Mai come nell’ultimo secolo l’umanità ha disposto di mezzi tecnici e tecnologici per realizzare i propri fini e «addomesticare» la natura. Se, però, guardiamo i risultati ottenuti, ecco che ci accorgiamo che i mezzi creati hanno di fatto preso il sopravvento diventando essi stessi un fine, e producendo esiti contrari a quelli desiderati. Tanto che le maggiori fonti di paura e di incertezza sono oggi conseguenza delle nostre innovazioni tecniche e non, come un tempo, di una natura matrigna e selvaggia.
La domanda è: i social rimbecilliscono? Molti se lo chiedevano già per la televisione, però qui ci troviamo di fronte a una sorta di salto di specie.
«Il mondo è più stupido, e ce ne siamo accorti tutti», ha scritto Lane Brown sul «New York Magazine», in una cover story molto ironica, ma dal retrogusto amaro. In copertina c’è una figura stilizzata, testa aperta e completamente vuota. In rosso, enorme, la scritta «The Stupiding of the American Mind», citazione parodica del saggio The Closing of the American Mind di Allan Bloom. L’articolo si intitola A Theory of Dumb (Una teoria della stupidità) e lascia poco spazio all’immaginazione. Forse non stiamo diventando solo più superficiali, più distratti, più irritabili. Forse stiamo proprio diventando più stupidi – il perimetro di analisi in questo caso sono gli Stati Uniti, ma il discorso si può ampliare almeno all’Occidente e a tutti i Paesi sviluppati.
I cultori della tecnologia rispondono che è solo un’impressione e cercano di spiegare il cambiamento in atto attraverso quattro punti: 1. Contenuti velocissimi e superficiali: molte piattaforme premiano video brevi e post poco complessi. I contenuti rapidi riducono la capacità di concentrazione e abituano il cervello a pretendere stimoli immediati. 2. Sovraccarico informativo: il flusso continuo di informazioni riduce il tempo per riflettere o verificare: questo può portare a opinioni più impulsive o superficiali. 3. Bias di conferma: gli algoritmi mostrano contenuti simili a ciò che già piace o in cui si crede limitando la capacità critica. 4. Dipendenza dall’approvazione sociale: like e commenti possono condizionare degradando i contenuti a quelli più semplici o estremi per catturare attenzione.
Insomma, saremmo fortemente condizionati: forse molto superficiali ma non ancora istupiditi. Ma la storia riserva sempre delle sorprese: eravamo convinti che la nostra crescita cognitiva fosse inarrestabile, anche e soprattutto grazie alle nuove tecnologie, e invece pare che le cose non stiano così. Dall’inizio del XXI secolo i social media hanno avuto un impatto enorme sul nostro modo di vivere e sulla nostra routine. Essi ci permettono di interagire con moltissime persone in un lasso di tempo brevissimo e possono fornire una mastodontica quantità di informazioni, ma tutto ciò è davvero così necessario?
Jonathan Haidt nel suo ultimo libro La Generazione Ansiosa. Come i Social hanno rovinato i nostri figli (Rizzoli), sostiene che social media e smartphone stanno «riconfigurando» (rewiring) il cervello dei giovani in modo dannoso. Secondo Haidt, l’uso intensivo delle tecnologie digitali è responsabile di una crescente crisi di salute mentale tra i giovani, contribuendo a problemi come deprivazione del sonno, frammentazione dell’attenzione, dipendenza, solitudine e perfezionismo. Studi di metanalisi, cioè studi che aggregano moltissimi altri studi precedenti per estrarre correlazioni significative, segnalano come all’aumentare dell’utilizzo passivo dei social network diminuisca il benessere soggettivo della persona. Altri studi di neuroimaging mostrano come i social media alterino la materia grigia (dove si concentrano i nuclei neuronali), in particolare quella delle aree delle emozioni, della presa di decisioni e dell’autocontrollo. Le piattaforme social utilizzerebbero algoritmi progettati per incoraggiare un uso prolungato, creando comportamenti di dipendenza simili al gioco d’azzardo.
Per difenderci potremmo sostenere che la tecnica è sempre stata un’ossessione, citando L’apprendista stregone di Johann Wolfgang Goethe (Walt Disney ne ha fatto un episodio di Fantasia) o Martin Heidegger (ha scritto libri importanti per il timore che il mondo si trasformasse in un completo dominio della tecnica), ma adesso ci troviamo davvero di fronte a qualcosa che sta silenziosamente mutando il nostro cervello.