Lorenzo Sganzini ci accompagna dietro alle quinte dell’Orchestra della Svizzera italiana
Quello che Lorenzo Sganzini ha scritto per i novant’anni dell’Orchestra della Svizzera Italiana non è un libro da musicista; perché lui non lo è, anche se nei suoi vari incarichi – direttore di Rete Due e progetto LAC tra i tanti – ha avuto spesso a che fare con l’Osi: per anni è stato membro del Consiglio di Fondazione (che nel 1991 ha sostituito la Radiotelevisione come ente cui l’orchestra faceva capo).
Ma proprio questo rende prezioso il libro: non è la canonica cronistoria, non si sviluppa attraverso concerti memorabili, elenchi di direttori e solisti. Ci sono, ma letteralmente capitano come momenti di un viaggio che lo scrittore inizia in punta di piedi e continua sempre più disinvolto: è il racconto di ciò che oggi l’Osi è, la scoperta del dietro le quinte di un’orchestra. Rintocca l’umanità varia e talvolta sorprendente delle tessere di questo mosaico sonoro: gli strumentisti, che Sganzini segue nelle prove, nelle tournée, perfino nelle audizioni per scegliere un nuovo membro; captando confessioni e segreti inconfessabili («questo non lo scrivi» si è sentito ripetere più volte), aneddoti e riflessioni.
Un libro utile per i tanti appassionati non musicisti che volessero conoscere più a fondo la vita di un’orchestra, ma anche per gli esperti, perché pagina dopo pagina si entra nella carne viva non di un ensemble generico, ma di un mondo preciso e unico, quello dell’Osi. L’autore confessa di aver scelto le prove da seguire in base ai propri gusti: quella con Juraj Valcuha non perché gli interessasse il direttore, ma per sentire l’Eroica di Beethoven. Annota che, prima di iniziare, chi ha l’archetto lo batte sul leggio, gli altri applaudono: è il saluto al nuovo sostituto dei contrabbassi; e poi parte Happy Birthday, che si rivela essere «il motivetto più eseguito da tutte le orchestre del mondo»: e quando si è tra i 40 e i 100 i musicisti, è difficile che ci sia una settimana senza compleanni.
Sganzini scopre anche come i musicisti chiedano a un direttore che sappia riconoscere le note sbagliate e che sia chiaro nel gesto, mentre le parole, soprattutto se tante, stonano: infatti Valcuha entra e dopo un laconico «Buonasera, facciamo il primo movimento» attacca. «Il paravento» che dà il titolo all’11esimo capitolo è quello dietro cui suonano i candidati al posto in orchestra, qui di seconda tromba, vinto da Simon Pellaux; l’autore scopre come la pratica sia volta a far sì che il giudizio – cui partecipa in due fasi tutta l’orchestra – sia solo e squisitamente musicale, influenzato da nient’altro.
Da qui Sganzini parte per toccare il tema delle donne in orchestra (17 su 41 al momento del libro): la violinista Barbara Ciannamea gli racconta che trent’anni prima la prova del mercoledì era alla sera, per permettere alle madri di accudire i figli. Un video del 1975 – concerto diretto da Celibidache – mostra tre violiniste, e un filmato senza audio del 1938 ne mostrava già due, all’epoca qualcosa di clamoroso; dopo una lunga ricerca, una si scopre essere Livia Salati, madre del violoncellista Rocco Filippini.
Non mancano i grandi momenti: la Nona di Beethoven che inaugura il LAC, le direzioni di Mascagni, Stravinskij e di un Richard Strauss che Otmar Nussio descrive con «un fare tra l’assente e l’annoiato» mentre dirige, ma con l’orgoglio che sia stata proprio l’Osi la dedicataria, nel 1947, dell’ultimo brano composto dall’ottantatreenne maestro. Un regalo per quei dodici anni che adesso sono diventati novanta; come si suol dire, «novant’anni suonati».
Bibliografia
Lorenzo Sganzini, Il respiro dell’orchestra. Un anno tra prove, concerti e tournée. Coedizione OSI-Casagrande, Bellinzona, 2025
