Un viaggio in Lituania per scoprire Ignalina: l’impianto progettato sul modello di Chernobyl che, come richiesto dall’Ue, sta chiudendo i battenti. Un luogo sospeso nel tempo, testimone di un passato intrecciato con le vicende dell’ex Unione Sovietica
Il grosso pulsante rosso, the infamous red button con la scritta «premere solo in caso di emergenza», non c’è. Al suo posto, nella sala di controllo, è stata installata una manopola, come sul forno a microonde. Solo che invece di far scaldare piatti pronti, quella rotella serviva a disattivare un reattore nucleare. E ad evitare che una centrale al confine tra Lituania e Bielorussia esplodesse replicando Chernobyl e contaminando un’area di 200 mila km quadrati, grande quasi quanto la Gran Bretagna. Questa è la storia di Ignalina: un sito nucleare dormiente, silenziato dopo l’onda di paura generata dal suo gemello ucraino. Un racconto che inizia 40 anni fa e che ancora non è terminato, perché Ignalina, smantellata pezzo dopo pezzo, finirà di spegnersi nel 2038.
La creazione di Visaginas
Nevica forte. Quando arrivo alla stazione di Visaginas, nel nord est della Lituania, sono l’unica straniera, l’entusiasmo per la visita alla centrale quasi si smorza tra gli alluci che lamentano il gelo. Per giungere in questo avamposto brutalista (Visaginas è stata costruita ex novo negli anni Settanta del Novecento per ospitare i lavoratori della centrale nucleare di Ignalina, come molte «città nucleari» sovietiche, segue una logica funzionale, geometrica, pianificata), dove il russo è ancora la lingua dominante, bisogna prendere un treno che da Vilnius si addentra tra alberi dalle cortecce rosse e bianche e attraversa pianure solitarie. Un odore balsamico aleggia nel vagone. Talvolta le porte si aprono per far salire passeggeri di vento, inesistenti, in attesa sotto le pensiline; dentro tutto è ovattato, i pochi suoni cadono leggeri come la neve sotto le luci al neon. Dopo un paio di ore di viaggio la locomotiva si ferma. Scendo. «Ignalina è a dieci minuti di macchina», mi aveva avvertita Milda, l’addetta stampa della centrale.
Il turismo dei luoghi sinistri
Poco dopo, ecco infatti il profilo di un camino a tre ciminiere, preannunciato da un grosso monumento di stampo sovietico. Formalità , polizia, metal detector: sono dentro la centrale nucleare con Milda, che mi farà da guida. Attraverso due spogliatoi: si tiene solo l’intimo e si indossano nuovi calzini, doppi pantaloni, doppia casacca, scarpe, caschetto, tutto bianco. Il colore è un residuo dei tempi passati, per individuare le polveri radioattive più facilmente. In tasca mi viene messo un contatore geiger: «Durante il tour – spiega Milda – si viene sottoposti alla stessa quantità di radiazioni che si riceverebbe durante un’ora di volo».
Non sono la prima a effettuare una visita. Il cosiddetto dark tourism, il turismo dei luoghi sinistri, ha coinvolto anche questo sito. «Qui hanno girato numerose scene della serie HBO Chernobyl per la somiglianza tra le due strutture. Ignalina è diventata famosa: prima della pandemia, per i turisti c’era una lista di attesa fino a sei mesi». Per la stesura di questo reportage è stato concesso un ingresso in via eccezionale, poiché è in corso una nuova fase dello smantellamento e gli esterni non possono accedere. Ma la centrale, che sta venendo smembrata dal 2009, ha avuto un passato glorioso, ed era stata pensata per un avvenire brillante.
«La sua costruzione – prosegue Milda mentre scendiamo le scale – inizia nel 1972, quando la Lituania faceva parte dell’URSS. Dal 1983 al 2004 venne attivata l’Unità 1, contenente il primo reattore, dal 1987 (un anno dopo la tragedia di Chernobyl) al 2009 l’Unità 2 (secondo reattore), la costruzione della 3 e della 4 furono sospese. I reattori di Ignalina sono di tipo RBMK, gli stessi usati in Ucraina. Si decise di lanciare la seconda unità perché erano stati spesi molti soldi, ma dopo Chernobyl la chiusura divenne un prerequisito per l’ingresso del Paese nell’Ue, avvenuto nel 2004. A mio parere la situazione era sicura, erano stati effettuati molti controlli. Non abbiamo mai avuto incidenti gravi, né evidenze di malattie causate dalla radioattività ».
