In memoriam: è scomparso di recente, il pittore, incisore e scultore comasco
Assidui sono stati i contatti di Giuliano Collina con il Ticino, propiziati anche dalla lunga amicizia con Renato Folini e dalla frequentazione della sua galleria luganese. Con la scomparsa (ndr: nel mese di novembre 2024) di Giuliano Collina non viene solo a mancare uno dei più importanti pittori lombardi, ma anche un incisore e scultore di grande valore, insomma un artifex che non ha mai smesso di sperimentare e ragionare sulle tecniche e sui fondamenti dell’arte.
Giuliano Collina ha attraversato
l’arte come pratica incessante, tra antiaccademismo,
accumuli e distruzione
Mi piace pensare che la sua instancabile ricerca (un’energia creativa invidiabile lo sospingeva ancora alla soglia degli ottantasette anni) derivasse dalla sua sensibilità didattica (egli ha tra l’altro insegnato storia dell’arte contemporanea presso l’Università dell’Insubria e ha collaborato con Mario Botta nell’ambito dell’Accademia di Architettura di Mendrisio). Il suo era un antiaccademismo esibito fin dai titoli dei molti cataloghi che hanno costellato la sua lunga carriera (si era diplomato a Brera nel 1962 sotto la guida di due mostri sacri dell’arte del XX secolo, Marino Marini e Guido Ballo).
L’esecuzione di ogni sua opera poteva essere relativamente veloce (è il caso delle recenti illustrazioni della Divina Commedia) o fonte di rovello e ripensamenti quasi infiniti. Di pari passo, rispetto al rifiuto della «bella forma», un aspetto certamente centrale del suo lavoro era il fortissimo e concomitante interesse letterario che accompagnava l’opera pittorica e con essa dialogava (per anni sulla «Provincia» ha tenuto un suo coltissimo diario che meriterebbe di essere riunito in volume).
Qualche tempo fa ho potuto visitare il suo atelier a Como, ricavato da un’antica seteria dal soffitto altissimo. Ciò che mi colpì, varcata la soglia di quel luogo allo stesso tempo lugubre e fastoso, era la varietà di materiali e di formati che si affastellavano nel grande spazio: pareti ricoperte di pitture secche e altre ancora grondanti, enormi fogli appesi come feticci sinistramente penzolanti nel vuoto, secchi ricolmi di brandelli di carte e tele, frammenti ferrei indecifrabili, bulbi misteriosi…
In questo «gliommero» di opere finite, impostate, riprese, ripudiate, l’accumulo di «scarti» (le virgolette sono d’obbligo) o prove giudicate non riuscite o anche semplicemente scampoli di carta colorata, formavano una fertile catasta (quasi il compost da cui si formerà l’humus) da cui egli traeva idee per nuove opere. Era insomma un ininterrotto circolo di creazione-distruzione di cui faceva fede il traboccante aspetto del suo atelier, poiché procedendo nell’esplorazione di quel grande spazio si scopriva una selva rigurgitante di materiali, una caverna mineralizzata e affascinante nella quale cascami di materiali eterocliti si alternavano a splendide incrostazioni cromatiche.
Una labirintica e rutilante follia in cui lo spazio lasciato libero dai manufatti più disparati era poco più di un sentiero nel mezzo di una giungla cromatico-materica: qui, Collina si muoveva con passo sicuro e piglio ardimentoso. Il visitatore, superato il primo impatto, veniva infine condotto a una minuscola radura dove il poco spazio libero era occupato da un divanetto e due seggiole. Su quel divano l’artifex si trasformava in un affabulatore tanto affascinante quanto battagliero.
Se è quasi banale affermare che ogni artista comasco, anche solo inconsciamente, si confronta di necessità (e di necessità supera) con l’eredità razionalista del capoluogo lariano, sarebbe fuorviante classificare Collina secondo la dicotomia concreto/astratto. Egli si muoveva piuttosto su un crinale vivacissimo che poteva assumere di volta in volta l’una o l’altra forma espressiva, ma sempre sforzandosi di oggettivare l’idea.
L’opera di ogni pittore è fatta di periodi e stagioni tra loro molto diversi. Tra questi era tutt’altro che secondario il suo interesse per il paesaggio lombardo, così presente (per usare un’approssimazione geografica) nella pittura insubrica, una «linea lombarda», per trasmutare la celebre definizione di Dante Isella, che da Morlotti, il più eterodosso tra i tradizionalisti, risale almeno fino a Bellotto.
