Agnone custodisce una tradizione millenaria grazie alla fonderia Marinelli dove le campane continuano a nascere con gli stessi gesti tramandati da generazioni
A Natale il suono delle campane torna a farsi riconoscere: annuncia le messe della vigilia, scandisce le celebrazioni del 25 dicembre, accompagna processioni e riscalda la memoria. In molte chiese italiane e non solo, risuonano le opere della Pontificia Fonderia Marinelli di Agnone, una delle realtà artigianali più antiche ancora attive. Qui la tradizione continua a fornire campane che, una volta installate sui campanili, attraversano gli anni facendosi sentire anche in lontananza.
Agnone è un paese a 800 metri d’altezza sull’Appennino Sannita nell’alto Molise. Da lassù domina la valle con il fiume Verrino, boschi e campi agricoli. Eppure questo posto abbastanza sperduto è testimone e custode di un’arte antica, di un lavoro artigianale che si tramanda di generazione in generazione: per l’appunto, la costruzione delle campane. Qui ad Agnone si trova una fonderia che ha più di mille anni di storia alle spalle, tanto che può fregiarsi del titolo di Azienda artigiana a carattere familiare più antica del mondo, proprio per questo insignita da Papa Pio XI del titolo di Pontificia Fonderia nel 1924.
Il fatto che ancora oggi sia a carattere familiare ci viene confermato da Pasquale Marinelli, 54 anni, che insieme al fratello Armando portano avanti la storia della dinastia. Ma già i figli d’entrambi, le nuove generazioni, sono al lavoro per apprendere tutti i segreti della costruzione di una campana. «Vedi – dice Pasquale, un omone alto dal viso buono, un pizzetto alla D’Artagnan, occhi neri come come gli ossidi metallici e una voce profonda – fare una campana è un processo lungo, ci vogliono dai tre ai sei mesi, perché facciamo gli stessi passi dei nostri avi. Da allora solo il forno per fondere l’ottone è cambiato. Non è più a legna ma a metano». Si ferma un attimo, si accarezza il pizzetto e poi aggiunge: «Ma questo cambiamento lo abbiamo fatto solo 25 anni fa».
La stessa fonderia, un antico grande fienile in pietra, emana un alone di storia e di passione. La luce filtra dai due grandi portoni di legno e illumina le campane appese. Gli operai si muovono come ombre. Un odore di cera riempie l’aria. «Usiamo la cera per fare le iscrizioni e i fregi artistici» mi dice da dietro le spalle Antonio Delli Quadri, 85 anni e per più di 50 operaio nella fonderia, maestro campanaro e oggi memoria storica dell’azienda oltre che guida del Museo della Campana, che si trova accanto alla fonderia. «Adesso ti spiego come si costruisce una campana, vieni, ti faccio vedere», continua con voce pacata Antonio, gli occhi vispi, i capelli bianchi come neve e un dolce sorriso che lo accompagna sempre. Così, davanti a una decina di campane in argilla dalla cui sommità esce del fumo e le fa sembrare tanti piccoli vulcani, inizia la lezione di Antonio: «Intanto ti faccio una premessa – mi dice – la costruzione di una campana è un lavoro lungo e complesso, un rito arcaico e qui alla Fonderia Marinelli è rimasto invariato per secoli».
A Natale il rintocco delle campane non è solo un segnale di festa, ma un filo che lega generazioni, accompagna la preghierae riscalda la memoria
Si sposta un po’ di lato e poi continua: «Prima si costruisce il modello della futura campana che è fatto dall’anima e cioè una forma fatta di mattoni ricoperti d’argilla che rappresenta l’interno della campana. Poi sopra l’anima si costruisce la falsa campana, con vari strati d’argilla dove si applicano le iscrizioni e le immagini in cera. Infine sopra la falsa campana si costruisce il mantello, composto da altri strati di argilla di diversa consistenza». Si ferma un attimo, prende fiato. Dalla sua voce si percepisce, ancora oggi che è in pensione, la grande passione per le campane. «Dal buco lasciato in alto nel modello si butta all’interno della brace e si cuoce con la tecnica della cera persa, ed è per questo che senti questo odore nell’aria. Il calore scioglie la cera lasciando impresse le immagini sul mantello d’argilla. Quindi si solleva il mantello, si rompe la falsa campana e si ricolloca il mantello sull’anima. Poi il tutto viene interrato nel fosso di colata, dove il bronzo fuso viene versato nelle forme e va a riempire lo spazio tra anima e mantello. Quando tutto si sarà raffreddato, tiriamo fuori la campana, togliamo l’anima, rompiamo il mantello ed ecco la vera e propria campana. Ed ognuna è diversa dall’altra per dimensioni e suono».
