Kandinsky e l’onda lunga del linguaggio dell’anima

by azione azione
26 Gennaio 2026

La mostra al MA*GA di Gallarate mette in luce la centralità del pensiero del maestro russo nella nascita dell’arte astratta e nella sua evoluzione

Il percorso di Wassily Kandinsky inizia tra la fine dell’Ottocento e gli albori del Novecento, un momento di transizione profonda per la cultura europea. Sono decenni in cui l’arte, facendosi interprete del bisogno imperante di riscatto dal materialismo, incomincia a perdere l’aura di solennità che l’ha caratterizzata per secoli e si appresta a diventare l’elemento fondamentale di un più autentico approccio spirituale all’esistenza.

Per l’artista russo essa si fa così portatrice di una nuova consapevolezza, quella dell’interiorità come principio strutturante del cosmo. Con la sua rivoluzionaria pittura astratta, Kandinsky elabora un linguaggio universale in cui l’occhio viene educato a percepire le trame invisibili della realtà, cogliendone l’essenza vibrante. Compito dell’arte non figurativa è dunque per lui quello di esprimere uno stadio primario di conoscenza svincolato dal lessico ormai codificato della rappresentazione.

Fin da quando, nel 1911, fonda con Franz Marc il gruppo Der Blaue Reiter (Il Cavaliere Azzurro) a Monaco di Baviera, Kandinsky approfondisce la valenza spirituale ed empatica dell’astrazione, radicalmente convinto che il suo fine ultimo sia quello di parlare all’anima per mezzo della forma e del colore. E difatti le sue forme basilari non hanno una mera funzione compositiva, ma sono archetipi, strutture dell’essere, e i suoi colori non riproducono nulla di esistente, ma sono diretta emanazione di una dimensione intima.

Attraverso le sue opere e i suoi scritti, l’artista apre un varco verso una nuova comprensione del reale, cercando con rigore e intensità poetica un vero e proprio alfabeto visivo dell’interiorità, eco di un ordine nascosto che deve essere svelato. È un sovvertimento del concetto di arte destinato a lasciare un segno indelebile.

Risultano così più che mai profetiche le parole che Kandinsky stesso riporta nel suo libro Punto, linea, superficie del 1926: l’arte supera i limiti in cui la sua epoca vorrebbe costringerla e annuncia il contenuto del futuro. La sua parabola, difatti, non soltanto ha indicato la strada dell’Astrattismo negli anni Trenta e Quaranta del Novecento, ma ha anche stimolato molte riflessioni sul tema durante il secondo dopoguerra, periodo in cui a livello internazionale si sviluppa un sentire artistico che, calato nella difficile realtà postbellica, prende avvio proprio dalla lezione del maestro russo di vivere la creazione come un processo esistenziale.

L’enorme portata delle ricerche pittoriche di Kandinsky è indagata nella mostra allestita al Museo MA*GA di Gallarate, rassegna curata da Elisabetta Barisoni ed Emma Zanella che ripercorre, grazie a una nutrita selezione di opere (circa centotrenta), la nascita dell’Astrattismo e la sua evoluzione italiana ed europea, partendo dalle avanguardie storiche per arrivare alle correnti degli anni Cinquanta, ancora segnate da vivaci sperimentazioni artistiche.

Il percorso dell’esposizione introduce subito il visitatore nel clima culturale internazionale degli anni Venti e Trenta dello scorso secolo, periodo in cui Kandinsky insegna al Bauhaus di Weimar approfondendo la sua esplorazione della pittura attraverso lo studio degli elementi fondamentali della composizione e dell’espressività dei colori.

Wassily Kandinsky
Kleine Welten I, 1922
(Ca’ Pesaro – Gall. Internaz. d’arte Moderna, donazione Paul Prast, 2020)

Il suo approccio all’arte si intreccia in questo momento con il pensiero di figure quali Paul Klee, anch’egli docente al Bauhaus. A testimonianza dello stretto dialogo tra i due, la rassegna espone alcuni emblematici dipinti di Kandinsky, come Zig zag bianchi del 1922, tela dalle tinte evocative e dalle geometrie dinamiche, accanto a diversi lavori del maestro svizzero eseguiti tra il 1913 e il 1938. Si evince così come la visione sistematica e spirituale di Kandinsky, volta a definire le leggi assolute dell’arte astratta, e quella lirica di Klee, improntata alla libertà inventiva del segno, siano accomunate dalla medesima concezione della pittura come scrittura dell’anima e costruzione musicale dello spazio.

