Lungo le zone d’ombra della letteratura

by azione azione
12 Gennaio 2026

Dante, Manzoni, Tanzi e De Sanctis: nell’ultima opera di Martinoni, una mappa dei percorsi meno noti delle opere italiane tra   Svizzera e Lombardia

Si intitola Letteratura in viaggio la nuova pubblicazione di Renato Martinoni. Il volume raccoglie un’ampia scelta di scritti del filologo locarnese, già professore di letteratura italiana a San Gallo e Venezia, per lo più composti nell’arco degli ultimi anni. Si tratta di contributi di alta e rigorosa erudizione, certo, ma al tempo stesso di pagine in cui la vivacità fa il paio con la capacità di ritrarre vividamente le figure al centro del testo.

Il volume – a cui avrebbe forse giovato un sottotitolo che esplicitasse figure e temi portanti, mentre risulta utilissimo l’indice analitico finale (Giovanni Pozzi diceva che gli indici sono gli occhi dei libri) – si apre tematizzando alcune reminiscenze dantesche nell’ambito dell’emigrazione ticinese ottocentesca, per poi indagare i rifacimenti dialettali della Commedia sulla scia della parodia portiana.

Appassionanti le pagine dove l’autore esamina i pochi indizi attendibili attorno al più misterioso e affascinante personaggio dei Promessi Sposi, l’Innominato. Su questa figura presuntamente storica si sa che Manzoni è reticente («colui che noi, grazie a quella benedetta circospezione de’ nostri autori, saremo costretti a chiamare l’innominato»). Le scarse notizie si ricavano principalmente da autori non proprio attendibili come il Rivola o il Ripamonti, mentre Martinoni convoca ulteriori fonti che ne recano traccia, come i Räuber di Schiller, o il milanese d’adozione Ambrogio Fornero, per anni famiglio del cardinale Borromeo. E proprio scavando negli atti di beatificazione del cardinale del 1603 ci si imbatte in una dichiarazione a dir poco clamorosa del Fornero: l’Innominato sarebbe un signorotto leventinese! Purtroppo anch’egli ne tace il nome.

Ma il cuore del volume è costituito da una parte da un denso contributo che recupera un poeta del XVIII secolo troppo a lungo ritenuto marginale, Carl’Antonio Tanzi; dall’altra dallo scavo sugli anni zurighesi di Francesco De Sanctis, scavo che porta alla luce aspetti poco noti dell’«esilio» elvetico del grande letterato irpino. In merito al Tanzi va ricordato che il massimo studioso di letteratura lombarda, Dante Isella, si è fatto promotore di clamorosi recuperi e doverose riscoperte (basti pensare al caso di Delio Tessa). E si deve in gran parte a lui la definizione della cosiddetta «linea lombarda», i cui rappresentanti sarebbero accomunati da una forte adesione alla realtà e dalla rivendicazione di un fondamento morale nella loro scrittura.

Ora, tra i precursori di tale nobile schiera figura anche Carl’Antonio Tanzi, benché il cono d’ombra proiettato da chi lo ha preceduto e seguito (da Bonvesin fino a Loi) lo abbia relegato decisamente nelle retrovie. Le pagine di Martinoni sono perciò tanto più meritorie poiché mettono in primo piano un poeta scarsamente frequentato (e in ogni caso un canone «non è per sempre», ma va soggetto a periodici aggiustamenti e revisioni). Ne emerge una figura ricca di sfumature e di implicazioni culturali: poeta in dialetto in primis, ma dotato di una consapevolezza teorica capace di indurlo a tentare di realizzare la prima storia della poesia dialettale, anche per contrastare chi afferma (Giordani) che la Lombardia «è incolta e senza soggetti di merito in poesia».

Altro contributo fondamentale del libro riguarda, come detto, la presenza di De Sanctis in Svizzera. La sua chiamata al Politecnico di Zurigo nel 1856 è forse il capitolo più noto degli intensi rapporti culturali tra Svizzera e Italia. Rapporti che si sono fatti via via più stretti a ridosso dell’Unità italiana. Le pagine dedicate ai suoi anni zurighesi mettono in luce gli aspetti meno noti della sua permanenza sulle rive della Limmat.

Dal punto di vista dei contatti culturali, il soggiorno di De Sanctis a Zurigo si può definire come una sequenza di occasioni mancate. Insofferente del clima, a disagio per una mentalità ai suoi occhi troppo chiusa, è poco propenso a lasciarsi coinvolgere negli ambienti letterari locali, così come sono scarsi i legami accademici con i colleghi di facoltà. Tuttavia, nonostante le difficoltà, gli anni zurighesi risulteranno fecondi per la realizzazione del suo capolavoro, quella Storia della letteratura italiana verso cui sono debitrici tutte le compilazioni posteriori.

Molto interessanti sono poi le pagine sul viaggio in Italia di Heine dove la verve del poeta di Düsseldorf (nota a chiunque abbia letto lo straordinario Idee: il libro Le Grand), si sprigiona scintillante al contatto con il Belpaese. Ebreo convertito al protestantesimo, Heine è conquistato dall’arte religiosa italiana. Un pomeriggio, trovando riparo dalla canicola nella fresca penombra di una chiesa, annota: «Non provo odio per la chiesa romana. Anzi, trovo che il cattolicesimo sia un’ottima religione estiva».

Il volume, molto più ricco di quanto questo resoconto possa dar conto, include pagine su Hesse, Ungaretti o sullo sconosciuto valmaggese Emilio Zanini, per concludersi con una toccante visita dell’allora giovane ricercatore a Golo Mann nella sua villa di Kilchberg. Nella quale pare di scorgere, come un convitato di pietra, la severa ombra paterna.