L’esplosione urbana e la spinta demografica in Asia e Africa – soprattutto nelle aree instabili – ridisegnano il futuro
Sommersi dal rumore della cronaca perdiamo il senso dei cambiamenti strutturali che incidono sul nostro stile di vita. Iniziamo quindi il nuovo anno con il proposito di concentrarci su ciò che sta sullo sfondo degli eventi epocali in corso e contribuisce a determinarli. Tra questi fattori, la tendenza alla crescita delle aree urbane rispetto alle campagne nel contesto dell’asimmetrico aumento della popolazione planetaria, raddoppiata in cinquant’anni: dai 4,1 miliardi del 1975 agli attuali 8,2. In crescendo continuo. Con Africa epicentro del fenomeno e Asia continente più abitato.
In Svizzera prevalgono le towns
L’umanità diventa ogni giorno più cittadina. Lo dettaglia il rapporto delle Nazioni Unite «World Urbanization Prospects 2025». Vale la pena studiarne i dati. Con un caveat: le statistiche vanno sempre prese con le molle. Specialmente in questo caso, considerando la diversità delle fonti e dei criteri utilizzati, inerenti ai caratteri degli Stati e dei popoli di riferimento, che implicano qualche grado di approssimazione se non di manipolazione. Anche perché un riflesso immediato della concentrazione di umani in spazi urbani, quindi ristretti, è la difficoltà di identificarli o solo contarli. Lo scrivente ne ebbe diretta conferma qualche anno fa da un ministro egiziano, il quale appreso della mia professione, esclamò: «Lei si occupa di geopolitica? Per caso avrebbe una buona mappa del Cairo?». La verità sta spesso nelle battute.
Il rapporto dell’Onu distingue tre gradi di urbanizzazione, in continuità fra loro: città (city), con una popolazione di almeno 50 mila abitanti e una densità di popolazione di almeno 1500 persone per kmq; centro minore (town), da almeno 5 mila abitanti, con densità di almeno 300 persone per kmq; area rurale (rural area), inferiore per numero e densità di anime. Il trend globale indica come la crescita demografica si concentri sempre più nelle città e nei centri minori, meno nelle campagne. Se nel 1950 solo il 20% degli umani viveva in città , oggi è il 45%. I residenti nei centri minori sono leggermente calati, dal 40% al 36%. Quanto alle aree rurali, ad abitarle resta il 19% dell’umanità . Le proiezioni informano che di qui al 2050 la tendenza si accentuerà . La crescita della popolazione mondiale si concentrerà per i due terzi nelle città , seguite dai centri minori. Si calcola che gli abitanti delle campagne toccheranno il picco nel 2040, per avviarsi verso una curva di graduale declino.
Fra le città , impressiona la densità di popolazione nelle megalopoli che segnano soprattutto il paesaggio asiatico, mentre in Europa resistono i centri minori e le aree rurali. In Svizzera la tipologia urbana prevalente è quella delle towns: dei quasi nove milioni di abitanti censiti, il 44,6% vive nei centri minori, contro il 32,5% concentrato nelle città e il 22,9% in campagna. La tendenza pare stabile nei prossimi 25 anni. Fra i maggiori paesi europei, il più rurale è la Francia (37,5%). L’Italia (23,1%) e la Germania (26,6%) mantengono una quota di campagnoli superiore alla media mondiale.
Le megalopoli asiatiche
Di speciale rilievo è lo sviluppo delle megalopoli. Tra le prime dieci, nove sono in Asia, con la sola eccezione del Cairo. La più popolosa è l’indonesiana Giacarta (42 milioni), seguita da Dacca (Bangladesh) con quasi 37 milioni, destinata però a diventare il numero uno nel 2050, e da Tokyo (Giappone) con 33 milioni. La pakistana Karachi entrerà nella top ten nel 2030 e sarà quinta in classifica nel 2050. Inoltre, India e Cina da sole sommano 1,2 miliardi degli abitanti in città su scala mondiale, oltre i quattro decimi del totale. La concentrazione del super-urbanesimo riguarderà nei prossimi anni soprattutto sette Paesi: India, Nigeria, Pakistan, Repubblica Democratica del Congo, Egitto, Bangladesh ed Etiopia.
Ecco un caso da manuale di mutamento qualitativo determinato dalla crescita quantitativa. Lo stile di vita – o di sopravvivenza – nelle megalopoli e nelle grandi città in genere ha ben poco a che vedere con quello di chi non si muove dai centri minori o dalle campagne. Fra l’altro, la stessa durata media della vita cresce sensibilmente in città , così come la fruibilità di servizi d’ogni genere. Allo stesso tempo, nelle megalopoli le esistenze tendono a individualizzarsi causa crisi delle famiglie e delle comunità .
Lo slittamento verso l’Asia del baricentro demografico e urbano del pianeta trova alimento nell’urbanizzazione asimmetrica, a scapito dell’Occidente e dell’Europa in particolare. Tutto questo ha evidenti conseguenze geopolitiche. La più rilevante è la montante instabilità , confermata al grado massimo dal proliferare di guerre – se ne contano una sessantina, quasi tutte concentrate fra Africa e Asia – e a quello più diffuso ma meno indagato (o indagabile) dalla conflittualità sociale e politica radicata nelle metropoli. Più persone che sgomitano in spazi stretti e informali significano minore possibilità di controllo e gestione dell’ordine pubblico. Per questo alcuni regimi – ad esempio l’egiziano – puntano su nuove città di fondazione dove concentrare Governo e forze di sicurezza, lontano dalle pressioni popolari.
Insomma «Caoslandia», come «Limes» definisce le aree in gran parte africane e asiatiche dove divampano i conflitti, declinano le istituzioni e si manifestano i più gravi disastri ambientali, tende ogni giorno di più a distinguersi dalla nostra fortunata (e fortunosa) «Ordolandia». Ma guai a illuderci di poter vivere di rendita.
