitato di leggere. Un amore di cui si avvertono fisicamente l’inevitabilità , la disperazione, la necessità estrema.
La scrittura di Tomassini è stata spesso definita barocca. In astratto, è una cifra che chi scrive in queste righe non ama. Qui, però, accade qualcosa di diverso: quella stessa densità retorica non irrita, non pesa, ma colpisce per la sua onestà . È una lingua che non cerca effetti, che non costruisce pathos, e proprio per questo riesce a essere potente. Per noi, ma anche per molti altri, ne siamo certi.
Rileggere Sangue di cane oggi, o leggerlo per la prima volta, significa anche capire che tipo di libro sia: non consolatorio nel senso comune del termine, ma capace di generare una forma di consolazione profonda, paradossale. A noi colpisce come riesca a trasmettere un senso autentico di pietà e carità , senza mai scadere nella pena. Per la forza della vita che attraversa ogni pagina. Per lo sguardo che la narratrice riesce a sostenere dall’inizio alla fine con una dignità che ha qualcosa di raro.
A questa storia, anni dopo, Veronica Tomassini è tornata con L’altro addio. I personaggi e il nucleo narrativo sono simili, ma il libro non riscrive il precedente né ne rappresenta semplicemente l’altro punto di vista. A parlare è ancora «lei», ma con uno sguardo diverso. Se in Sangue di cane parlava un cuore forte, qui sembra parlare un cervello ferito. Non c’è la stessa tensione vitale, né la stessa forma di speranza: domina piuttosto una rassegnazione lucida, fatta di assenze, di nostalgie, di pensiero che si avvita su sé stesso.
È un libro che si accartoccia, insiste, rimugina. Meno aperto, meno trascinante, ma coerente. Vale la pena leggere entrambi proprio per questo: perché, in fondo, non raccontano la stessa storia. Raccontano due modi diversi di stare dentro la stessa ferita.
La ripubblicazione di Sangue di cane, e il fatto che se ne continui a parlare, oltre a restituirgli visibilità conferma che certi libri, anche quando sembrano scomparsi, continuano a lavorare in silenzio, finché non arriva il momento giusto per farli tornare. E poi ancora…
