Se questa è fiducia

by azione azione
19 Gennaio 2026

«Fiducia» è la parola dell’anno 2025 secondo l’Istituto Treccani. L’anno prima, 2024, la parola era «rispetto». Parole-auspicio più che fotografie dell’esistente. Le voci adatte a rendere il clima attuale sarebbero piuttosto i loro contrari: non «rispetto» ma «disprezzo», non «fiducia» ma «sfiducia», «diffidenza», «sospetto». E semmai, «paura». In un blog sempre ricco di proposte, Minima et Moralia (da seguire, 5+), Stefano Magi ci parla dell’«insostenibile leggerezza della fiducia» nell’amore, nell’amicizia, in famiglia, nel lavoro, nelle istituzioni: «Ti affidi a un tribunale, a un ospedale, a una scuola, a un’amministrazione pubblica perché ti aspetti regole stabili, risposte non arbitrarie, diritti uguali». Nulla di più difficile da ottenere, specie pensando che delle regole e dei diritti sarebbe responsabile la politica. Ma la politica ha rinunciato a conquistare la fiducia degli elettori, e in compenso punta tutto sulla credulità, sul fideismo, sulla fede cieca e aprioristica. La paura genera fideismo (1) e l’insostenibile pesantezza del fideismo genera mostri, basta guardarsi intorno per rendersene conto.

«Paura» rischia di essere la parola guida dell’anno appena (infelicemente) cominciato. Girano brutti ceffi da far spavento e non sono criminali comuni da quartieri malfamati, sono i grandi capi che governano il mondo: quelli che un tempo erano gli aghi della bilancia planetaria, quelli che calibravano le sillabe e le virgole fino alla noia, quelli che nel dubbio sposavano la cautela, la prudenza, il silenzio, persino l’ipocrisia. Oggi quegli stessi presidenti sono fondamentalisti della parola, sempre sulla scena, ultrà della televisione e dei social, parlano a vanvera, urlano, minacciano a muso duro o si sganasciano a seconda dell’umore di giornata, pensano una porcata e la realizzano un minuto dopo.

«Il 2026 sul pianeta Terra è cominciato così: un triste governo familista e repressivo, quasi certamente illegittimo e insediato grazie a brogli elettorali, è stato deposto in modo certamente illegittimo da una potenza straniera». Incipit dell’Amaca del 4 gennaio, la rubrica della «Repubblica» firmata da Michele Serra (5½). Niente di più schietto e pauroso. C’è chi ha scritto che Trump ci sta costringendo a stare con Maduro, il peggior dittatore sudamericano. Direi piuttosto che la brutalità di Trump ci sta costringendo ad apprezzare l’ipocrisia dei suoi predecessori.

Un gran libro (6-) appena uscito è quello di Gennaro Carillo, storico della filosofia, che riscopre la Temperanza (Il Mulino) come virtù «inattuale e rivoluzionaria». Se diventasse la parola dell’anno appena cominciato, ci sarebbe da festeggiare (con temperanza). Nel famoso affresco della Cappella degli Scrovegni di Padova, la Temperanza è raffigurata da Giotto come una giovane donna dall’aria assorta e serena, le labbra, atteggiate a un lieve sorriso, stringono un morso da cui si dipartono due piccole briglie, simboleggiando così l’esigenza di tenere a freno l’uso perverso della lingua. Considerata in anni lontani (quelli della contestazione) niente più e niente meno che un vizio piccolo-borghese, oggi, in un mondo in cui tutti danno fuori di matto, un po’ di moderazione, nel parlare e nel comportarsi, sarebbe un sollievo.

La temperanza, scrive Carillo, è stata talvolta, nei secoli passati, una via verso la felicità ma ormai ci basterebbe accoglierla come un freno salvifico alle pulsioni distruttive imperanti. Non è un caso se Thomas Mann nel 1937 fondò una rivista il cui titolo era «Mass und Wert» (Misura e valore). Dove scriveva, nella presentazione, che di fronte all’apparato scenico magniloquente e dozzinale del fascismo e del nazismo, la temperanza era tutt’altro che mediocrità. L’altra mattina ho sentito parlare, nella trasmissione quotidiana di RadioRai3 «Tutta la città ne parla» (5½), di «autoaffermazione disinibita» come di una malattia del nostro tempo. Non ricordo chi fosse il titolare di quella formula, ma gli assegno comunque un voto altissimo con lode, perché mi sembra fotografare al meglio una condizione psichica diffusa: il bullismo predatorio esibito senza ritegno. Se qualcuno ha fiducia, alzi la mano (col pericolo che qualcuno gliela tagli).