Dichiarazioni, strategie e ambizioni: Trump, Mosca e Pechino si confrontano su una delle aree più delicate del pianeta
Non è soltanto una nuova Guerra fredda, ma una guerra fredda letterale, combattuta sul ghiaccio artico. Le minacce di una possibile annessione della Groenlandia da parte del presidente americano Donald Trump da mesi non sono più confinate alla sua retorica personale. La scorsa settimana sono state rilanciate in forma ufficiale anche dai suoi emissari, il vicepresidente J. D. Vance e il segretario di stato Marco Rubio, che mercoledì a Washington hanno incontrato i ministri degli Esteri di Danimarca e Groenlandia, Lars Løkke Rasmussen e Vivian Motzfeldt. Durante il colloquio, la Groenlandia – che fa parte ufficialmente del Regno di Danimarca – è stata esplicitamente indicata come un tassello strategico concreto della competizione globale nell’Artico.
Le risorse naturali
Sia Nuuk sia Copenaghen si oppongono a una «annessione» americana, e Rasmussen ha annunciato nuovi dialoghi per «esplorare se esistono possibilità di venire incontro alle preoccupazioni del presidente». Nel frattempo, l’Unione europea e la Nato stanno valutando come rafforzare la propria presenza militare in Groenlandia, mentre i primi contingenti dell’operazione Arctic Endurance – specialisti di alta montagna provenienti da diversi Paesi europei – sono già arrivati a Nuuk.
Per Trump «gli Stati Uniti hanno bisogno della Groenlandia per la sicurezza nazionale» e, secondo il presidente, dovrebbe essere addirittura la Nato a «guidare il processo» di integrazione come 51° Stato americano. Un passaggio che Trump considera «vitale» anche per il Golden Dome, il sistema di difesa missilistica in costruzione. Del resto la sfacciataggine delle dichiarazioni di Trump – che non ha mai escluso, in questo processo, l’uso della forza – inizia a intimorire gli alleati europei. Secondo diversi analisti militari, l’attuale Casa Bianca considera davvero l’isola più grande del mondo parte del proprio spazio strategico: una propaggine degli Stati Uniti che si estende fino all’Artico, una regione ancora poco sfruttata ma ritenuta estremamente ricca. La Groenlandia è abitata da circa 56 mila persone, concentrate in maggioranza nella capitale Nuuk e poi distribuite in centri come Ilulissat e Sisimiut, poco oltre il Circolo polare artico.
Il confine tra provocazione e convinzione nella presidenza Trump non è mai chiaro, ma la sua insistenza sulla Groenlandia ha riportato l’estremo nord del pianeta tra le priorità delle cancellerie europee. La questione della sicurezza nazionale, in realtà , era già sul tavolo da tempo. Nel marzo 2024 la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, era volata per la prima volta a Nuuk, dove aveva inaugurato un ufficio Ue definito «la presenza concreta dell’Europa in Groenlandia e nella più ampia regione artica», e aveva firmato due accordi di cooperazione per un valore complessivo di quasi 94 milioni di euro, nell’ambito del Global Gateway, la strategia di investimento dell’Unione europea nel mondo. I media parlarono allora di una «offensiva Ue» in Groenlandia, pensata per contenere il corteggiamento, già in corso da anni, da parte di Mosca e soprattutto di Pechino nei confronti dell’isola.
Cinque navi rompighiaccio e da ricerca
Ma per capire cosa intenda Trump quando parla di una minaccia russo-cinese nell’area – quando sostiene che attorno alla Groenlandia «ci sono cacciatorpediniere russe, cacciatorpediniere cinesi e, ancora più grandi, sottomarini russi ovunque», affermazioni forti e non confermate – bisogna tornare all’agosto 2025, quando in un messaggio piuttosto esplicito la Cina ha schierato simultaneamente cinque navi rompighiaccio e da ricerca nell’Artico, in una missione senza precedenti.
La flottiglia, guidata dalla Xue Long 2, ha attraversato lo stretto di Bering tra il 5 e il 7 agosto, operando tra il Mare dei Ciukci e quello di Beaufort, a ridosso dell’Alaska. Accanto alla nave ammiraglia c’erano piattaforme specializzate in veicoli subacquei autonomi, esplorazione dei fondali e immersioni profonde, in grado di raccogliere dati sensibili su cavi, risorse e conformazione del fondo marino. Formalmente si trattava di missioni scientifiche, ma la natura delle navi, i soggetti che le gestiscono e la loro presenza coordinata in un’area contesa hanno reso la Casa Bianca sospettosa. Poco dopo la Guardia costiera americana ha fatto sapere di monitorare da vicino le unità cinesi attraverso l’operazione Frontier Sentinel e con il dispiegamento di un aereo da pattugliamento HC-130J dalla base di Kodiak e del rompighiaccio Healy. Ed è proprio sulle rompighiaccio che si gioca una parte centrale della partita, perché sono i mezzi decisivi per controllare le rotte di navigazione e l’accesso alle risorse.
La Russia resta in testa
La flotta americana è ridotta al minimo: c’è la Polar Star, varata nel 1976 e ancora in servizio nonostante l’età , e la Healy, entrata in servizio nel 1999, che lo scorso anno ha subìto gravi danni a causa di un incendio. Più di recente è stata affiancata dalla Storis, una unità leggera. Il confronto con la Cina è impietoso: Pechino, che si è definito un Paese «quasi-Artico» nel 2016, dispone oggi di cinque rompighiaccio, una flotta in rapida espansione con capacità scientifiche e dual use. Sul piano della capacità strategica artica, però, la Russia resta nettamente in testa, con oltre 40 rompighiaccio, di cui almeno sei a propulsione nucleare. Uno squilibrio evidente già sotto l’amministrazione Biden, che aveva promosso l’ICE Pact, l’accordo fra Stati Uniti, Finlandia e Canada firmato due anni fa per la produzione congiunta di rompighiaccio. Ma spiega anche perché l’Artico sia diventato sempre più un teatro sensibile della competizione tra grandi potenze e perché Trump insista continuamente sul tema della sicurezza nazionale.
Trump resta però anche un uomo d’affari, e dietro le sue rivendicazioni sulla Groenlandia c’è altro. C’è il mito di una regione ricca di terre rare e di petrolio, su cui la comunità scientifica non è unanime, e ci sono soprattutto le rotte commerciali. A ottobre scorso Pechino ha inaugurato ufficialmente la China-Europe Arctic Container Express Route, quando la portacontainer Istanbul Bridge, partita da Ningbo il 23 settembre, è arrivata nel porto britannico di Felixstowe in circa venti giorni, aprendo un terzo corridoio commerciale tra Cina ed Europa. Una rotta che consente un collegamento diretto Cina-Europa in circa 18 giorni: oltre tre settimane in meno rispetto al passaggio dal Canale di Suez e circa una settimana più rapido del trasporto ferroviario euroasiatico.