Da un’altra opera significativa di Kandinsky, Tre triangoli, realizzata a Parigi nel 1938, emerge poi la sua vicinanza a personalità quali Joan Miró e Jean Arp, quest’ultimo conosciuto già nel 1912 ed entrato a far parte con lui nel 1931 del movimento Abstraction-Création. I lavori di Miró e Arp, a cui si aggiungono anche quelli di Alexander Calder e Antoni Tàpies, rivelano la loro affinità a quelli di Kandinsky nell’idea di un’arte capace di mutare la forma in energia palpitante e attestano come l’astrazione, plasmata e declinata in modalità espressive diverse, ora più oniriche, ora più surreali, abbia preso corpo come codice universale all’interno di un orizzonte molto vasto.

Nel prosieguo della mostra gallaratese viene esplorato il rapporto tra Kandinsky e gli artisti italiani, una relazione intensa e feconda ma allo stesso tempo complessa e contraddittoria che ha il suo incipit nella rassegna dedicata al pittore russo allestita nel 1934 presso la Galleria Il Milione a Milano. Questo evento espositivo è fondamentale per l’affermazione dell’Astrattismo in Italia negli anni Trenta poiché proprio attorno a esso si raccoglie una generazione di artisti che trova nella libertà formale e spirituale di Kandinsky una nuova via per affrancarsi dalla tradizione figurativa.

In questo clima prendono vita infatti le esperienze di alcuni autori che tra Milano e Como si accostano al linguaggio astratto rielaborandolo in maniera personale. Si passa dalla linea lariana di pittori quali Mario Radice e Manlio Rho, contraddistinta da un rigore geometrico e da un pragmatismo più marcati, alle ricerche di maestri quali Lucio Fontana, Fausto Melotti e Osvaldo Licini, destinate, di lì a poco, a sollecitare importanti riflessioni sullo spazio.

Le opere radunate nella rassegna, che, oltre ai nomi già citati, coinvolgono anche artisti come Atanasio Soldati, Luigi Veronesi, Enrico Prampolini, Carla Badiali, Bruno Munari, Aldo Galli, Carla Prina, Gillo Dorfles e Virginio Ghiringhelli, documentano la ricchezza sperimentale delle indagini di coloro che in Italia, in quegli anni, decidono audacemente di andare controcorrente rispetto alle tendenze dominanti del ritorno all’ordine, guardando l’Astrattismo, così come il Costruttivismo, il Neoplasticismo e il Bauhaus, con estremo interesse, ma anche con occhio critico e autonomia di metodo.

Il pensiero di Kandinsky risulta centrale nella scena artistica italiana anche nel secondo dopoguerra. A testimoniarlo sono le mostre Arte astratta e concreta, organizzata nel 1947 a Palazzo Reale a Milano, e Arte Astratta in Italia, tenutasi nel 1948 a Roma, nonché gruppi come Forma 1 e Movimento Arte Concreta, che aggregano le vicende di diversi artisti nel segno di una rinnovata concezione della pittura come forza vitale.

Ecco allora che tra materia densa, luce vibrante e colore esplosivo, i lavori esposti a Gallarate degli italiani Carla Accardi, Piero Dorazio, Renato Birolli, Giuseppe Santomaso, Ennio Morlotti, Giuseppe Capogrossi, Emilio Vedova, Achille Perilli e Antonio Sanfilippo incarnano gli sviluppi più significativi della sintesi formale e della carica espressiva di matrice kandinskiana. Accanto a loro, le opere di Ben Nicholson, Karel Appel, Mark Tobey e Roberto Sebastián Matta, in chiusura di mostra, approntano uno scenario internazionale che, nel ritorno a un impulso primordiale e nella sperimentazione del gesto, raccoglie l’eredità del maestro russo per indirizzarla verso una nuova dimensione della creazione.