Gniente di personale, Ignazio da Anagni

by azione azione
4 Febbraio 2026

Suona il telefono. Rispondo.
«Gnorno, gnor Mozzi», dice una voce maschile un po’ nasale.
«Buongiorno», dico. «Con chi ho il piacere di parlare?».
«Sono Gnazio da Gnagni», dice la voce maschile.
«Lei è Ignazio e mi chiama da Anagni?», dico.
«E io che cosa ho detto?», dice Ignazio.
«Mi scusi», dico. «Era solo per sicurezza. A cosa devo la sua telefonata?».
«Ho scritto un romanso», dice Ignazio.
«Succede», dico.
«Come, succede?», dice Ignazio.
«Succede a molti», dico, «di scrivere un romanzo».
«A me non è successo», dice Ignazio. Io questo romanso l’ho scritto proprio perché ho voluto scriverlo».
«Questo va a suo onore», dico. «E dunque, che cosa vuol farne di questo romanzo?».
«Voglio pubblicarlo», dice Ignazio.
«Come si intitola?», dico.
«Il difetto di pronunsia», dice Ignazio.
«È un romanzo autobiografico?», dico.
«Gno», dice Ignazio. «Io non ho difetti di pronunsia».
«Ha ragione», dico. «Vuole accennarmi brevemente di che si tratta?».
«Gno», dice Ignazio.
«Le chiedo solo di raccontarmi la storia per sommi capi», dico.
«Gno», dice Ignazio.
«Ma perché no?», dico.
«Voglio che il mio romanso lei lo legga per intero», dice Ignazio.
«Guardi», dico. «Ricevo ogni giorno da tre a cinque richieste analoghe alla sua. Non ce la faccio, fisicamente, a leggere tutto».
«E alora?», dice Ignazio.
«E allora», dico, «devo fare un po’ di selezione preliminare».
«E la fa così, al telefono?», dice Ignazio.
«Se lei mi dicesse che il suo romanzo è un giallo, per esempio», dico, «potrei dirle subito che sono incompetente in materia di gialli».
«Gnon è un giallo», dice Ignazio.
«E se mi dicesse che è un fantasy», dico, «dovrei dirle che in materia di fantasy io sono incompetentissimo».
«Gnon è un fantasy», dice Ignazio.
«E vuole dirmi dunque, all’incirca», dico, «che cosa è?».
«È il romanso di un uomo che crede di avere un difetto di pronunsia», dice Ignazio, «ma apparentemente gnon ce l’ha. E alora per curarsi questo difetto di pronunsia va da specialisti, va da foniatri, fonologi, patologi orali, glossopati, logopedisti, neurologi, linguisti, chirurghi maxillo-facciali, e gnente: tutti gli dicono che lui non ha nessun difetto di pronunsia. Ma lui non ci crede. Gnon crede a una parola di quello che gli dicono».
«Non si fida degli specialisti», dico.
«E io che cosa ho detto?», dice Ignazio.
«Mi scusi», dico, «era solo per riassumere. E quindi? Che cosa fa il nostro protagonista?».
«Comincia a frequentare naturopati, oligoterapisti, fattucchiere, chiromanti, aruspici, indovini, veggenti, profeti, oracoli, maghi», dice Ignazio.
«E con loro come va?», dico.
«Male», dice Ignazio. «Tutti gli confermano, per compiacerlo, che sì, lui ha un difetto di pronunsia; ma ciascuno di loro gli prescrive rimedi diversi e incompatibili tra loro».
«Per esempio?», dico.
«Uno gli dice che il difetto di pronunsia ha un’origine mentale», dice Ignazio, «un altro che ha un’origine fisica, e un altro ancora che ha un’origine spirituale o astrale. E così via».
«E infine», dico, «che cosa succede al pover’uomo?».
«Come ha fatto?», dice Ignazio.
«Come ho fatto cosa?», dico.
«Ad arrivarci da solo», dice Ignazio.
«Veramente non ci sono arrivato», dico.
«Lei ha detto “pover’uomo”», dice Ignazio.
«Sì», dico.
«Alora», dice Ignazio, «nell’ultimo capitolo un mago rivela al protagonista che il suo difetto di pronunsia è piccolissimo e nascosto, e per questo gnon se n’era accorto nessuno».
«E che difetto è?», dico.
«È un difetto di cui il mago si accorge», dice Ignazio, «quando il protagonista, ormai stanco di tutta questa inutile ricerca, gli dice: “sono proprio un pover uomo”».
«Senza l’apostrofo», dico.
«Esatto», dice Ignazio.
«Il difetto di pronuncia del protagonista», dico, «è che non sa pronunciare gli apostrofi».
«E io che cosa ho detto?», dice Ignazio.
«D’accordo, d’accordo», dico.
«E alora, gnor Mozzi», dice Ignazio, «me lo fa pubblicare questo romanso?».
«No», dico.
«Non me lo pubblica?», dice Ignazio.
«E io che cosa ho detto?», dico.