Negli ultimi mesi, i social network di tutto il mondo sono stati letteralmente invasi da accattivanti quanto ossessivi annunci pubblicitari dall’appeal a dir poco irresistibile – proprio come, del resto, può definirsi qualsiasi cosa abbia anche solo lontanamente a che fare con i cuccioli; perfino se, come in questo caso, si tratta di cosiddetti AI puppies, ovvero cagnolini robotici controllati dall’intelligenza artificiale.
Apparentemente, le réclame in questione mostrano cuccioli (in questo caso, barboncini nani) talmente realistici da apparire in tutto e per tutto reali, come dimostrato dal fatto che non vi è nulla di meccanico nei loro movimenti, del tutto fluidi e naturali. Ben lungi dall’essere un semplice giocattolo, questo prodotto costituirebbe infatti l’ultima frontiera della tecnologia applicata all’intrattenimento, certo ben più attraente e coinvolgente del costoso cane robot Aibo promosso dalla Sony alcuni anni fa: un vero e proprio «surrogato canino», riservato a chi non ha la possibilità di accogliere in casa un quadrupede in carne e ossa, e prodotto in svariate versioni e marche (tra le più comuni Wiggy Dog, Wuffy e Nico), tutte accomunate tra loro da pubblicità e inserzioni web pressoché identiche.
Tuttavia, a uno sguardo più attento appare presto evidente come in questi video promozionali dal realismo quasi miracoloso qualcosa non quadri: infatti, mentre la voce narrante descrive le mille attrattive di un giocattolo interattivo talmente fedele al vero da ingannare perfino i vicini di casa, l’adorabile cagnolino che vediamo sgambettare qua e là e interagire con i «padroni» presenta caratteristiche – ad esempio, la consistenza e il colore di pelliccia e occhi – fin troppo reali. Talmente reali, in effetti, da condurre alla conclusione che, in un’epoca contraddistinta da filmati e fotografie contraffatti tramite l’uso costante dell’IA, le prodezze del cucciolo robotico non siano altro che spezzoni di video fake, appositamente generati allo scopo di ammaliare il pubblico.
Una sensazione purtroppo confermata dalle recensioni a dir poco scoraggianti di innumerevoli youtuber e influencer, le cui indagini hanno portato a risultati sconvolgenti: infatti, ordinando uno qualsiasi dei misteriosi cuccioli robotici, ciò che si riceve per posta (di solito direttamente dalla Cina) è quanto di più lontano dalle immagini pubblicitarie. Indipendentemente dalla loro provenienza, i tanto magnificati AI puppies si rivelano essere nient’altro che goffe riproduzioni dei ben noti giocattoli da pochi soldi acquistabili fin dagli anni Ottanta sulle bancarelle delle fiere: pupazzetti quantomeno arcaici che, una volta premuto l’interruttore d’avvio, camminano e latrano all’infinito, senza alcuna interazione con il proprietario (e, naturalmente, nessuna somiglianza a un cane reale).
Del resto, a un’indagine più approfondita, le varie, misteriose aziende produttrici dei cuccioli IA risultano essere vere e proprie «ditte fantasma», dagli indirizzi palesemente falsi e generici, proprio come inesistenti sono le migliaia di apparenti recensioni positive da parte di compratori soddisfatti.
Diventa così evidente come ciò che in molti temevano si sia ormai ampiamente verificato: ovvero, di quanto l’uso ormai pervasivo dell’intelligenza artificiale nella creazione di immagini e video sia divenuto un mezzo ideale per truffe di ogni tipo, in cui il prodotto destinato al pubblico finisce per tramutarsi in qualcosa di intangibile e quasi etereo – un’entità passibile di costante mutazione, la cui natura sfuggente si presta a inganni di ogni tipo, perlopiù diretti ai consumatori meno smaliziati.
In breve, dal momento che quanto è visibile agli occhi non è più sufficiente a esprimere un giudizio affidabile, ecco che l’unico modo per evitare il cosiddetto scamming è quello di non credere alla veridicità di nulla che non si possa toccare con mano. Il che dimostra come, nella patinata società odierna, troppo spesso basata sulle apparenze anziché sulla sostanza, risulti più che mai valido e attuale un assioma vecchio quanto il mondo: se un qualsiasi «oggetto del desiderio» appare troppo bello per essere vero, probabilmente è perché esso non è, in effetti, reale.