Ubriacarsi di bianco in Groenlandia

by azione azione
5 Gennaio 2026

Tra impostura e verità, l’ultimo libro di Flavio Stroppini è il diario di un’avventura estrema alla ricerca di sé e della creatività perduta

Metti che sei uno scrittore, un umano, insomma, retto dall’imperativo categorico di cercare storie per poi raccontarle, metterle in scena, farne pagine o musica o spettacolo. Metti che a un certo punto, in una sorta di incantesimo alla rovescia, perdi la verve e capisci che stai precipitando «negli abissi di una crisi creativa». Se le cose stanno così, potresti soffrire della stessa sindrome denunciata da Flavio Stroppini, lo stesso malessere che ha spinto l’autore ticinese a camminare centinaia di chilometri tra febbraio e marzo 2023 «poco sopra il sessantottesimo parallelo nord, nella Groenladia occidentale», terra di ghiacci, foche, orsi polari, inuit e – perfino lì – smodati appetiti trumpiani.

Di questa siderale ricerca di sé parla l’ultimo libro di Stroppini, Una passeggiata artica (Edicilo editore), affascinante diario di un viaggio nel nulla per ritrovare l’oro della scrittura, scaturita nel volumetto in questione e in molto altro, in verità: in sequenza, uno spettacolo teatrale, un audiodocumentario, un podcast e un reportage.

Ma, parafrasando l’autore, «perché partire per un mese su una nave lunga 21,6 metri, bloccata dal ghiaccio in una baia della Groenlandia occidentale, a due passi dal Polo Nord, a ore a piedi dal primo centro abitato? Perché vivere con degli sconosciuti in pochi metri quadri affrontando un deserto gelido che raggiunge i – 30 gradi? Perché vivere nella notte polare con poche ore di luce al giorno?».

Cerco la risposta balzando da un capitoletto all’altro del libro, con le belle illustrazioni di Bianca Di Prima, e mi diverto, da qui al calduccio, ad assistere alle raccomandazioni del capitano della nave incagliata fra i ghiacci, Phil: «Dovrai essere vigile per proteggerti dal congelamento […] la tua dieta abituale non è adatta al clima polare […] la temperatura nelle cabine durante il sonno sarà piuttosto bassa, tra 0 e 5 gradi». Piuttosto bassa, bell’eufemismo.

Leggo delle sue passeggiate dove «tutto scompare. La musica, anche il mondo. Sono ubriaco di bianco. Tutto è bianco. Fatico a capire dove sia il sotto e dove il sopra. Qua lo chiamano whiteout, l’allucinazione bianca. Aspetto che passi». E me lo vedo davanti. Il Flavio, con il ghiaccio incastonato nella barba, i muscoli doloranti, la fatica di avanzare nella neve polverosa, lo sforzo di sopravvivere che gli cancella ogni altro pensiero, mentre sopra la sua testa esplodono improvvise aurore boreali. Poesia sopra un corpo con pochissime tacche d’energia residua.

E a un certo punto, dalla fatica, dalle domande e dal nulla sottozero in cui si è cacciato, ecco il miracolo: «Ho iniziato a scrivere. Tutta la mia prima “grande gigantesca” crisi d’autore qua è lontana. Appena arrivato il bianco mi è sembrato un gigantesco foglio pieno di storie. Ho iniziato i miei percorsi. Camminare in questo territorio per raccontarlo».

Che sia il cammino sulla banchisa in solitaria, quindi, la chiave della ritrovata creatività? Oppure la fuga in un mondo totalmente altro e abbastanza ostile da non permettergli voli pindarici e autoflagellazioni mentali? Giù la maschera, Flavio. E rivela l’impostore! (anche queste sono parole sue).

Eppure, no. Non c’è vera impostura nel suo testo. Nei suoi smarrimenti iniziali e nel ritrovarsi in un qualche misterioso modo alla fine del viaggio, l’autore sembra sincero con sé stesso e quindi anche con i suoi lettori: «L’illusione di essere altrove. Un altrove dove riuscire a vedere con chiarezza le cose, dove avere la giusta distanza per leggere i movimenti della tua vita. Ci sono stati dei momenti in cui mi sono sentito totalmente presente, nel momento. E subito dopo mi vergognavo per essere uno che scappa».