In Ticino lo screening gratuito è fondamentale nella prevenzione del tumore colon-retto
«Quando ho ricevuto l’invito per lo screening, quasi lo buttavo via: mi sentivo bene e non avevo sintomi. Ho fatto comunque il test, risultato positivo. La colonscopia ha trovato due polipi (uno precanceroso), rimossi subito e senza dolore. Oggi so che quel gesto mi ha probabilmente evitato un tumore. Fatelo, può salvarvi la vita». Sono le parole di Marco, 58 anni.
Ogni anno in Svizzera si registrano circa 4300 nuove diagnosi di carcinoma colon-rettale. Una semplice analisi delle feci o una colonscopia può fare la differenza. In Ticino, il programma cantonale di screening gratuito (avviato nel 2023) coinvolge circa 100’000 residenti tra i 50 e i 69 anni, permettendo di individuare e rimuovere lesioni precancerose e ridurre il rischio di tumore. Ne parliamo con il dottor Piercarlo Saletti, responsabile dei tumori colorettali alla Clinica Moncucco di Lugano, tra le strutture certificate dalla DKG (Società Tedesca per il Cancro). Questa qualifica garantisce cure oncologiche secondo standard internazionali, con protocolli basati su evidenze scientifiche, diagnosi accurate e trattamenti multidisciplinari.
Il dottor Saletti spiega che, negli ultimi anni, l’incidenza del tumore del colon-retto è in aumento, tendenza che sembra destinata a proseguire: «Tradizionalmente considerato un tumore tipico dopo i cinquant’anni, oggi si osserva sempre più spesso anche in persone più giovani, un fenomeno già evidente in altri Paesi e ormai riconoscibile anche alle nostre latitudini». Molteplici le cause: «Alla base c’è il fatto che ogni tumore è, in ultima analisi, una malattia genetica che può colpire chiunque. A questo si aggiungono fattori di rischio legati allo stile di vita, che rappresentano importanti concause». Il medico cita in particolare il fumo, il consumo eccessivo di alcol, l’obesità, la sedentarietà e un’alimentazione ricca di carni rosse e soprattutto carni processate, come insaccati e salumi. «Anche una dieta povera di fibre contribuisce ad aumentare il rischio. Per questo, pur mantenendo l’attenzione sullo screening dai 50 anni, è fondamentale riconoscere i segnali d’allarme anche nelle fasce più giovani e promuovere abitudini che riducano il rischio di sviluppare la malattia». I sintomi da non sottovalutare sono «soprattutto i cambiamenti dell’alvo, come l’alternanza tra feci più dure e più morbide, e la presenza di sangue nelle feci, che va sempre considerata sospetta fino a prova contraria. Nei tumori del retto possono comparire anche dolori locali, sebbene meno frequenti, mentre i dolori addominali, la perdita di appetito o di peso sono segnali più tardivi, spesso indicativi di una malattia già avanzata».
Secondo il medico, lo stile di vita può incidere in modo significativo sulla prevenzione del tumore del colon-retto: «L’attività fisica regolare, il mantenimento di un peso adeguato e l’astensione da tabacco e alcol sono interventi concreti ed efficaci». Anche l’alimentazione conta: «È utile ridurre i cibi processati e ricchi di grassi o carni rosse, privilegiando invece fibre, frutta e verdura. Esistono poi fattori ambientali e di stile di vita più difficili da controllare, come l’esposizione a microplastiche o l’eccesso di bevande zuccherate confezionate, che riguardano soprattutto i più giovani. È quindi fondamentale un’educazione capillare alla popolazione». Pur non potendo eliminare ogni rischio, adottare abitudini sane può comunque ridurli in modo rilevante. Saletti sottolinea che prevenzione primaria e secondaria sono strettamente complementari: «Da un lato è possibile agire sugli stili di vita, dall’altro lo screening resta decisivo». Ricorda che la maggior parte dei tumori del colon-retto nasce da alterazioni della mucosa che, nel corso di anni, evolvono in polipi e, in genere, da questi si sviluppano poi tumori: «Un processo che, nella grande maggioranza dei casi, richiede fino a dieci anni, offrendo quindi un ampio margine per intervenire, ma solo se le persone aderiscono ai programmi di screening».
La colonscopia «permette di osservare direttamente l’intestino e rimuovere immediatamente eventuali polipi, interrompendo la progressione verso il tumore». Il test FIT ricerca tracce microscopiche di sangue nelle feci: «Pur non identificando direttamente i polipi, ha dimostrato un’elevata efficacia nel ridurre il rischio di ammalarsi e di morire per questa malattia». Tuttavia, convincere la popolazione a partecipare regolarmente allo screening resta una sfida: «Servono tempo, informazione e un cambiamento culturale, poiché spesso le persone si sentono invulnerabili o temono che un esame possa rivelare qualcosa di serio». Per questo, conclude il medico, «programmi cantonali come quello in corso nel nostro cantone sono fondamentali: rendono lo screening accessibile a tutti dai cinquant’anni in poi e permettono una reale prevenzione del tumore del colon-retto». Insomma: «Lo screening salva la vita: scoprire un tumore in fase precoce significa avere altissime possibilità di guarigione e affrontare cure molto meno pesanti. Evitare i controlli, invece, espone al rischio di diagnosi tardive che richiedono terapie complesse e incidono sulla qualità di vita, talvolta anche con conseguenze permanenti come una stomia (un’apertura artificiale creata chirurgicamente tra un organo interno e la superficie del corpo). Aderire allo screening è quindi un gesto semplice che protegge il futuro».
Centrale il ruolo del medico di famiglia: «Conosce davvero il paziente, ne comprende la storia e può guidarlo con autorevolezza verso la prevenzione e lo screening. Recuperare questo rapporto di fiducia è essenziale, perché un consiglio personalizzato e diretto aumenta l’adesione agli esami e permette di intercettare la malattia prima che sia troppo tardi».
Per completare il quadro sullo screening del colon-retto e sul valore della diagnosi precoce, abbiamo chiesto un approfondimento anche a un chirurgo specializzato nelle patologie del colon-retto: «Accanto al ruolo fondamentale di gastroenterologi e oncologi, il chirurgo interviene nei casi in cui polipi o lesioni scoperte durante lo screening non possono essere rimossi endoscopicamente, o quando la diagnosi precoce permette interventi sempre più mirati e mini-invasivi». Il dottor Olivier Gié, specialista in chirurgia viscerale alla Clinica Luganese di Moncucco, ci permette di fare il punto su quando entra in gioco la chirurgia e su come lo screening stia cambiando l’approccio terapeutico: «Lo screening con test FIT non individua i polipi, ma segnala la presenza di sangue occulto, indicando la necessità di una colonscopia». Con le tecniche attuali, circa l’80% dei polipi può essere rimosso endoscopicamente: «La chirurgia serve in particolar modo quando la lesione è nel retto, dove lo spazio è ridotto, o quando la lesione mostra caratteristiche di malignità, perché vanno asportati anche i linfonodi».
Grazie alla diagnosi precoce, molti tumori iniziali possono essere curati con interventi meno invasivi e mirati, soprattutto nel colon: «Per il retto, invece, la gestione è multimodale: chirurgia, radio – e chemioterapia vengono elaborate insieme in centri specializzati come il nostro, per garantire la cura più efficace e personalizzata al contesto del paziente».
