«Oggi pomeriggio torno a casa più tardi perché dopo scuola faccio bonding time con Edo!», mi comunica la mia 17enne Clotilde prima di uscire. Per un attimo il mio cervello corre al bondage, la pratica sessuale che consiste nel legare il partner. Ma no: l’assonanza inganna, il significato dev’essere un altro. Quale, però?
Scopro così una nuova Parola dei figli che mi porta dritta al cuore di uno dei valori più importanti per la Gen Z: l’amicizia. La traduzione letterale dall’inglese di bonding time è «tempo di legame». Nella vita quotidiana degli adolescenti indica il tempo dedicato a stringere un legame.
Lo psichiatra Gustavo Pietropolli Charmet, nel saggio Amici, compagni, complici, ci aveva già messo sull’avviso: «L’amicizia con i coetanei è diventato il rapporto più significativo degli adolescenti attuali. Questa non è più l’età caratterizzata dalla rivolta nei confronti del padre e dalla separazione dalla madre, ma la fase della vita in cui vengono allacciati profondi legami col gruppo di pari età. L’amico e il piccolo gruppo di amici hanno acquisito un potere incredibilmente superiore a quello che governava tali relazioni nelle generazioni precedenti».
Ma capire esattamente che cos’è il bonding time ci fa fare un passo in più: ci aiuta a comprendere che cosa significhi davvero amicizia per i nostri figli. Il bonding time è l’attività che permette di conoscersi meglio e di rafforzare un legame per non avere solo rapporti superficiali. Andare a vedere un film e poi discuterne insieme per capire i rispettivi punti di vista. Decidere di studiare insieme per un compito difficile per condividere dubbi, ansie e piccole frustrazioni scolastiche. Organizzare un pomeriggio in una caffetteria quando uno dei due ha un problema di cuore per mostrare presenza e disponibilità emotiva. Conoscere meglio una persona è il primo passo per instaurare un rapporto di fiducia. E la fiducia per i Gen Z è l’elemento chiave di una vera amicizia. Attenzione: il bonding time non può essere una side quest.
Come abbiamo visto ne Le parole dei figli di novembre, la side quest è una missione secondaria, un fuori programma inaspettato che porta una sorpresa nella giornata, lontano dagli obiettivi principali. Il bonding time è esattamente il contrario: per essere tale dev’essere pianificato, scelto deliberatamente. È la missione principale (main quest). Non un caso, ma una scelta: dedicare tempo per stringere consapevolmente un legame.
È esattamente quello che la volpe spiega al Piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry.
«Non posso giocare con te — disse la volpe. — Non sono addomesticata».
«Che significa “addomesticare”?».
« Significa una cosa che è stata purtroppo dimenticata, – rispose la volpe – significa “Creare dei legami…”».
«Creare dei legami?».
«Certamente – disse la volpe. – Per me tu non sei che un ragazzino, uguale a centomila altri ragazzini. Non ho bisogno di te. E neppure tu non hai bisogno di me. Per te non sono che una volpe qualsiasi, uguale a centomila altre. Ma, se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo. Io sarò per te unica al mondo…».
«Che si deve fare? », domandò il piccolo principe.
«Bisogna essere molto pazienti», rispose la volpe.
In quel «tempo di legame» con cui i Gen Z scandiscono i loro rapporti c’è la poesia della pazienza. E c’è anche una lezione per noi genitori. Nelle nostre vite sempre di corsa ci siamo aggrappati al quality time, ripetendoci: «Non conta la quantità, ma la qualità del tempo che si trascorre con i figli». Un modo per auto-assolverci, per sopravvivere alla frenetica quotidianità senza troppi sensi di colpa. Ma i nostri figli, che nella loro prospettiva lavorativa desiderano già un miglior bilanciamento tra carriera e vita privata, con il bonding time ci mostrano qualcosa di diverso: che conta anche la quantità. Il tempo dedicato alle relazioni non può essere solo ritagliato, ma va moltiplicato. Il quality time va in sottrazione: si prende al meglio quel poco che resta. Il bonding time va in moltiplicazione: si crea tempo per ciò che conta. È l’insegnamento finale del Piccolo principe: non è la sua rosa a essere unica, ma «il tempo che hai perduto per lei» ad averla resa così importante.