61esime Giornate di Soletta:In "Becaària" l’adolescenza viene raccontata attraverso un villaggio rurale che è insieme scoperta e temporali emotivi, come lo è ogni buona storia di formazione
Come indicato nei titoli di coda, Becaària, il nuovo film di Erik Bernasconi, è dedicato alle persone colpite dall’alluvione che ha devastato la Vallemaggia nell’estate del 2024. Non si tratta di un omaggio formale o casuale: proprio in quella notte fatidica, tra il 29 e il 30 giugno, la troupe si trovava in valle, pronta a girare il primo ciak di un film che sarebbe poi stato rimandato di alcune settimane. Un aneddoto produttivo che vale la pena evocare, perché aiuta a comprendere più a fondo il terzo lungometraggio di finzione del regista bellinzonese – dopo Sinestesia (2010) e Fuori mira (2013).
Dedicato alle vittime valmaggesi dell’alluvione del 2024, Becaària è ambientato nel Ticino rurale degli anni Settanta e segue l’estate decisiva di un sedicenne
È utile partire da qui non solo per il legame diretto con il territorio, ma anche perché Becaària parla di un momento di passaggio e di trasformazione: quello dall’adolescenza all’età adulta. Uno scombussolamento interiore ed esistenziale che, per intensità e portata emotiva, può essere messo in relazione con lo sconvolgimento esteriore e collettivo subìto dalla Vallemaggia in quella notte drammatica. Anche questo film è infatti ambientato in estate – quella del 1977 – e in una valle del nostro Cantone, rafforzando un dialogo profondo tra racconto individuale e dramma collettivo.
Presentato in anteprima internazionale alle 61esime Giornate cinematografiche di Soletta (in corso dal 21 al 28 gennaio e in concorso per il Prix du Public), Becaària è ispirato all’omonimo romanzo di Giorgio Genetelli, pubblicato da Gabriele Capelli Editore. Il protagonista è Mario, un ragazzo di 16 anni che, dopo una bocciatura scolastica, viene «spedito» dal padre presso amici di famiglia in montagna, dove trascorrerà l’estate aiutandoli nei lavori agricoli. Un cambiamento radicale di luogo, ritmo e abitudini che lo costringerà a confrontarsi con nuove responsabilità, ma anche con i primi turbamenti sentimentali e sessuali, e con incontri destinati a segnare in modo decisivo il suo futuro.
Il lavoro di Bernasconi è solido e ben costruito, e si appoggia in larga misura sull’interpretazione del protagonista, Francesco Tozzi, convincente nel dare corpo a un adolescente che, nel giro di un’estate, vede la propria vita cambiare per sempre. Impacciato e timido, ma al tempo stesso sognatore e sensibile, Mario è un personaggio tridimensionale, complesso, e il giovane attore riesce a restituirne con naturalezza tutte le sfumature. Le sue «prime volte» – non solo il sesso, ma anche l’ubriacatura, la fatica del lavoro nei campi e l’incontro con una musica diversa come il punk – diventano tappe formative fondamentali verso una maggiore consapevolezza di sé.
Altrettanto centrali sono le relazioni che Mario intreccia lungo il suo percorso: il rapporto difficile e poco comunicativo con il padre; l’incontro con il dottore del paese, interpretato da Alessio Boni, figura decisiva per il suo avvenire; ma anche il legame con Prisca e con i suoi genitori contadini, che incarnano un mondo diverso, più concreto e radicato nel territorio. Il personaggio di Mario conosce uno sviluppo particolarmente riuscito nel corso del film: da una prima parte in cui si esprime quasi esclusivamente per monosillabi, a una fase finale in cui – grazie anche al sostegno del dottore – trova finalmente le parole, sia cantando sia verbalizzando i propri desideri e le proprie inquietudini, nel confronto con il padre e con Prisca.
La natura assume in Becaària un ruolo narrativo tutt’altro che secondario. Il temporale improvviso che sorprende Mario e Prisca in cima al monte, costringendoli a rifugiarsi in una cascina, così come il fieno da tagliare o la nuotata liberatoria nel fiume, sono elementi che contribuiscono indirettamente alla formazione del protagonista, spingendolo a crescere e a misurarsi con i propri limiti e desideri.
Anche la scenografia e la ricostruzione d’epoca aiutano a immergerci nel Ticino degli anni Settanta: i jeans a zampa d’elefante, le magliette attillate e colorate, i motorini, le folte capigliature sono gli elementi più evidenti di un lavoro attento e accurato. Il tutto è accompagnato dalle musiche che dominavano le hit parade dell’epoca, da Orzowei a Questo piccolo grande amore, affiancate da brani strumentali di Zeno Gabaglio e da altri artisti nostrani come Leo Pusterla.
Tutti questi aspetti contribuiscono a fare di Becaària un film dal forte impianto realistico. Peccato che questa sensazione, così ben costruita sul piano visivo e narrativo, venga in parte indebolita dalla questione linguistica. Gli accenti poco ticinesi e alcuni dialoghi meno naturali lasciano filtrare contaminazioni che risultano meno aderenti alla realtà delle nostre valli. Ed è un vero peccato, perché l’intenzione di fondo – suggerita fin da subito anche dal titolo – è chiaramente quella di cercare un forte legame col territorio, magari con il dialetto. In proposito, lo stesso regista ci ha spiegato che questo è stato un tema sul quale si è chinato ma che per questioni di tempo e budget non ha potuto approfondire, preferendo perciò puntare sulla lingua italiana.
Volendo individuare un’ulteriore, seppur marginale, criticità, la si può forse rintracciare in una durata leggermente eccessiva. Il film avrebbe probabilmente guadagnato in compattezza sacrificando una trama secondaria – come quella legata alla cameriera – che apporta poco allo sviluppo della storia principale.
Si tratta tuttavia di piccole note stonate che non compromettono la riuscita complessiva dell’opera.
Becaària (che presto uscirà anche nelle nostre sale cinematografiche) resta un film sensibile e riuscito, capace di restituire con delicatezza un’epoca, un territorio rurale e, soprattutto, il ritratto di un ragazzo alle prese con le proprie insicurezze e i propri sogni in uno dei momenti più decisivi della vita. Un racconto di formazione intimo e radicato, che conferma la maturità dello sguardo di Erik Bernasconi.


