La dura vita di un marchio iconico

by azione azione
4 Febbraio 2026

Motori: il caso del prototipo di Jaguar fa riflettere su acquisizioni e partecipazioni strategiche cinesi e indiane nei brand europei

Iconico. Si tratta di un aggettivo spesso utilizzato nel mondo dell’automotive ma non solo. Deriva dal greco (eikōn) che significa «immagine». Ed ecco allora che se Marilyn Monroe è un’icona intramontabile del XX secolo, simbolo di bellezza, sensualità e fragilità, Ferrari è un’icona di lusso, prestazioni e design. Non è facile diventare un’icona e nemmeno continuare ad esserlo. Ci si arriva creando un valore del brand e chi ne è in possesso non si sognerebbe mai di cederlo. Vero? No. Basti pensare al marchio inglese MG – Morris Garage – che rappresentava la sportività inglese ed è stato ceduto nel 2005 al gruppo cinese Nanjing Automobile per circa 50 milioni di sterline. Perché? Semplice MG era praticamente fallita. Va dato merito ai cinesi che oggi l’hanno riportata in vita ma va detto che le MG attuali, seppur belle non c’entrano nulla con il passato.

Stessa fine toccherà al marchio inglese Jaguar da sempre icona di sportività e lusso made in UK? Potrebbe. Ormai da tempo le linee di produzione sono ferme. Doveva essere una breve pausa tra produzione del termico e quella del solo elettrico e invece non sono più ripartite. D’altronde tutti sappiamo i problemi causati dal rallentamento della transizione tecnologica che è andata ben oltre i tempi sperati. Nel frattempo Jaguar ha presentato un prototipo che non passa certo inosservato per le linee avveniristiche ma soprattutto per il colore: rosa! Si chiama Type 00 e prefigura i prossimi modelli elettrici. Non è piaciuto agli appassionati del marchio e non deve essere neppure piaciuto ai vertici indiani proprietari del Gruppo Jaguar Land Rover che a fine 2025 hanno provveduto a sollevare dall’incarico Jerry McGovern, capo design di Jaguar e responsabile del progetto «Reimagine». Tutto questo accade a pochi giorni dall’insediamento del nuovo CEO PB Balaji, ex direttore finanziario di Tata Motors (la proprietà indiana).

Eppure, tutti sappiamo che il valore del brand, del marchio, soprattutto se iconico è notevole e va mantenuto. Basti pensare che quando alla fine degli anni 90 BMW ha acquistato MINI ha sostenuto spese ingenti per mantenere in vita un paio d’anni la vecchia MINI, quella originale, pur di dare continuità prima del debutto della MINI dei nostri giorni. I tedeschi sono stati maestri. E ancora oggi MINI viene costruita a Oxford in UK. Lo sappiamo: i marchi automobilistici si vendono e si comprano. Volvo Cars è stata acquistata nel 2010 dal Gruppo cinese Geely che ha però mantenuto il management svedese con centri ricerche a Göteborg e produzione per la maggior parte europea. Anche Smart, nato come progetto congiunto tra Mercedes-Benz e Swatch, ha visto un profondo riorientamento produttivo. Oggi alcuni modelli sono prodotti da joint venture tra case tedesche e gruppi cinesi, con una forte componente di progettazione e assemblaggio in Cina, pur mantenendo il nome storico sul mercato europeo.

Il fenomeno non riguarda semplici licenze o accordi commerciali: in molti casi si tratta di acquisizioni totali o partecipazioni strategiche che consentono alle case automobilistiche cinesi di sfruttare marchi consolidati per entrare più facilmente nei mercati occidentali, dove la reputazione di un nome come Volvo, MG o Smart può essere un ponte fondamentale verso i consumatori. La logica è semplice: il marchio europeo funge da garanzia di riconoscibilità e apertura commerciale, mentre la produzione in Cina permette di contenere i costi, integrare tecnologie moderne e sfruttare economie di scala difficilmente ottenibili se la produzione rimanesse limitata ai soli impianti europei.

Tuttavia, questo modello solleva una domanda cruciale: quanto resta di europeo e di autentico in un’auto che porta il nome di un marchio nato e cresciuto nel Vecchio Continente, ma che oggi è concepita, assemblata e sviluppata in Cina? Gli automobilisti vogliono solo un nome sul cofano oppure desiderano un’esperienza significativa radicata in storia e identità culturale? Guardando il successo dei produttori cinesi come BYD, Omoda e Gelly che erano sino a ieri sconosciuti si capisce che per molti automobilisti conta il rapporto qualità prezzo associato a tanta tecnologia e una buona garanzia. Ma poi ci sono ancora gli appassionati che invece sono disposti a spendere di più per marchi tedeschi come Audi, BMW e Mercedes o per automobili iconiche come Porsche e Ferrari. Da appassionati speriamo che gli indiani salvino gli inglesi mantenendo l’identità del «Giaguaro» e non vendano ai cinesi. Un marchio storico come Jaguar è molto più di un semplice logo su una griglia anteriore: è un patrimonio di cultura automobilistica, di design, di passione.