Sono in una libreria, davanti allo scaffale dei romanzi in classifica. Ne prendo uno, leggo due pagine, lo rimetto giù, ne prendo un altro, leggo due pagine, lo rimetto giù. Ne prendo un altro.
«Mi scusi. Avete Il mio amore non ti salverà di Pina Salteri?», dice una voce femminile alle mie spalle.
Mi volto. Vedo una signora elegante, a occhio sui cinquanta.
«Mi dispiace, signora», dico. «Io non lavoro qui. Sono un cliente, come lei».
«Mi scusi», dice la signora, «pensavo che stesse mettendo a posto i libri».
«No, no», dico, «sto solo cercando degli esempi di scrittura pretenziosa».
«Pretenziosa?», dice la signora.
«Sì», dico.
«E lei», dice la signora, «crede di essere capace di riconoscere una scrittura pretenziosa così, giusto sfogliando un libro?».
«Lei quanto ci mette», dico, «a decidere se un uomo è un bell’uomo?».
La signora sorride. «Pochi istanti, è vero». Ferma il sorriso. «Comunque lei non lo è».
«Lo so, non si preoccupi», dico. «Non sono in cerca di complimenti».
«E a cosa le servono», dice la signora, «degli esempi di scrittura pretenziosa?».
«Li faccio vedere ai miei allievi», dico. «Per vaccinarli».
«Vaccinarli?», dice la signora.
«Sì», dico. «Una volta che si è imparato a riconoscere la scrittura pretenziosa, si può anche imparare a non scrivere pretenziosamente».
La signora riflette.
«Dunque, se capisco bene», dice, «lei insegna a scrivere?».
«Sì», dico.
«Ah», dice la signora.
«Ha delle perplessità sulle scuole di scrittura?», dico.
«Ne ho frequentate troppe», dice la signora. «E non mi sono servite a niente».
«Che cosa chiede, lei», dico, «a una scuola di scrittura?».
«Oh bella», dice la signora. «Di insegnarmi a scrivere».
«Ma di insegnarle a scrivere come?», dico.
«Be’», dice la signora, «di insegnarmi a scrivere come voglio io».
«Ma se lei sa già come vuole scrivere», dico, «che bisogno ha di frequentare una scuola?».
«Le piacciono gli agnolotti?», dice la signora.
«Sì», dico.
«E saprebbe dirmi dove li fanno buoni?», dice la signora.
«Ma certo», dico. «Proprio qui vicino, se vuole –».
«Non la sto invitando a pranzo», dice la signora. «Lei sa come devono essere gli agnolotti per andarle a genio. Ma da sé, li sa fare?».
«Ha vinto», dico.
«E in tutte le scuole che ho frequentato», dice la signora, «volevano che scrivessi in un certo modo o in un cert’altro, ma mai come volevo io».
«Dunque lei scrive», dico.
«Sono una scrittrice», dico.
«E mi dica», dico, «signora Salteri –».
La signora fa un passo indietro.
«Come fa a sapere il mio nome?», dice.
«Lei è Pina Salteri, no?», dico.
«Guardi che chiamo la polizia», dice la signora.
«Ma me lo ha detto lei, il suo nome», dico. «Prima mi ha scambiato per un commesso e mi ha chiesto se in questa libreria c’è il libro Il mio amore non ti salverà, di Pina Salteri».
«E come ha fatto a capire che Pina Salteri sono io?», dice Pina Salteri.
«Ne ho visti», dico, «di scrittori che vanno per le librerie a chiedere del loro libro. Di solito non c’è, e allora fanno una piazzata: “Non è possibile!…”, “Non sapete fare il vostro mestiere!…”, “Pina Salteri è una grande scrittrice e voi la ignorate!…”».
«Lei è crudele», dice Pina Salteri.
«No», dico. «So come va il mondo».
«E lei», dice Pina Salteri, «lei scrive? Lei ha pubblicato un libro?».
«Diversi», dico.
«E non è mai andato per librerie a controllare?», dice Pina Salteri.
«No», dico. «Quello è il lavoro dell’editore, della rete vendita. Non il mio».
Pina Salteri si asciuga gli occhi.
«La invidio», dice. «Lei evidentemente ha alle spalle un editore che fa il suo mestiere, che la promuove… Io, invece…».
«Me lo faccia vedere», dico.
«Cosa?», dice Pina Salteri.
«Ne ha una copia in borsa, no?», dico.
Pina Salteri apre la borsa, tira fuori un libro con una copertina orribile. Me lo porge. Comincio a leggere, lì, davanti a lei.
Be’, la scrittura era proprio buona. Frasi fatte bene, non un aggettivo o un avverbio di troppo, un bel ritmo. E anche gli agnolotti erano spettacolari.
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