Un 2025 da festival per il cinema svizzero

by azione azione
5 Gennaio 2026

Bilancio di fine anno: tra documentari e nuove visioni, la produzione elvetica trova spazio e riconoscimento oltreconfine

Ci si interroga a volte su quanto sia forte il cinema svizzero nel contesto internazionale, anche per una questione di co-produzioni che possono portare gli altri Paesi a oscurare il contributo elvetico, come accaduto ad esempio nel 2021 quando Olga – ambientato e girato nella parte francofona del canton Giura – è stato scelto per rappresentare la Confederazione agli Oscar venendo tuttavia definito un progetto transalpino dalla rivista «Le Film Français» per via della nazionalità del regista Elie Grappe (nato a Lione ma da più di dieci anni residente a Montreux, prima per gli studi e poi per lavoro).

In realtà, soprattutto nell’ambito dei festival internazionali, sia generalisti sia specializzati in determinate forme espressive (nel nostro caso, pensiamo soprattutto al documentario), il 2025 è stato un anno discretamente propizio, e questo già dal mese di gennaio quando Hanami, l’esordio di Denise Fernandes (ticinese d’adozione che ha realizzato un film sul suo natio Capo Verde), è stato insignito del prestigioso Ingmar Bergman Award che un’apposita giuria del festival di Göteborg, in Svezia, assegna al vincitore del concorso riservato alle opere prime.

Il vero successo, però, è arrivato con la Berlinale, l’evento che a febbraio ha lanciato il viaggio globale di Petra Volpe e del suo L’ultimo turno (Heldin), che con atmosfere da thriller affronta l’argomento tristemente attuale degli ospedali sempre più a corto di personale infermieristico. Campione d’incassi da noi con oltre 200mila presenze, ne ha accumulate altre 670mila all’estero (Germania, Francia, Italia, Austria, Regno Unito, Irlanda, Norvegia, Svezia, Belgio, Croazia, Paesi Bassi e Taiwan) stando ai dati pubblicati da SWISS Films, l’agenzia che promuove le produzioni elvetiche fuori dai confini nazionali. E questo senza dimenticare che il film è anche stato scelto per rappresentare la Svizzera nella corsa all’Oscar nella categoria internazionale, incrementando ulteriormente il profilo di una regista talentuosa che ha già il prossimo lungometraggio dietro l’angolo: Frank & Louis, il suo primo lavoro in inglese, esordirà a brevissimo al Sundance, la più importante manifestazione mondiale dedicata al cinema indipendente.

Sempre da Berlino è partito Lionel Baier con il suo Il nascondiglio (La cache), ritratto di una famiglia ebrea a Parigi nel 1968. Apprezzato soprattutto in Francia (dove ha attirato l’attenzione anche per il fatto di essere l’ultimo progetto a cui ha partecipato il noto caratterista Michel Blanc, scomparso poco prima dell’uscita), il film ha introdotto quello che per certi versi è stato il fil rouge che lega molti dei film elvetici selezionati nei grandi festival internazionali: servirsi del passato per ragionare sul presente. L’abbiamo visto soprattutto in ambito documentaristico, con due titoli di rilievo che sono stati presentati a DOK Leipzig: Elephants & Squirrels di Gregor Brändli, in prima mondiale al festival tedesco, indaga il passato colonialista della Svizzera attraverso la vicenda di una vasta collezione di oggetti custoditi in un museo a Basilea, la cui direzione deve poi trattare – con notevole lucidità circa le problematicità etiche dell’origine della collezione – con le comunità indigene dello Sri Lanka che vorrebbero riavere indietro quei pezzi fondamentali della loro storia e cultura; e Sediments (Sedimente) di Laura Coppens, excursus su cosa significasse vivere in Germania per gran parte del Novecento tramite la preziosa testimonianza del nonno della regista, il quale si racconta senza censure, dal periodo nazista fino alla post-riunificazione, nella speranza che la macchina da presa preservi tutto prima che la memoria cominci a vacillare.

Ma c’è anche chi guarda al futuro, come Damien Hauser che alla Mostra di Venezia, nella sezione Giornate degli Autori, ha portato Memory of Princess Mumbi, film dove fantascienza e cinefilia si intersecano per meditare sull’uso odierno dell’intelligenza artificiale, strumento di cui lo stesso Hauser si è servito per gli effetti speciali, soprattutto per motivi di budget. Chi invece non la userà mai è Marcel Barelli, animatore ticinese da anni residente a Ginevra, che ha persino pubblicato una lettera aperta dove si esprime in maniera contraria sull’applicazione cinematografica della nuova tecnologia. Un pensiero a suo modo coerente con il suo primo lungometraggio, Mary Anning, rielaborazione romanzata dell’infanzia della celebre paleontologa inglese e uno dei grandi eventi della scorsa edizione del festival di Annecy, appuntamento imprescindibile per i cultori dell’animazione. Una bambina che va alla ricerca di fossili, resti di un’epoca ormai lontana, che è quello che alcuni potrebbero pensare dei disegni fatti a mano, tecnica di cui Barelli è un fiero e capacissimo esponente in un mercato sempre più digitale. Un film che, unitamente agli altri che abbiamo menzionato, mostra le diverse sfaccettature, davanti e/o dietro la macchina da presa, di una realtà non particolarmente allegra, ma proprio per questo capace di ispirare storie sullo schermo che possono aiutare a riflettere sul da farsi, partendo dal particolare per diventare tematica globale.