L’Iran in rivolta contro la crisi

by azione azione
12 Gennaio 2026

Non solo giovani in piazza: ora anche commercianti, bazari e ceti tradizionali sfidano apertamente il regime

L’Iran brucia, e non è una metafora. L’estensione geografica delle rivolte continua ad allargarsi mentre il bilancio dei morti, degli arresti e delle sparizioni cresce di ora in ora. Le proteste hanno già coinvolto centinaia di località, decine di città e la quasi totalità delle province del Paese. I numeri ufficiali parlano di alcune decine di vittime e di oltre mille arresti, ma chi conosce il funzionamento della repressione iraniana sa bene che si tratta di cifre ampiamente sottostimate. Non si contano le sparizioni forzate, le impiccagioni sommarie, le confessioni estorte davanti alle telecamere. È la fase terminale di un regime che tenta di sopravvivere contando sull’indifferenza della comunità internazionale e sul silenzio che cala quando i crimini vengono commessi a porte chiuse.

A Teheran si combatte quartiere per quartiere. Al grido di «Morte a Khamenei», i cittadini incendiano motociclette e mezzi delle forze repressive, bloccano le vie di comunicazione, rispondono ai lacrimogeni con pietre e bottiglie incendiarie mentre i mercenari del regime sparano ad altezza di persona. «Questo è l’anno del sangue, il regime sarà rovesciato», gridano. Non c’è più spazio per i compromessi. Queste rivolte non sono la prosecuzione lineare del movimento «Donna, Vita, Libertà» esploso dopo l’assassinio di Mahsa Amini. Il volto della protesta è cambiato. I protagonisti non sono più, o non solo, studenti e giovani disarmati. In prima linea ci sono i bazari, i commercianti, settori conservatori della società, monarchici, ex sostenitori del regime strangolati dal disastro economico. Le manifestazioni non sono più a mani nude: a Shiraz un manifestante ha persino utilizzato un lanciafiamme improvvisato contro i poliziotti. La tattica è quella del «mordi e fuggi», gli scontri sono duri, e il piano della Repubblica islamica di soffocare subito la rivolta è chiaramente fallito. Pesano anche le prime defezioni nell’apparato repressivo e nei Guardiani della Rivoluzione, sempre meno motivati a morire per un potere in disfacimento.

A pagare il prezzo più alto, ancora una volta, sono gli studenti e i giovanissimi. A mani nude affrontano i paramilitari, vengono inseguiti persino negli ospedali, come a Ilam, o presi nei dormitori delle università. Il Consiglio di coordinamento dei sindacati degli insegnanti parla apertamente di «crimine contro il futuro del Paese» e denuncia centinaia di adolescenti arrestati. Le ragazze, in particolare, restano il bersaglio simbolico e materiale della repressione: corpi da punire, da spezzare, perché rappresentano l’idea stessa di libertà che il regime teme più di ogni altra cosa. Anche se oggi gli slogan femministi si sentono meno, l’eredità di «Donna, Vita, Libertà» continua a vivere nei gesti di disobbedienza quotidiana e nello sguardo di chi non accetta di tornare indietro. Il quadro politico è reso ancora più instabile dalle pressioni esterne. Secondo fonti di intelligence citate da «The Times», Ali Khamenei avrebbe già pronto un piano di fuga verso la Russia, nel caso in cui l’apparato militare e di sicurezza collassasse. Una cerchia ristretta di familiari e collaboratori, incluso il figlio Mojtaba, lo seguirebbe a Mosca, protetto dall’ombrello di Vladimir Putin. Il precedente siriano pesa come un macigno e il timore di fare la fine di Assad non è più un’ipotesi remota.

Sul fronte internazionale, Donald Trump ha ammonito più volte Teheran, minacciando «un colpo durissimo» se la repressione dovesse trasformarsi in un massacro aperto. Intanto milizie sciite irachene, legate a Hezbollah e ai pasdaran, vengono fatte affluire in Iran sotto copertura di pellegrinaggi religiosi per rafforzare la repressione. Il regime tenta di comprare tempo promettendo sussidi e distribuendo riso alle proprie forze, in cambio della violenza. I manifestanti rispondono gettando quel riso in aria, gesto simbolico di disprezzo e di vittoria. Contestano non solo la gestione economica, ma anche la politica estera: «Né Gaza né Libano, darò la vita solo per l’Iran». È uno slogan che affonda le radici nel Movimento Verde del 2009 e che oggi ritorna con forza, segnando la frattura profonda tra la società iraniana e l’ossessione ideologica del regime per l’«Asse della resistenza», da Hezbollah ad Hamas. L’Iran entra nel 2026 sotto una convergenza di pressioni interne ed esterne senza precedenti dalla fine della guerra con l’Iraq. Secondo osservatori e organizzazioni come HRANA, la protesta non arretra, anzi si diffonde anche nei centri più piccoli, coinvolgendo strati sociali sempre più diversi. Questa è una Nazione che rifiuta di arrendersi. Chiede una cosa semplice e terribilmente difficile: che il mondo non resti in silenzio, che non collabori con chi la opprime, che non chiuda gli occhi mentre ospedali e scuole diventano luoghi di caccia alla persona. La Repubblica islamica sta mostrando il suo volto finale, quello più feroce. Sta all’Occidente decidere se limitarsi a osservare o se riconoscere, finalmente, che la lotta degli iraniani è anche una battaglia per la dignità e le libertà universali.