Ho perso la testa

by azione azione
19 Gennaio 2026

Che fine ha fatto la mia testa d’artista? La storia inizia con una domanda: «Ti andrebbe di diventare un pezzo di un’opera d’arte, sia pure contemporanea?». La proposta mi arriva da Margherita Oggero, amica e scrittrice. Come faccio a dire: no, grazie, preferisco di no. Quando mai mi ricapiterà un’altra occasione così? «Di cosa parliamo? Di un ritratto?». «No, è una scultura; non un monumento ma un work in progress». Beh, allora…

Margherita era sicura che avrei detto di sì. «Abbiamo appuntamento domani alle 4 del pomeriggio, nell’officina dello scultore, in via Andorno 22. Lì prenderanno le impronte delle nostre teste per ricavarne un busto. Devi rispettare due prescrizioni: venire struccato e portarti dietro un asciugamano. A domani…». Faccio appena in tempo a chiederle il nome dell’artista: Luigi Mainolfi, un protagonista dell’arte contemporanea. Dimenticavo: siamo all’inizio dell’anno 2011 – esattamente 15 anni or sono – e la città di Torino si prepara a celebrare il 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia.

Ho poche ore a disposizione per recarmi alla Gam, la galleria d’arte moderna, per documentarmi su Luigi Mainolfi: il suo nome mi era noto ma non le sue opere. Una giovane amica, archivista alla Gam, mi fa leggere una monografia di Riccardo Passoni e diversi cataloghi di mostre. I dati essenziali: Luigi Mainolfi è nato nel 1948 a Rotondi in provincia di Avellino e vive a Torino dal 1973. All’inizio le sue sono sperimentazioni forti, come calchi del suo corpo in gesso o cera che vengono poi lasciati degradare in acqua oppure calpestati dal tempo. Magari adesso vorrà fare un passo avanti, passare al corpo degli altri. Immagino i visitatori di una sua mostra sostare pensosi davanti a un bacile pieno d’acqua dove il mio busto si va lentamente disfacendo. Un dato mi piace: usa materiali poveri e naturali: terracotta, gesso, pietra lavica. L’osservazione di un critico m’inquieta: «per Mainolfi la superficie diventa “pelle” su cui incide storie, segni, memoria».

Lo studio di Mainolfi è un ampio loft con un soppalco. Posati qua e là sul pavimento tre o quattro esemplari dei suoi «animali fantastici». Li avevo già visti riprodotti, ma dal vivo, nella loro levigata, sinuosa e inquietante presenza, sono un’altra cosa. Lascio la precedenza a Margherita, non per cavalleria ma per viltà, voglio scoprire cosa sta per succedermi. Lei viene fatta sedere su un’ampia poltrona, avvolta fino al collo dall’asciugamano portato da casa, come si fa dal parrucchiere. Poi Jo Mainolfi, figlia e assistente di Luigi, dopo averle spalmato il viso con una crema, le applica degli strati di una rete impregnata di gesso dopo averli immersi nell’acqua. Pian piano tutta la superficie del viso viene ricoperta, lasciando le narici libere per respirare. Margherita non strilla: o l’operazione è indolore oppure lei è un fachiro, mi auguro la prima. In effetti, quando sarà il mio turno, scoprirò che è persino piacevole. Pochi minuti per far asciugare il gesso e la maschera viene via senza problemi.

Le nostre teste saranno in argilla rossa di Castellamonte, cotte nel forno. La pelle del viso e della testa non sarà bella liscia, ma, come spiegherà in seguito il cartellino dell’opera, «le superfici sono modulate dal segno di piccoli stampi: ognuno di questi evoca l’impronta di porte e finestre». Nel mio caso corrisponde al vero: da ragazzo, al fondo di una ripida discesa percorsa a folle velocità mi sono saltati, uno dopo l’altro i freni della bicicletta e sono andato a stamparmi la faccia contro una fitta rete di recinzione.

Andremo ad arricchire la grande opera Torino che guarda il mare, esposta in cima allo scalone di Filippo Juvarra a Palazzo Madama. Su un ampio ripiano sono disposte in file ordinate 210 teste di torinesi, rivolte idealmente verso il Mediterraneo. Che poi sarebbe la Riviera Ligure devastata dalla speculazione edilizia. Preferirei guardare verso il Baltico, ma non oso esprimere il mio desiderio all’artista. È già un grande onore entrare a far parte di un’eletta schiera. Tra gli altri guardano con me il mare l’allora sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, e il filosofo Gianni Vattimo.

Spiega un critico: «Ogni ritratto corrisponde a un contatto diretto dell’artista con il suo modello, una sorta di “ritratto d’ingresso”». Sono andato più volte a rivedermi. Sono trascorsi 15 anni. Vorrei ritrovare l’opera. Neanche Chat GPT ha saputo dirmi dove si trova attualmente, ma solo che è stata esposta nel 2022 a Cuneo e nel 2024 a Tarquinia. «Ma solo alcune teste». Ne deduco che sia stata smembrata, occupava un grande spazio. Qualcuno per caso è in grado di dirmi dove posso trovare la mia, di testa?