Fiori del deserto

by azione azione
12 Gennaio 2026

Sirat, vincitore del Premio della Giuria a Cannes, destabilizza con un’opera potente e difficile da catalogare

Capire perché il Premio della Giuria di Cannes nel 2025 sia andato a Sirat (che in arabo significa «strada» o «via») è più facile che spiegarne i motivi. Lo straniamento parte già dai primi minuti, con un film – realizzato dal franco-spagnolo Oliver Laxe, e che tra i diversi produttori annovera anche Almodovar – che pare non volere decollare, per l’intensità con cui si sofferma sull’umanità varia impegnata a dimenarsi in un rave organizzato nel deserto del Marocco. I bassi (nella colonna sonora di Kangding Ray) che rimbalzano sulle rocce e si amplificano all’infinito intorno a una folla incurante di strani figuri apparentemente dimentichi di sé stessi e del tempo, giunti fino a quel luogo a bordo di potenti furgoni 4×4, paiono squassare quell’angolo solitario di mondo. Tra di loro stride la figura di un padre, Luis, (un intimo e vero Sergi Lopes – Piccoli affari sporchi, Una relazione privata) che insieme al figlio Esteban cerca Mar, figlia e sorella, anche lei amante dei rave clandestini, che qui si delineano come bizzarro ricettacolo, al contempo contemporaneo e atavico, di anime perdute, o lasciate indietro da una società che pare non potere riservare loro alcun posto. Ne fanno parte anche Bigui, Stef, Josh, Tonin e Jade, curiosa «famiglia ricomposta», custode di antichi dolori individuali, votata a una sorta di solidarietà degli ultimi.

L’esercito marocchino metterà fine alla festa, obbligando i furgoni a incolonnarsi e a lasciare il deserto. I cinque di cui sopra, però, non ci stanno, e prenderanno le vie interne del deserto a bordo dei propri fuoristrada, forse alla volta di un altro rave in zona Mauritania. Dietro di loro, ospiti inizialmente indesiderati, Luis, il figlio Esteban e la cagnolina Pipa.

Il film diventa quindi road movie e viaggio di formazione, con tutte le difficoltà rappresentate da un trekking nel deserto in condizioni estreme e le potenzialità di un rapporto padre-figlio destinato a consolidarsi e che diventa più profondo ogni giorno che passa. Ma per lo spettatore è ancora troppo presto per individuare un genere, ed ecco che, di colpo, il film diventa qualcosa di diverso e inaspettato.

Sono proprio i continui colpi di scena, resi più potenti dal ronzio di sottofondo dei bassi, dal vento, dalla sabbia, a mantenere alta la tensione fino alla fine, ma soprattutto a penetrare con forza e in modo quasi brutale in chi guarda. Una serie di plot twist che vedono sullo sfondo un Marocco lontano anni luce dai colori e dai suoni cui normalmente viene associato e per i quali è un Paese sempre più amato, in quello che è un uso della fotografia magistrale e mozzafiato. Il paesaggio è capace di mettere l’essere umano al cospetto della propria infinita irrilevanza, di giorno per i suoi tratti lunari e la luce abbacinante, in notturna per quei fari solitari che cercano di scalfire le tenebre lungo una via sempre più difficile da individuare. Allo stesso tempo, è in quei personaggi per alcuni versi reietti (anche se in Sirat  nulla è concesso alle biografie individuali) che ancora si coltiva il seme dell’umanità, e forse anche della speranza, in un setting arido per sua natura come può esserlo il deserto e che, in qualche modo, fa il verso nientemeno che al mondo che ci circonda.