Prima esposizione delle opere di Carlo Adolfo Schlatter (1873-1958) pittore e teosofo svizzero che visse, dipinse e morì a Firenze
Il mio primo incontro con l’arte di Carlo Adolfo Schlatter risale a qualche anno fa, quando ebbi l’occasione di visitare la casa museo a lui intitolata a Firenze, in Viale dei Mille 14, lontano dal centro, in una zona che all’epoca in cui il pittore vi abitò era ancora aperta campagna. Non si può non rimanere colpiti da quel villino discreto e appartato in cui tutto parla di lui, dentro e fuori, a cominciare dai due draghi in ferro battuto che se ne stanno sul tetto a guardia della casa, poi con l’autoritratto che ti accoglie nell’ingresso e persino con oggetti di vita quotidiana realizzati da lui stesso, fino alle grandi tele dipinte che adornano il salone.
Mentre mi aggiravo tra le opere in compagnia della pronipote dell’artista, Alessandra, mi domandavo com’era possibile che Schlatter fosse rimasto per decenni un perfetto sconosciuto o quasi, e la risposta fu presto data: l’artista era anche teosofo, praticava una disciplina spirituale rigorosa, non voleva far commercio delle sue opere e non dipingeva per vendere, ma per una necessità dello spirito.
Oggi la sua città gli dedica la prima mostra nella prestigiosa sede di Palazzo Medici Riccardi, a due passi dal Duomo. Un primo significativo assaggio, di una trentina di opere (su 350 tra casa e magazzino) tra pittura e grafica, per imparare a conoscere questo artista silenzioso e tenace. Carlo Adolfo nasce nel 1873 a Roma dove il padre era Console Generale svizzero in Vaticano, ma nel 1877, a seguito di una serie di drammatiche vicende legate all’unità d’Italia che travolsero il patrimonio degli Schlatter, la famiglia si trasferisce a Firenze dove il giovane viene avviato a studi commerciali.
Affascinato dall’ambiente artistico cittadino, tra macchiaioli, simbolismo e decadentismo, e dotato di grande sensibilità artistica, Carlo Adolfo rimane fortemente influenzato dalla personalità del suo connazionale Arnold Böcklin, anche lui residente a Firenze, e che insegnava alla Scuola del nudo. Fra Otto e Novecento Schlatter partecipa con dipinti suoi alle esposizioni in occasione della Festa dell’Arte e dei Fiori, nonché delle Società di Belle Arti di Torino, Firenze e Brera.
Dopo le contrastate nozze con Emma Moni, figlia di un generale dell’esercito italiano, nel 1899 può costruire con l’eredità liquidata dalla propria famiglia, il villino di Viale dei Mille, che diviene la sua casa atelier, il suo rifugio immerso nel verde. Per sostentare la famiglia, svolge lavori di tipo artigianale su committenza, da vetrate a disegni per il ferro battuto a copie d’arte per gli antiquari, per potersi dedicare senza vincoli all’attività creativa sua prediletta. È comunque una vita molto semplice, la sua, confortata da una moglie che lo sostiene incondizionatamente nel suo lavoro d’artista.
Tra i suoi soggetti preferiti, in questa fase postromantica intrisa di «macchia», paesaggi campestri e marini, e ne troviamo diversi in mostra. Trascorrendo i periodi estivi lungo la costa toscana, tra Livorno e Portovenere, ama dipingere en plein air con l’amico Fernand Riblet. Nel 1923 la morte di Emma lo porta verso una spiritualità sempre più intensa e vissuta, che si manifesta nell’attività grafica e di stesura di testi teosofici, talvolta interamente realizzati da lui in quanto manoscritti autografi e illustrati e perciò esemplari unici, o raccolti in volumi a stampa.
Muore a Firenze il 18 aprile 1958, lasciando un testamento spirituale in cui esprime il desiderio che le sue opere di pittura restino alla famiglia. È sepolto in uno dei cimiteri storici di Firenze, il cimitero «agli Allori», accanto alla moglie, a pochi metri dalla tomba monumentale del maestro Arnold Böcklin, che chiaramente gli ispirò uno dei dipinti esposti a palazzo Medici Riccardi, L’isola dell’amore, risposta luminosa e gioiosa alla più celebre Isola dei morti.
Ma entriamo nelle stanze del palazzo al pianterreno che ospitano la mostra. Ci accoglie l’autoritratto dell’artista accanto al ritratto della moglie, dipinta in un tondo di sapore rinascimentale come «nuova Eva». Una sezione intitolata «Paesaggi» propone alcune fra le prime opere del giovane Schlatter, tra naturalismo di stampo macchiaiolo e visione spirituale. Due grandi tele del 1917, Fantasma muto e La tomba degli eroi, indicano altri orizzonti simbolici carichi di una luce calda e potente.
La mostra ricostruisce anche un angolo dell’atelier di viale dei Mille, sulla base di una fotografia storica che ritrae Schlatter appunto nel suo studio: ecco la sedia, il cavalletto, il tavolo, la lampada e altri oggetti di mano dell’artista. Un dipinto dal soggetto ricorrente, Il cimitero di Portovenere spicca per la delicata bellezza paesaggistica soffusa di lirismo. Su due pareti fianco a fianco sono accostati L’isola dell’amore e Gli adoratori della luna in un tripudio di azzurri e verde, dove l’acqua è specchio del sentimento delle anime che vi si riflettono.
Una sezione è dedicata a «Manoscritti e libri a stampa», appartenenti al tardo periodo della sua attività . Qui l’adesione alla teosofia si manifesta negli eleganti volumi manoscritti e illustrati, dove pittura e scrittura si fondono in maniera inscindibile e armoniosa. Sono esposte anche matrici di stampa in legno, metallo e linoleum utilizzate per gli originali. La mostra si chiude con una videoinstallazione, un film in bianco e nero con l’attore Amerigo Fontani nei panni di Schlatter intento a scrivere il proprio testamento spirituale nel 1951, sette anni prima della morte. L’amore per i suoi cari, la devozione per l’arte in quanto veicolo di spiritualità , la richiesta di preservare la sua opera lontana dai commerci, il monito a non dare troppa importanza alla vita materiale risuonano in queste parole ricavate dal suo scritto.
E per chi fosse interessato ad approfondire la figura di Carlo Adolfo Schlatter, in concomitanza con la mostra fiorentina, all’Archivio Contemporaneo Bonsanti, in via Maggio 42, troverà esposta una selezione di documenti (foto, schizzi e il testamento originario) provenienti dal Fondo Schlatter, donato nel 2015 dagli eredi dell’artista al Gabinetto scientifico-letterario G. P. Vieusseux.
