Che cos’è "Symmes", la space opera di produzione elvetica che prossimamente sarà disponibile gratis per il pubblico?
L’ecosistema di distribuzione delle opere cinematografiche si fa sempre più variegato, e non senza legittimi dubbi sul suo futuro (come con il recente annuncio della prossima acquisizione della Warner Bros da parte di Netflix, con inevitabile punto interrogativo sulle uscite previste per la sala). E tra le variazioni sul tema arriva, come un fulmine a ciel sereno, un oggetto curioso quale Symmes, un film di fantascienza di produzione ticinese.
Presentato in anteprima il 18 gennaio alla sede di Acer Europe a Bioggio, dove si sono svolte in parte le riprese, il lungometraggio del cineasta luganese Sebastiano B. Brocchi sarà poi inviato ai selezionatori di alcuni festival di settore, e infine, in data ancora da determinare, sarà messo a disposizione del pubblico in maniera totalmente gratuita, tramite piattaforme video come YouTube.
In Symmes le architetture reali del Ticino non sono semplice sfondo, mail dispositivo visivo con cui immaginare il futuro
Una scelta curiosa per un progetto che, al netto del budget dichiaratamente ridotto (anzi, «inesistente», per citare il comunicato ufficiale), si presenta come una space opera, espressione che richiama titoli come Guerre stellari o, più recentemente, Guardiani della Galassia. Due mondi che però non vanno accostati a quello immaginato da Brocchi, il cui approccio, ci ha spiegato, è più vicino a quello di Stanley Kubrick (2001: Odissea nello spazio) o Fritz Lang (Metropolis, che guarda caso era ambientato nell’allora futuristico… 2026). Aggiunge il regista, chiarendo ulteriormente il posizionamento del film nel panorama fantascientifico odierno, che «Riguardo all’approccio filosofico, non dico sia del tutto assente dalla cinematografia recente, ma diciamo che in genere negli ultimi decenni per far “reggere” il sottotesto filosofico di fronte al pubblico sembra necessario affiancarlo a un’altrettanto spinta componente action, penso alla trilogia di Matrix, alla serie Westworld… Un tempo – penso in particolare ai decenni precedenti ai Novanta – era più facile imbattersi in fantascienza filosofica che accettava di prendersi i suoi tempi per esplorare concetti anche non necessariamente mainstream».
E per quanto riguarda la scelta della distribuzione gratuita, alquanto inusuale per questo tipo di film? «La vedo come il naturale e più appropriato coronamento di un progetto mosso, fin dagli inizi, dal desiderio di “sfidare” in qualche modo tutta una concezione consumistica della società, delle risorse, eccetera, mettendo qui il messaggio umano e artistico davanti al tornaconto economico. Ho avuto la fortuna di lavorare con un cast e altre figure professionali che, a loro volta, hanno scelto di impegnarsi in questa produzione senza pensare a un ritorno finanziario, e mi sembrava giusto “onorare” questo spirito fino all’ultima tappa, cioè la distribuzione finale. A fronte di un’industria cinematografica che macina costi e ricavi titanici, ho provato a fare qualcosa di controcorrente».
E questo lo si vede già dalle prime immagini, con un uso sapiente di vere location ticinesi, come il Palazzo Mantegazza a Paradiso o il crematorio «Francesco Rusca» a Chiasso, per simulare ambienti futuristici suggestivi e/o inquietanti. E tenendo conto delle difficoltà produttive (l’interruzione dovuta alla pandemia ha portato anche a delle modifiche nel cast), ha effettivamente senso che un lungometraggio così libero, guidato dallo scontro tra essere e avere, sia libero anche nel suo arrivare al pubblico, quando sarà giunto il momento.
