Buen Camino è il film del momento. I critici hanno sottolineato gli ottimi incassi (in un periodo difficile per il cinema) e ne hanno discusso la qualità (comunque infinitamente superiore alla media dei film di Natale). Dal mio punto di vista mi ha colpito soprattutto un altro aspetto, rimasto nell’ombra. Il nuovo film di Checco Zalone racconta la storia di un padre trascinato suo malgrado lungo il Cammino di Santiago, per ritrovare un rapporto con la figlia adolescente e forse anche con sé stesso.
Il film mostra i diversi momenti della vita del pellegrino: la sveglia all’alba, la preparazione dello zaino, l’andatura con passo costante mentre il paesaggio lentamente muta accompagnando la riflessione, le relazioni immediate e sincere con sconosciuti, il timbro quotidiano sulla credencial per certificare il percorso compiuto e ottenere l’alloggio negli albergue (ostelli), la cena semplice comunitaria, il riposo serale di buon’ora. E tuttavia, nonostante il film si rivolga al grande pubblico, gli aspetti legati al cammino sono dati quasi per scontati, come se tutti li conoscessero.
Questa circostanza mi ha fatto riflettere sulla popolarità del Cammino di Santiago, percorso nel 2025 da circa mezzo milione di pellegrini: un numero enorme se si considera la lunghezza (800 chilometri) e la durata (almeno un mese, con impegnative tappe quotidiane di 20-25 chilometri). Chi avrebbe mai immaginato questi numeri nel secondo dopoguerra, quando il tracciato non era più riconoscibile e il Cammino sembrava completamente dimenticato?
La rinascita si basa su un’idea controcorrente di viaggio: proprio quando l’Europa correva verso la modernità turistica, il Cammino riproponeva lentezza, fatica, silenzio. È una storia lenta e sorprendente, interamente dal basso, fatta di pochi individui ostinati. Dapprima uno studioso, Georges Bernes, ricostruisce il tracciato principale attraverso archivi, antiche mappe, toponomastica. Poi Elías Valiña Sampedro, parroco di O Cebreiro, in Galizia, prende un secchio di vernice avanzata da lavori stradali e inizia a dipingere frecce gialle su pietre, muri, alberi, chilometro dopo chilometro, sviluppando un’intuizione: «Il Cammino non va spiegato: va indicato».
Nel frattempo riaprono gli ostelli e si ristampa la credenziale del pellegrino. Poi tutto corre: nel 1987 il Consiglio d’Europa dichiara il Cammino di Santiago primo Itinerario culturale europeo, nel 1993 l’UNESCO lo riconosce Patrimonio dell’umanità. I camminatori accorrono a migliaia: molti, tanti, troppi? Accanto ai pellegrini troviamo laici, atei e ogni altra condizione umana; alcuni lo percorrono in bicicletta, altri a cavallo, in sedia a rotelle o con qualunque altro mezzo vi venga in mente.
Qualche organizzatore di cammini ha vissuto il film come un’invasione di campo, sottolineando anche una certa perfidia nella scelta del protagonista, un imprenditore pugliese arricchitosi con la produzione di divani, come dire un elogio della sedentarietà. Di certo il film ha riaperto un dibattito che si trascina ormai da parecchi anni. C’è chi considera il cammino finito, trasformato in un’attrazione turistica come tante, una forma di consumo del sacro: troppi servizi, spedizioni, attestati da esibire al ritorno. E così questi critici (e gli snob) hanno ormai abbandonato il tradizionale Cammino francese in favore di altri percorsi meno battuti (per ora): Cammino del Nord, Cammino primitivo, Cammino inglese, Cammino portoghese, Via de la Plata. Invece un esperto scrittore di cammini come Luigi Nacci ha invitato a considerare i molti aspetti positivi.
Quali che siano le motivazioni dei camminatori, e pur con tutti i suoi limiti e le deformazioni, il Cammino di Santiago resta comunque una forma di rivolta contro la società tecnologica, consumista, individualista; ci invita a porre dei limiti, decrescere, essere frugali, lenti, solidali, a mettere in discussione radicalmente i nostri stili di vita. «Già arrischiarsi e provarci apre una porta nella nostra vita. Anche chi prenota tutto prima, dorme solo in hotel e si fa portare lo zaino, anche quello sta aprendo una porta. Ne ho conosciuti tanti che sono partiti così e sono arrivati che non sapevano più i propri nomi».
Tutto sommato la freccia gialla indica ancora la via verso un’umanità migliore.