Il caos di un sabato sera

by azione azione
12 Gennaio 2026

Massimo Gezzi in Adriatica, il suo primo romanzo, costruisce una cornice narrativa tra adolescenti, vecchi amori e memorie fragili

Il primo romanzo di Massimo Gezzi non è un affresco sociale dell’Italia contemporanea (la rissa al pub in cui viene trasmessa Inter-Juve in tv – con corollario di aggressione verbale al fattorino nero che lì giunge per una consegna – resta sostanzialmente irrelata); non è la descrizione dell’incontro tra due figure – la liceale Emilie e il settantenne Tullio – separate dall’anello mancante della generazione dei padri; non è l’indagine su una famiglia disfunzionale (la madre della ragazza, alcolista, resta sullo sfondo, il padre se n’è andato). Credo invece che questo libro sia una riflessione sulle possibilità del romanzo e sulle scelte che può operare per costruire uno spazio che renda intelligibile il caos del mondo; un perimetro che legittimi la propria esistenza esibendo le tensioni interne che lo animano.

Così leggerei anzitutto la topografia del libro, costruita tra realtà (Macerata, San Benedetto) e invenzione (Adriatica); e in questa direzione va anche la scelta di cogliere una località di mare prima che esploda la stagione turistica e di restringere il racconto all’unità temporale di un sabato sera, ampliata però attraverso frequenti segmenti analettici. Gli eventi delimitati dal racconto – Emilie che vive un’adolescenza che la fa sempre sentire sbagliata, Tullio che apprende del lutto di Cinzia, l’unica donna amata in vita – appaiono in tensione con gli elementi che restano fuori fuoco (la famiglia di Emilie) o esclusi dal quadro: che cosa sarà del bambino che Giada, l’amica del cuore di Emilie, porta in grembo? Quale sarà il destino di Tullio dopo aver acceso la luce, all’ultima riga del libro, in una casa satura di gas?

Soprattutto, l’esibizione di un artificio narrativo capace di mettere ordine nel fluire magmatico delle cose è incrinata da variazioni che mi paiono indicare l’almeno parziale ammissione di uno scacco conoscitivo: le allusioni a Natalino (lo scemo del paese) che incorniciano il testo sono illuminate da sguardi diversi; le vicende di Emilie e Tullio, raccontate a capitoli rigorosamente alternati, sono indagate attraverso focalizzazioni distinte (la ragazza si esprime in prima persona, il vecchio è raccontato da un narratore esterno). E segnalerei inoltre come i due incroci tra i protagonisti appaiano tra loro molto diversi: dal dialogo intimo – che avviene di fronte al mare nel centro geometrico del libro – al mancato incontro delle pagine di chiusa.

In questa prospettiva, il romanzo diventa lo spazio di riflessione sull’affidabilità della memoria (Tullio che non ricorda l’intimità con Cinzia ma sa ricostruire con dovizia di particolari una notte di sesso con due sconosciuti su una spiaggia greca) o sulla possibilità di fermare il tempo ed esorcizzare l’ineluttabilità della morte (Tullio che significativamente allinea su un altare domestico le fotografie dei genitori e di Cinzia).

A ben vedere, il significato profondo del romanzo sta già tutto nella fotografia di Ghirri che campeggia in copertina, e che allora leggerei come una dichiarazione programmatica: una cornice che ritaglia un frammento irripetibile; un fotografo (e uno scrittore) che fissano per sempre quel quadrilatero e, soprattutto, riflettono su come posizionare e rappresentare quella cornice.

Nel momento più alto della loro disperata (in)felicità, Emilie vorrebbe sentirsi «sorella di quelle stelle lontane» che contempla con Giada dalla spiaggia di Adriatica; in una notte limpida, «dalle stelle vicine», un imprenditore altrettanto disperato decide di dar fuoco alla propria fabbrica nel racconto che dà il titolo alla raccolta che Gezzi ha pubblicato nel 2021. Né le stelle – lontane o vicine che siano – né la letteratura possono impedire il male del mondo, ma un romanzo può decidere come spostare la cornice che lo inquadra. Non mi pare poco.