Un processo davvero lungo, fatto di gesti che si ripetono, gli stessi che faceva il padre e prima ancora di lui, il nonno e gli avi dei Marinelli, perché la costruzione di una campana prevede la combinazione di cinque elementi fondamentali: lo studio del suono e l’arte delle decorazioni, oltre a matematica, fisica e geometria per le dimensioni. «Una cosa importante – interviene Pasquale Marinelli – avviene poi il giorno della fusione: l’intero procedimento è accompagnato da un prete e si prega tutti insieme per invocare la Madonna affinché protegga la nascita di questa creatura di bronzo». A prima vista può sembrare quasi un rito pagano, ma non è così, mi spiega Pasquale: «Per noi, vedere una campana ultimata ancora oggi è una forte emozione. È un lavoro ma anche un dono che facciamo alla comunità . E per questo vogliamo che sia accompagnato dalla protezione della Madonna».
Le campane hanno sempre avuto un ruolo importante nella società e nella vita delle persone. E se nei tempi antichi venivano usate oltre che per funzioni religiose anche per comunicare, mandare segnali di aiuto, per avvertire di imminenti pericoli o come richiamo per la popolazione, ancora oggi il suono delle campane scandisce momenti importanti della vita dell’uomo. Con suoni diversi le sentiamo quando qualcuno nasce o quando muore, quando ci si sposa o il giorno della festa del patrono. Cerimonie religiose, feste, celebrazioni o eventi tristi sono sempre accompagnati dal loro suono. E da secoli, con i loro rintocchi, scandiscono il tempo dell’uomo.
Le campane della pontificia fonderia hanno raggiunto i quattro angoli del mondo. Non c’è continente dove non sia presente una campana partita da Agnone. Così come in diversi campanili della penisola, dalla Sicilia al Piemonte. Ma forse una delle più importanti è stata quella donata al Vaticano per il Giubileo dell’anno 2000: una campana di cinque tonnellate e sei metri di diametro, che annunciava il terzo millennio dell’era cristiana.
Dall’altro lato, giù in fondo all’ex fienile, altri operai sono intenti alla lucidatura delle campane, grandi o piccole che siano. Piegati su banconi di legno, con movimenti meticolosi spazzolano e lucidano l’ottone, «perché anche queste piccole sono fatte artigianalmente» mi informa un operaio mentre segue attentamente il lavoro di Amedeo, 17 anni, la nuova generazione dei Marinelli. Figlio di Pasquale è entrato in fonderia all’età di 12 anni, «ma già da piccolo, a tre o quattro anni giocava qui dentro e respirava la polvere e il fumo della fonderia» mi dice mentre è piegato sul bancone a ripulire una piccola campana.
Qui, ogni campana nasce da un rito millenario, dove cera, argilla e bronzo si fondono con la preghiera
In un’altra area della fonderia invece c’è il laboratorio delle incisioni. Vari calchi con immagini sacre sono appesi al muro. Immagini e fregi dove verrà colata la cera e che andranno ad abbellire le campane. Sulla parete di fronte, forse lo stampo più importante: il simbolo del Vaticano che permette alla fonderia di fregiarsi del titolo di Pontificia. E sotto questo simbolo, seduto su uno sgabello di legno, davanti a un tavolo pieno di cera e bassorilievi, Pasquale mi racconta le sue emozioni e le sue paure: «Non abbiamo mai pensato di industrializzare il nostro lavoro, farlo diventare una sorta di catena di montaggio per produrre più campane e anche più velocemente. Qui abbiamo voluto mantenere la tradizione e i tempi dei nostri avi e sentire ogni volta l’emozione che sale dentro quando una campana è finita e poi guardarla ogni volta come un bambino con gli occhi spalancati davanti a un incantesimo». Alza la testa e fa girare lo sguardo tutt’intorno, Pasquale, mentre la voce si fa più bassa, quasi incrinata dalla commozione. Si tocca i braccialetti sul polso e poi continua: «Noi abbiamo un compito importante, dobbiamo difendere l’originalità e la memoria. Siamo i guardiani del sapere e della tradizione».
Rimaniamo in silenzio fino a quando dalla fonderia arriva un concerto di campane. È Antonio, che battendo un martello su campane di varie dimensioni e con note diverse, allieta i visitatori alla fine del percorso al museo con le note dell’inno d’Italia. Ed è qui che si adattano perfettamente le parole dell’autore Francesco Jovine, scritte su un foglio appeso alla parete dietro Pasquale e tratte dal romanzo Le terre del sacramento: «Agnone si è radicato della sua solitudine portando il suono delle campane in tutto il mondo. Ancora oggi è una magia».