Corridoio asettico
Nel mentre abbiamo attraversato un corridoio asettico. Le vetrate danno sull’esterno, si vedono i binari utilizzati per far arrivare il carburante dalla Russia, più economico. Quello stesso carburante è già stato tolto dal secondo reattore, ora sono in atto i lavori sul primo. Una volta svuotati, i rifiuti vengono immagazzinati in barili alti quattro metri e larghi due, con pareti di cemento spesse 20 cm. «All’interno – dice Milda – le reazioni continuano. È come un fuoco sotto la brace. Poggiando una mano sul fusto si percepirebbero 40°, quando dentro ce ne sarebbero forse 100». È in corso anche la costruzione di un deep repository, una camera a 500 o 700 metri di profondità che ospiterà le scorie più pericolose entro il 2067, così da demolire gli edifici in cui siamo. Un piano il cui costo stimato fino al 2038 è di 3 miliardi e mezzo, da riaggiustare di fase in fase, di cui l’86% verrà coperto dall’Unione europea. Lo smantellamento di una centrale nucleare non è banale: se quando era in funzione necessitava di 5000 dipendenti, oggi a Ignalina ne lavorano 1600 tra ingegneri, operai e impiegati, tutti occupati a svuotare, tagliare, spostare, schedare. La centrale fu una benedizione per i 20 mila abitanti di Visaginas, città che oggi si regge invece su mobilifici e industrie di dispositivi medici.
Obiettivo militare?
Il racconto di Milda accompagna i nostri passi, stiamo andando al livello +27, attraversando corridoi lunghi, stretti, senza finestre. Anche se saliamo, sembra di essere sottoterra. Giungiamo al rettore della seconda unità : in un hangar c’è un largo cilindro contenente 235 cubi, differenziati per funzione a seconda dei colori, e 1661 tubi, al cui interno veniva messo il carburante, cioè barre composte da uranio 235 e altri additivi. Ognuna forniva una quantità di energia equivalente a 400 litri di petrolio, in grado di soddisfare l’88% del fabbisogno elettrico del Paese. «I reattori RBMK hanno una protezione esterna meno efficace, il che li rende più vulnerabili, ma anche più facili da riempire: ogni cella può essere aperta separatamente, senza spegnere l’intera struttura come nei modelli VVER». Vista la vicinanza a una zona di influenza russa, chiedo se Ignalina possa costituire oggi un obiettivo militare, ma Milda risponde tranquilla: «Il peggio sarebbe potuto succedere quando era ancora in funzione».
Abbandoniamo il reattore per entrare nella stanza di controllo. È come essere all’interno di un’astronave: computer, pulsanti, diagrammi. Ci lavoravano quattro persone al giorno, copertura 24 ore su 24, concesso assentarsi per 15 minuti al massimo, c’è persino una panca da palestra in un angolo. Tutto era studiato per garantire l’efficienza, venivano richiesti nove anni di studio e aggiornamenti costanti, i manuali riempiono un armadio a sei ante. Anche da visitatrice, il pensiero di dover gestire tutto porta un senso di ansia.
Infine arriviamo in uno spazio che potrebbe contenere tre aerei: la sala delle turbine. Gli operai sono impegnati, bisogna indossare la mascherina per proteggersi dalle polveri. È qui che l’energia terminava il suo percorso: il vapore nato nel reattore veniva convogliato nelle turbine di 40 metri, faceva girare le eliche e illuminava la Lituania. Potrà succedere di nuovo, in futuro? Non c’è una risposta univoca: all’ultimo referendum sul nucleare, avvenuto nel 2012 dopo Fukushima, i cittadini votarono no, ma forse nel 2050 si proporrà un’altra strategia e si riaprirà il dibattito.
Quell’odore sovietico
La visita è giunta al termine. Mi appoggio a uno scanner per controllare le radiazioni: sono pulita. Riemergo al freddo dell’esterno. L’esperienza è stata alienante. Le luci, i pannelli metallici che rumoreggiano sotto le suole bianche e spesse, i corridoi stretti alternati alle stanze ciclopiche, e quell’odore indescrivibile, un misto di chiuso, gas, fabbrica. «Soviet smell», odore sovietico, aveva scherzato Milda. E poi quella sensazione: a tre ore di distanza sembra tutto più razionale, meno fascinoso. Quando riprendo il treno per Vilnius nevica di nuovo. Ancora fiocchi grossi, ma leggeri, che si muovono in orizzontale con il vento, depositandosi sulla banchina dell’unico binario di Visaginas, disposti ad accompagnarmi nel viaggio di rientro.







