Colpo critico: anche il gioco, come suggeriva Bichsel per la letteratura, può insegnare a pensare insieme e a godere dell’errore
Scrivere è un lavoro per dilettanti.
L’autore svizzero Peter Bichsel diceva che «siamo diventati un popolo di specialisti». Ognuno coltiva il proprio orticello, «uno è specialista di computer, un altro della telecamera, il terzo di quest’altro, il quarto di quest’altro, e il quinto è un uomo d’affari eccezionale e compra tutto quanto. […] Solo una cosa non riesce a noi tutti: vivere, vivere semplicemente; non ci riesce, perché non è una cosa da specialisti».
Bichsel ne parlò in una conversazione televisiva con Guido Ferrari, ora pubblicata in coda al volume di racconti La poiana (Casagrande, 2024). In effetti, a chi gli chiedesse come fosse diventato uno scrittore, Bichsel rispondeva: «Ho avuto la fortuna di essere un cattivo calciatore». Le storie della raccolta affrontano, da prospettive diverse e con grande arguzia, il tema della narrazione; in un certo senso, dimostrano la tesi sviluppata nell’intervista: «La vita è una cosa da dilettanti, la vita è dilettantesca, e solo i dilettanti sono capaci di goderla, come per esempio i bambini, gli ingenui. E scrivere è una cosa da dilettanti. La mia specialità, in qualità di scrittore, è il dilettantismo».
La dimensione del dilettantismo è quella del gioco. E la letteratura, come tutte le arti, in origine si sviluppa proprio in forma ludica. Nel racconto Viaggiare in treno Bichsel mette in scena un tizio di nome Müller, il quale per difendersi dal mondo (e dalle storie) finisce per assomigliare a un bambino che giochi a fare l’adulto: «E Müller comincia a difendersi, lavora immerso nelle sue carte, cerca di risolvere il problema della noia con importanza, ostentando importanza».
Non è ciò che facciamo tutti, ogni tanto? La letteratura ha invece il ruolo di «sentimentalizzare», per dirla ancora con Bichsel, cioè di aiutarci a entrare nella mente degli altri.
Bichsel mostra che la vita e la scrittura sono mestieri da dilettanti, come a dire che solo chi affrontail mondo con ingenuitàsa davvero goderne
Anche il gioco, nella sua forma primaria, infantile, ha questa funzione. E pure il gioco da tavolo, in tutte le sue sfaccettature, ha la capacità di creare connessioni. Ne è un ottimo esempio una creazione di Agnès Largeaud intitolata Osmosis (Jeux Opla, 2025, con le belle illustrazioni di Charlotte Lacroix). È un cooperativo: i partecipanti (da 2 a 8) collaborano nel creare associazioni mentali fra immagini o parole. Lo scopo è quello di compiere le medesime scelte a partire da una comunicazione limitata: è consentito descrivere la tipologia dei nessi, ma senza entrare nei dettagli. E nascono dialoghi del genere: «Fra queste immagini ne scorgo tre che potrebbero andare insieme…»; «Io ne vedo solo due, legate in maniera narrativa.»; «No, sono due coppie: la prima ha un nesso tematico, la seconda di causa-effetto». È una via di mezzo fra una piccola lezione di psicanalisi e una sessione di telepatia; il tutto in un’atmosfera rilassata, fra risate e colpi di scena.
Osmosis è ispirato alle teorie della psicanalista russa Sabina Nikolaevna Špil’rejn (1885-1942), una delle prime donne a esercitare questa professione. Fu paziente di Jung, poi sua collaboratrice. Più tardi conobbe Freud e divenne membro della Società Psicoanalitica. La psicanalisi venne tuttavia proibita in Russia dal regime staliniano e Špil’rejn lavorò come medico scolastico; venne infine uccisa dai nazisti nel 1942. Dalle teorie di Špil’rejn proviene nel gioco la necessità di comunicare senza usare parole dirette, il fatto di creare un pensiero collettivo, il senso dell’ambiguità e la spinta a espandere la propria visione del mondo. Del resto, come spiega l’autrice di Osmosis, la stessa Špil’rejn scrisse che «il gioco è una forma di scoperta di sé stessi». Naturalmente lo scopo è il divertimento e la scoperta avviene in maniera naturale, in partite che durano una ventina di minuti.
Per rilassarsi dopo una sfida a Osmosis, consiglio un altro gioco cooperativo che sembra molto diverso, ma che ha le stessa leggerezza, lo stesso incanto. Si chiama Kites, creato da Kevin Hamano e pubblicato da Floodgate Games nel 2022. I partecipanti, da 2 a 6, devono mantenere degli aquiloni sospesi nel cielo, senza che nessuno precipiti. Per fare questo selezionano una serie di carte nei pochi secondi concessi da alcune clessidre colorate di varia lunghezza. Il gioco è in tempo reale.
La sabbia delle clessidre simboleggia la forza di gravità, mentre l’ingegno e la coordinazione dei giocatori si alleano per rendere possibile il miracolo: la levità, la bellezza, la telepatia di pensare insieme, seduti intorno a un tavolo. Come Osmosis, pure Kites sarebbe piaciuto a Peter Bichsel. Anche perché giocando si sbaglia, e molto, ma sempre in un contesto ironico, nella consapevolezza che la vittoria, così come la nostra biografia, «non viene decisa dalle nostre capacità, ma dalle nostre incapacità» (Peter Bichsel, La poiana).
