Come affrancarsi dagli Stati Uniti?

by azione azione
26 Gennaio 2026

Il professore Sergio Rossi ci parla delle leve svizzere per ridurre la dipendenza economica dal gigante americano

In tempi così incerti, segnati da conflitti geopolitici e da guerre combattute a suon di dazi e ritorsioni commerciali, vale la pena spingersi oltre con l’immaginazione. La Svizzera può fare a meno degli Stati Uniti? Può permettersi di ridurre la propria esposizione verso il suo principale partner economico senza mettere a rischio la crescita? Lo chiediamo a Sergio Rossi, professore ordinario di macroeconomia ed economia monetaria all’Università di Friburgo.

«La Svizzera non può fare a meno degli Usa – afferma – perché si tratta di un importante mercato di sbocco per i prodotti elvetici (farmaci, metalli preziosi, orologi, strumenti di precisione e macchinari avanzati) e perché il dollaro statunitense è la moneta più importante sul piano globale, soprattutto per le transazioni nei mercati finanziari». Oltretutto gli Stati Uniti rappresentano anche la principale destinazione degli investimenti diretti elvetici. Gran parte di questi flussi passa attraverso le grandi multinazionali svizzere – come Nestlé, Novartis e Roche – che negli Usa aprono filiali, stabilimenti produttivi, centri di ricerca e attività commerciali, attratte da un mercato ampio, dinamico e strategico. «Tuttavia, a lungo termine, la Svizzera potrebbe ridurre le proprie esportazioni verso gli Stati Uniti, e i suoi investimenti in quel Paese, se le sue aziende esportatrici riorientassero le vendite verso mercati più vicini, vale a dire nel Continente europeo, oppure verso altri mercati, in particolare quelli delle economie emergenti o in via di sviluppo – anzitutto i Paesi asiatici e, più in generale, quelli del Sud globale».

Resta da valutare anche la possibilità di una delocalizzazione di una parte della produzione di queste imprese nei Paesi meno colpiti dai dazi doganali annunciati da Trump, aggiunge Rossi, con tutte le conseguenze negative che ciò comporta per la crescita economica e l’occupazione in Svizzera. «Le scelte di politica economica della Confederazione e dei Cantoni in cui queste aziende hanno sede possono influenzarne le decisioni future. Strumenti come incentivi fiscali, agevolazioni mirate o forme di sostegno finanziario potrebbero infatti incoraggiare le imprese a rafforzare o rilanciare le proprie attività in patria. Serve però un cambio di paradigma da parte delle autorità politiche: occorre riconoscere che il settore pubblico, nel suo complesso, svolge un ruolo decisivo nel garantire stabilità e sostenere la crescita economica».

La strada: diversificare

Quali alternative strategiche avrebbe la Svizzera se decidesse di diversificare i partner economici? La dipendenza può essere ridotta in due modi complementari tra essi, sostiene l’intervistato. Da un lato Confederazione e Cantoni dovrebbero rafforzare la spesa pubblica per sostenere e rilanciare l’attività economica sul territorio. Ciò significa, tra le altre cose, aumentare il potere d’acquisto della popolazione e introdurre incentivi fiscali per le imprese che assumono lavoratori residenti, garantendo salari sufficientemente elevati da assicurare un tenore di vita dignitoso senza ricorrere agli aiuti sociali. «Dall’altro lato, la Confederazione dovrebbe adottare una politica industriale capace di incentivare le imprese a sviluppare attività economiche favorevoli all’ambiente – dalle energie rinnovabili all’efficienza energetica, dalla mobilità pulita all’economia circolare e alle tecnologie verdi. Un percorso che richiede anche il coinvolgimento degli attori finanziari presenti sul territorio, poiché questi settori generano occupazione e producono ricadute positive per l’insieme dei portatori d’interesse nell’economia svizzera. La politica monetaria della Banca nazionale svizzera (Bns) deve sostenere questa transizione ecologica con un cambio di paradigma delle proprie scelte, abbandonando il principio della “neutralità” dei suoi interventi nei mercati finanziari, per adottare un approccio e delle scelte di politica monetaria in grado di rafforzare e accelerare la transizione verde».

