Al Teatro dell’Architettura di Mendrisio l’arte del costruire è messa sotto l’impietosa lente della satira
Disciplina tra le più nobili, l’architettura è sempre stata raccontata con atteggiamento celebrativo: miriadi di articoli, saggi, libri e mostre l’hanno incensata nel corso dei secoli rimarcandone il modo «sapiente, rigoroso e magnifico» (secondo le efficaci parole di Le Corbusier) di fondere erudizione umanistica e competenza scientifica per dar vita a spazi che definiscono la nostra identità e la nostra cultura. Cosa accadrebbe, però, se la narrazione dell’arte del costruire si discostasse per un momento dai resoconti ufficiali, spesso a uso e consumo di specialisti, per avvicinarsi invece a quelli alternativi, resi affilati e pungenti dall’ironia?
Una risposta ci viene data dalla rassegna ospitata al primo piano del Teatro dell’Architettura di Mendrisio, basata proprio sull’idea originale e un po’ sovversiva di osservare la scienza del progettare e dell’edificare da una prospettiva diversa, delineandone una sorta di contro-storia che trova nelle immagini umoristiche le sue fonti principali.
La satira come forma di conoscenza, dunque, capace di spazzare via in un batter d’occhio la retorica innalzata nel tempo attorno al settore dell’architettura, nonché di smontare con altrettanta leggiadra irriverenza la figura dell’architetto. Colui che per Leon Battista Alberti sapeva «con certa, e maravigliosa ragione, e regola, sì con la mente, e con lo animo divisare», ma che per le vignette di ogni epoca era invece spesso un soggetto poco raccomandabile, da denigrare senza mezzi termini.
In questo racconto anticonvenzionale delle trasformazioni architettoniche e urbane degli ultimi secoli attraverso caricature, cartoons, illustrazioni, fotomontaggi, film e altre forme d’espressione, si guarda così alla solennità della tecnica costruttiva con la levità dell’allegria e con il mordente del sarcasmo.
Sfruttando l’indubbia potenza della satira, genere che da sempre ha avuto un ruolo sociale e culturale fondamentale per comprendere e giudicare le dinamiche della società , la mostra mendrisiense ci porta a riflettere sul reale impatto dell’architettura sulla vita quotidiana, documentando la vulnerabilità e la complessità di una disciplina da sempre sospesa tra slanci ideali e limiti concreti.
I materiali radunati nella rassegna dal curatore Gabriele Neri, che da circa vent’anni colleziona meticolosamente immagini parodistiche legate alla sua sfera professionale, intessono una narrazione inusuale, toccando tematiche e sollevando quesiti spesso evitati dalla storiografia tradizionale. Rivolti a un pubblico ampio e per questo caratterizzati da uno stile incisivo e di grande effetto, questi documenti si muovono tra citazioni colte e riferimenti popolari, tra raffinate allusioni e battute triviali. In una gustosa commistione di registri alti e bassi, essi danno vita a una critica architettonica peculiare, tanto immediata e fugace quanto acuta e attendibile, sicuramente da affiancare a tutta la produzione ufficiale sull’argomento.
Il percorso espositivo, ricco di opere originali e riproduzioni, si articola in quattro sezioni, la prima delle quali non poteva risparmiare la figura dell’architetto, subito sbeffeggiato dalla frase di Flaubert che campeggia a inizio mostra: «Architetti: tutti imbecilli. Nelle case, dimenticano sempre la scala». Sono tante, dal Rinascimento ai giorni nostri, le rappresentazioni caricaturali di questo professionista: satire che, allontanandosi dai cliché che lo dipingono come un eroe capace di plasmare il mondo, ne mettono invece in dubbio abilità e onestà . Ecco allora John Nash, tra i più affermati progettisti e urbanisti britannici dell’Ottocento, trafitto dalla guglia di una sua chiesa londinese considerata da molti un vero e proprio orrore, o Walter Gropius, pioniere dell’architettura moderna, ritratto a dorso di un cammello mentre vestito da pontefice e con le mani piene di denaro sfila in un quartiere razionalista già prossimo al degrado.
Non mancano poi caricature e vignette sfrontate che restituiscono le reazioni della società alle imponenti metamorfosi urbane (i grands travaux parigini del Barone Haussmann, ad esempio, o gli sventramenti dei centri storici italiani in epoca fascista), così come alla costruzione di edifici fin troppo particolari quali il Crystal Palace di Londra, percepito come un mostro di cristallo, o la Looshaus di Vienna, che aveva sconvolto i più per la sua nudità architettonica.
La divertente panoramica sullo humour suscitato dai nuovi modelli abitativi presenta, tra i tanti materiali esposti, la maquette di Villa Arpel, parodia della dimora moderna del film Mon Oncle di Jacques Tati, i disegni che il celebre fumettista Jean-Marc Reiser ha dedicato agli edifici di Mario Botta, i modellini 3D delle invivibili case milanesissime firmate Alvar Altissimo e un esilarante spezzone del film Il ragazzo di campagna, con un Renato Pozzetto estremamente soddisfatto del microscopico appartamento preso in affitto nel capoluogo lombardo.
Se il destino è quello di ritrovarsi canzonati da caricature impertinenti, tanto vale per gli architetti diventare essi stessi vignettisti. Questo è il tema dell’ultima sezione. Le Corbusier ha ritagliato illustrazioni umoristiche dai giornali per poi riprodurle nei suoi libri, Gustav Peichl ha realizzato disegni caustici con lo pseudonimo di Ironimus mentre Alessandro Mendini ha prodotto satire pungenti influenzato dalla grafica sfrontata di Saul Steinberg. Per loro, come per molti altri architetti, è stato un modo per esprimere le proprie idee e, soprattutto, per guardare la propria professione con quello spensierato distacco che solo l’ironia può permettere.

