La festa del Santo Niño – Ati-Atihan di Kalibo avrà luogo dal 16 al 18 gennaio, un’occasione imperdibile per visitare la nazione più globalizzata del mondo
Folclore messicano e paesaggi polinesiani. Siamo però in Sudest Asiatico, nelle Filippine, dove il Santo Niño – Ati-Atihan di Kalibo, nell’isola di Panay, è la più importante festa religiosa dell’arcipelago evangelizzato dagli Spagnoli: quest’anno ha luogo dal 16 al 18 gennaio. Una manifestazione sincretica in cui la religione cattolica si mescola a precedenti riti animisti, all’epica delle etnie indigene e ad aspetti commerciali e mediatici della società occidentale. Due filippini su tre dichiarano di sentirsi molto vicini a dio, ma per celebrare il Bambin Gesù le processioni religiose si mescolano a band musicali, corpi dipinti, maschere di piume che ricordano i riti precolombiani, fachiri e succinte ballerine che sembrano uscite dal carnevale di Rio.
La festa ha origini precoloniali come celebrazione di Anito, lo spirito ancestrale. È legata anche ai Maragtas, i dieci capi tribù Malay che nel XIII secolo raggiunsero l’isola di Panay dal Borneo e comprarono, in cambio di alcuni monili, le pianure costiere dagli Ati (etnia di montagna di Panay) scesi a valle a seguito di una carestia. Storia e leggenda si confondono. Certo è che i missionari spagnoli, fin dal Seicento, aggiunsero alla festa significati legati al culto cattolico.
La più globalizzata del mondo
L’attuale impostazione risale agli anni Cinquanta del Novecento e fu implementata dall’industria del turismo bisognosa di richiami folcloristici per i visitatori, soprattutto americani (le Filippine sono state colonia degli Stati Uniti dal 1900 al 1946) che raggiungevano le favolose spiagge dell’arcipelago.
Religiosa, animista, pagana, turistica o commerciale, Ati-Atihan è la più esuberante manifestazione di folclore delle Filippine. Evento raro in un Paese americanizzato in cui ci si disseta con la Coca-Cola, privo di tradizioni forti, classificato da «The Economist» come la nazione più globalizzata del mondo.
Copricapi piumati e travestiti
Le strade di Kalibo sono invase da cortei danzanti di uomini e donne con volti dipinti e vistosi copricapi piumati. Tra sacro e profano, immagini del Niño si mescolano a simboli pagani, a show di travestiti, a bande di ottoni e tamburi, a tavolate con maialini arrosto, a fiumi di birra.
Molti costumi ricordano le danze azteche, perché le Filippine – abitate da etnie Malay – furono governate per quattro secoli dalla Spagna attraverso il Messico e da quest’ultimo hanno attinto il folclore. L’eredità messicana è rimasta nella battaglia dei galli e nelle feste religiose. Crocifissioni, riti a tinte forti e colorate esplosioni di follia: testimoni del pathos con cui i Filippini vivono la fede.
Qui le processioni religiose si mescolano a band musicali, corpi dipinti, maschere di piume che ricordano i riti precolombiani, fachiri e succinte ballerine che sembrano uscite dal carnevale di Rio
L’arcipelago delle Visayas
Ati-Atihan è il pretesto per esplorare le Visayas, il principale arcipelago delle Filippine con decine di isole. Il volto balneare di un Paese che – ai margini del Sudest Asiatico, affacciato sul Pacifico ai confini con la Micronesia – presenta scenari polinesiani (a basso costo) tra lunghe spiagge di sabbia bianca bordate di palme curvate dal vento, barriere coralline, lagune e fondali popolati da variopinte specie marine.
Kalibo è a meno di due ore di viaggio da Boracay, la più famosa destinazione filippina. L’isola più bella secondo i depliant dei tour operator. Di certo la più turistica. Indiscutibile il fascino di spiagge tropicali e mare cristallino, ideale per snorkeling, immersioni, escursioni con piroghe a bilanciere o barche a vela. Magnifica cartolina, ma anche meta sfruttata e cementificata. Attorno ai 4 km di White Beach – un tempo terminale filippino delle migrazioni hippy – c’è una schiera di grandi alberghi: lusso, piscine, campi da golf, sport nautici, discoteche, mondanità e strade ben asfaltate (raro da queste parti). I ristoranti propongono piatti di tutto il mondo: la cucina filippina è la meno attraente dell’Asia. E la globalizzazione infuria con fast food, shopping center, negozi di famosi brand e prodotti e stili di vita made in Usa.