Oggigiorno, infatti, nelle sue operazioni sui mercati finanziari, la Bns non sceglie quali settori o imprese favorire o penalizzare, sottolinea Rossi. In pratica, quando investe le sue riserve o acquista titoli, si limita a seguire la struttura del mercato. In un contesto di crisi climatica, la Bns dovrebbe invece smettere di essere neutrale ed evitare investimenti in settori molto inquinanti, favorire imprese e attività compatibili con gli obiettivi climatici, integrare dei criteri ambientali nelle sue attività finanziarie. «Ciò consentirebbe alla Svizzera di diversificare i propri partner economici in funzione della loro sostenibilità ambientale, con un riscontro positivo anche sul piano reputazionale».

Il ruolo della Banca nazionale 

La Svizzera è una piccola economia aperta, continua l’esperto: una parte notevole del proprio Prodotto interno lordo dipende dalle esportazioni di beni e servizi (l’Ue in questo senso gioca un ruolo fondamentale). «Visto che sempre più imprese cercano di dislocare all’estero una parte della produzione dei loro beni, bisogna sviluppare l’economia dei servizi, facendo ulteriori accordi bilaterali con Paesi come la Cina e il Regno Unito, sia nel settore finanziario sia nel campo delle nuove tecnologie – in particolare quelle legate agli algoritmi: AI, machine learning, algoritmi predittivi, robotica intelligente e sistemi di raccomandazione basati sui dati. A questo riguardo, tuttavia, ci sono diversi problemi di non facile soluzione. La Cina è un Paese lontano e con delle barriere linguistiche non facilmente superabili, inoltre ha un regime politico-economico molto diverso da quello dei Paesi occidentali verso i quali le aziende svizzere hanno l’abitudine di esportare i loro prodotti. Il Regno Unito si presenta invece come un partner commerciale e finanziario interessante, grazie alla rilevanza della sua piazza finanziaria e a un rapporto con gli Stati Uniti oggi più solido rispetto a quello dell’Unione europea. Resta da sapere che cosa potrà offrire la Svizzera per indurre gli attori economici britannici a investire maggiormente nel nostro Paese con un orizzonte temporale di medio-lungo termine».

La recente discussione sui dazi statunitensi verso la Svizzera rivela una fragilità strutturale della politica e dell’economia elvetica, aggiunge Rossi. «Sul piano politico, Berna non è stata capace di tessere delle relazioni stabili e affidabili con i principali partner commerciali, facendo affidamento sulla forza del franco nei mercati finanziari per attrarre dei capitali stranieri – in verità più per motivi speculativi che per ragioni legate alla produzione di beni e servizi. La crisi finanziaria globale scoppiata nel 2008 e la crisi della zona euro scoppiata nel 2009 hanno messo in evidenza questi problemi, che però non hanno indotto le autorità politiche svizzere a ragionare e implementare una strategia di resilienza e ripartenza dell’economia nazionale basata su un approccio molto più autoctono, ossia in grado di sviluppare le attività economiche sul territorio indipendentemente da ciò che accade nel resto del mondo – che si tratti di una guerra commerciale, di tensioni di carattere geopolitico, o altri sconvolgimenti di ordine strutturale».

Finanziarizzazione: un bel problema

Sul piano economico – dice il professore – molte aziende, a cominciare dai grandi gruppi sul piano transnazionale, hanno continuato imperterrite a operare delle scelte strategiche basate sulla finanziarizzazione dell’economia globale (ovvero puntare su attività finanziarie quali acquisto di azioni, fusioni, speculazioni, buyback, ottimizzazioni fiscali), dando così la priorità agli obiettivi di breve termine anziché a quelli di crescita e sviluppo organico. «Questo è dovuto all’assunzione di dirigenti che antepongono la massimizzazione dei risultati finanziari a corto termine agli investimenti strategici di lungo termine (per innovazione, lavoro, competenze, qualità dei prodotti ecc.), indispensabili per evitare di fragilizzare l’azienda di fronte alle sfide colossali cui è confrontato il mondo economico». La finanziarizzazione indebolisce anche la sostenibilità ambientale, perché spinge le aziende a rinunciare agli investimenti verdi e di lungo periodo. Il risultato è un’economia più fragile, meno produttiva e meno preparata alla transizione ecologica. «È tempo di cambiare rotta».