Un set di vite e paesaggi drammatizzati

by azione azione
12 Gennaio 2026

Uscito a dicembre su Netflix, Jay Kelly sfida le aspettative di chi ama Noah Baumbach facendo slittare il realismo verso l’allegoria

I primi fotogrammi di Jay Kelly – attore famoso alla fine della carriera, e spaventato dalla solitudine – sono girati in un set cinematografico, nel vero senso del termine: luci bluastre su sfondo nero, fari puntati nel vuoto che evidenziano ombre di macchinisti e impalcature, attori che parlano al telefono con i propri cari in attesa che si giri un altro spezzone di film, addetti ai lavori che corrono: una carrellata di immagini che mescola realtà e finzione. «Di’ qualcosa, Jay» chiede un tecnico per la prova microfoni: «Io ti amo» risponde George Clooney nei panni del protagonista. «Qualcosa di più, per favore», chiede ancora il tecnico: «Dieci, nove, otto, sette, martedì, giovedì, mercoledì», risponde Jay, con la stessa voce tragica e profonda, con cui recita l’ultima scena, gli ultimi minuti di vita del personaggio: «Possiamo rifarla?», chiede dopo essere morto…

Non è un errore di tono, né confusione gratuita o un cedimento pacchiano: è una dichiarazione di poetica. Qui il film chiede allo spettatore non di credere a quel che vede, ma di guardare oltre al puro realismo, per dare un’altra lettura alle espressioni facciali apparentemente esagerate degli attori (bravissimo Clooney, e altrettanto bravo il co-protagonista Adam Sandler, tanto da essersi già garantiti una nomination ai Golden Globe 2026 e al Gotham Awards), ai colori troppo caldi, all’enfatizzazione del paesaggio italiano che fa il doping ai cliché, alla sovrapposizione delle bellezze di Parigi. Quasi come se ci trovassimo ne La meravigliosa storia di Henry Sugar e altre tre storie di Wes Anderson dove l’artificio è sfacciato: set finti, palcoscenici teatrali, attori che narrano invece di impersonare. Di là si esaspera l’emotività, di qua la si congela.

Uscito a dicembre su Netflix, Jay Kelly è diretto da Noah Baumbach, regista noto per l’iperrealismo emotivo che qui, secondo noi, per l’appunto, esalta scegliendo di metterlo in crisi. «Sai papi? Ultimamente sento che la mia vita non è reale», Jay lo ripete due volte, una dietro l’altra, durante un flashback. È di questo, cioè del rapporto tra vita e drammaturgia, che parla il film, andando proprio contro l’aspettativa di chi ama Baumbach, producendo uno scarto che una parte della critica ha letto come eccesso, ridondanza, sopra le righe. Molte delle riserve suscitate da Jay Kelly ruotano infatti attorno alla perdita di misura, con scene che sembrano spingere il realismo fino a deformarlo. E infatti, per tornare ad Anderson, Baumbach fa l’operazione opposta: parte da una forma riconoscibile e la lascia slittare lentamente verso l’allegoria. Anderson è esplicito; Baumbach reticente. Ecco perché secondo noi, Jay Kelly andrebbe guardato non come un dramma psicologico mancato, ma come una fiction dichiaratamente anti-realistica, che assume il punto di vista di un protagonista incapace di percepire il mondo se non già drammatizzato.

Clooney interpreta un uomo che ha vissuto troppo a lungo dentro forme di rappresentazioni di un sé che non erano il suo, Sandler gli fa da contrappunto più concreto. Ma se Jay Kelly raccontasse semplicemente una crisi esistenziale nel mondo della cinematografia sarebbe banale e scontato, di sicuro non un film d’autore. Certo, è anche la storia di un attore famoso che fatica a tornare a una realtà non mediata, non spettacolarizzata, non già raccontata. Ma qui a rendere il film «bello» è proprio la forma che si mette al servizio del contenuto, restituendogli uno spessore non scontato; è bello, dunque, non di per sé quello che dice, ma il modo in cui lo dice. Perché è proprio nella forma «esagerata» che Jay Kelly esprime la sua coerenza, trasformando una storia realistica in un caleidoscopio di forme allegoriche, con immagini al limite dell’onirico, sempre più esplicito man mano che prosegue il film. Non la narrazione della vita di un attore al termine della sua carriera, ma la realtà di un uomo drammatizzata come fosse un film, secondo lo sguardo del protagonista.