L’eco-chic di Naburot
Atmosfera opposta a Naburot, isola resort al largo di Iloilo, nel sudest di Panay. Colorata da palme, mangrovie, pandani, frangipani, ibischi e bouganville, offre un’esperienza estetico-esistenziale. Frequentata da manager in fuga dallo stress, incarna il ritorno a silenzio e piaceri naturali. È il top dell’eco-chic con zero distrazioni tecnologiche e cibo cucinato su fuoco a legna. Nacque come isola privata per le vacanze di una famiglia locale. Poi fu adibita all’ospitalità ricreando l’atmosfera delle antiche dimore filippine. Sei cottage e due case sono costruiti con legname proveniente da abitazioni tradizionali, relitti di velieri, chiese di campagna: integrati con bambù, tronchi portati dal mare, ossa di balena, pannelli in madreperla. I lavandini sono conchiglie giganti. I mancorrenti, costole di scafi nautici. Le travi, alberi di navi. Le basi dei pilastri, macine in pietra per il riso. Reti da pesca fissano i tetti di fibra vegetale. E ruote dei carri formano le ringhiere dei balconi.
La penisola di Moalboal
Se le Filippine sono il Paese asiatico che meglio appaga il desiderio di mare, la penisola di Moalboal a Cebu è il migliore indirizzo per le immersioni. Nell’arcipelago sbarcano subacquei da tutto il mondo perché le sue acque vantano 40mila kmq di barriere coralline e la maggiore biodiversità marina: 500 specie di coralli e 21mila di molluschi. È nel triangolo tra Filippine, Indonesia e Nuova Guinea che ha avuto origine la maggioranza delle specie degli oceani Pacifico e Indiano. Questa macroregione – estesa da Manila alla penisola di Malacca e alla costa settentrionale dell’Australia – registra la maggiore densità insulare del pianeta (oltre 21mila isole) e una grande varietà di habitat ed ecosistemi che ha permesso l’evoluzione di migliaia di forme di vita.
L’isola di Cebu
Situata nella zona centro-meridionale dell’arcipelago delle Visayas, tra Negros e Bohol, Cebu è un’isola lunga 200 km e larga 40 con una superficie di 4933 kmq, un ottavo della Svizzera. In aereo o in traghetto si sbarca a Cebu City, il suo capoluogo con un milione di abitanti. Luogo storico e simbolico per il cristianesimo nelle Filippine perché qui Ferdinando Magellano innalzò la prima croce il 14 aprile 1521 dopo la conversione di Rajah Humabon con la sua famiglia e 800 isolani. La croce (originale per la fede, non per la storia) è ospitata in un tempietto affrescato con scene del suo innalzamento. Dell’epoca spagnola in città restano le rovine del forte di San Pedro (1565) e la Basilica Minore del Santo Niño (1740) con la statua di Gesù bambino vestito da conquistadores.
Tra alcionarie e gorgonie
Da Cebu City si raggiunge Moalboal, 88 km più a sud, la penisola che vanta fondali con scogliere coralline dalle mille sorprese e un’infinità di variopinte forme vita: madrepore e spugne di ogni specie e dimensioni, articolate alcionarie e gigantesche gorgonie. Ci si può immergere fino a 60 metri di profondità . La visibilità varia da 10 a 30 metri. E la temperatura del mare non scende mai sotto i 26°C. Lo spot più noto e spettacolare è Pescador Island, una piccola isola «tuttoparete» ricca di fauna dove anche i meno esperti possono immergersi tra coralli, spugne, molluschi e crostacei.
Il Sampaguita Reef è invece una parete sommersa lunga 9mila metri, con un drop off di tetti e piccole tane, ricco di madrepore, spugne e nudibranchi: è alla portata anche dei principianti. La maggiore concentrazione di gorgonie è nella barriera al largo della candida White Beach. Sanken Island è invece una secca con un cappello a 26 metri di profondità , dove s’incontra la maggiore varietà di pesci. Diversi dive resort forniscono attrezzature e propongono immersioni con istruttori locali che sorvegliano tutte le fasi dell’esplorazione degli abissi marini.
Oltre alle attività subacqee, a Moalboal si compiono escursioni alle Kawasan Falls: in mezz’ora a piedi si raggiunge la prima cascata, sotto cui si può passare in zattera grazie a un gioco di corde. E si visita la Orchid Gallery, un vivaio con trecento varietà di orchidee.
Nell’interno dell’isola di Bohol, attigua a Cebu, si ammira il paesaggio surreale delle Chocolate Hills: 1268 colline coperte di erba alta che nella stagione secca prende il colore del cacao.





