Nodi morali

by azione azione
19 Gennaio 2026

Sorrentino affida a un magistrale Toni Servillo il dilemma della grazia

Paolo Sorrentino ama i contrasti, e La Grazia, arrivato in questi giorni nelle nostre sale, non fa eccezione. Anzi, ne fa uno dei principi strutturali. È un film che si muove tra opposti solo apparentemente inconciliabili e che, allo stesso tempo, torna a ricordarci quanto l’essere umano sia attraversato da dilemmi morali, dubbi e responsabilità. A incarnarli è Mariano De Santis, Presidente della Repubblica italiana, interpretato da un magistrale Toni Servillo, premiato con la Coppa Volpi all’ultima Mostra di Venezia.

Vedovo e cattolico, De Santis ha una figlia, Dorotea, giurista come lui e sua più stretta collaboratrice. Al termine del mandato, il Presidente si trova ad affrontare gli ultimi, delicatissimi compiti istituzionali: decidere su due richieste di grazia, autentici nodi morali, che si intrecciano in modo sempre più complesso con il dibattito su un nuovo disegno di legge sull’eutanasia e con la sua stessa vita privata. È una trama che affonda le radici in un contesto profondamente italiano, ma che apre interrogativi etici di portata universale.

Questa è la cornice entro cui il regista napoletano costruisce il suo puzzle cinematografico, fatto di dissonanze, deviazioni e improvvise stravaganze. I dubbi del Presidente ci vengono restituiti attraverso una messa in scena che alterna momenti onirici – spesso sottolineati dall’uso del rallenty – a improvvise incursioni nel comico, sostenute da una colonna sonora usata come contrappunto volutamente straniante. La vicenda si svolge perlopiù in uno spazio istituzionale rigidissimo, il più solenne del Paese, scandito da protocolli e rituali immutabili. Eppure, ad accompagnare questi gesti, troviamo una musica moderna e dissonante: i suoni elettronici di KI/KI, il rap di Guè Pequeno, il pianoforte di Ryūichi Sakamoto, fino a rumori provenienti dalla natura.

I contrasti emergono anche a livello visivo. Come nella sequenza in cui De Santis osserva, su un grande schermo, un astronauta che fluttua all’interno di una capsula spaziale, collocato sotto un quadro classico e austero. O ancora nella camminata del Presidente tra le strade di Roma nel giorno del suo commiato: un percorso tra la gente comune, accompagnato persino dalla presenza di un robot. Ma i contrasti più profondi sono quelli relazionali: tra padre e figlia, tra vecchi amici, o nel confronto con figure eccentriche come il Papa «nero» dai capelli rasta. Ogni elemento concorre a mettere in scena l’impossibilità di trovare risposte definitive ai grandi temi etici che da sempre attraversano il cinema di Sorrentino.

Al centro, però, resta soprattutto l’uomo dietro la carica. L’essere umano che indossa i panni del Presidente e tenta di risolvere questioni altissime, mentre è percepito come «cemento armato» per la sua incrollabile integrità morale. Eppure, a un certo punto, anche lui si lascia sfuggire una parolaccia. È in quello scarto, in quello squarcio di imperfezione, che forse si nasconde la vera grazia: nella fragile umanità che riaffiora sotto il potere.