Il viandante, il figlio, la famiglia

by azione azione
22 Dicembre 2025

Poesia: "L'isola nelle" selve di Umberto Piersanti è un’antologia che attraversa tempi, affetti e perdita

Con L’isola tra le selve, Poesie scelte 1967-2024, libro uscito quest’anno da Marcos y Marcos, (bandella di Fabio Pusterla, prefazione e cura di Massimo Raffaeli), Umberto Piersanti ci restituisce il tempo intimo del sé che però continuamente si apre a quello storico delle comunità; sembrano quasi le due dimensioni essere in posizione speculare. Specchi che si osservano di sottecchi, si riflettono. Anche se, certo, il tempo della storia, quello con la «s» maiuscola, della Seconda guerra mondiale, è talvolta nei suoi atroci accadimenti, sfumato o come in appoggio all’altro, meditativo, errabondo, solitario, fatto al massimo di due persone, il poeta e la donna, sempre amata, pienamente, senza risparmio.

Egualmente il momento della rivoluzione sessantottina, giocata tra l’università e le piazze urbinati, di cui egli certo si sentiva parte, nell’imminenza della lotta per le libertà, sembra un’eco lontana quando il verso si apre allo spazio vegetativo faunistico del crinale delle Cesane: «[…] / Estraneo all’anno / di gente rovesciata nelle piazze / dei giovani serrati / coi drappi rossi negli edifici / fermo nell’Appennino remoto / immemore del tempo / sciolto dalla catena […]». Lì il tempo fugge dal suo cerchio e chiama il camminatore a farne parte; basta che egli ben ascolti il muoversi della natura, con le sue feste sottese, i colori, gli umori, ed ecco manifestarsi quella dimensione altra del mito, inteso anche come visione dell’origine sempre ritornante e quindi come sempre nuova.

Eccola, sembra materializzarsi nella casa sotto «il fosso», in quel giro di voci famigliari, addirittura nella nonna Fenisa ma anche nelle prime esperienze pudiche degli sguardi sulle forme nude. È questo un libro in cui il poeta si fa viandante; la viandanza quasi come forma di sapienza, che dura per Umberto Piersanti da più di 60 anni e che alimenta la vera giovinezza: camminare, osservare, ricordare e quindi immaginare. Questo il cerchio dei sensi memorabile, che sembra possedere il poeta e che restituisce a ogni lettore, l’affresco mai concluso di una stagione, un territorio, che è anche non dimentichiamolo, quello dei Montefeltro, tra i più rilevanti dell’Italia rinascimentale: «Già dalle cinque / era scuro / a novembre / nel cortile / che dava / sulle tenebre dell’orto // senza luci / si stendeva / la città di pietra / di volte di mattoni / nella notte / ed era sufficiente / bisbigliare / perché nel buio / uscissero gli spiriti […]».

Il racconto iniziale dell’esplosione amorosa, in verità continua a persistere in tutto il libro, si fa solo col passar del tempo, più rappreso, sempre però mantenendo quella parola, mi verrebbe da dire, che sa sempre di grande sospiro. Tutto questo allora è il tempo differente citato più volte nel libro, è una dimensione parallela a quella della quotidianità ma non meno viva, con i suoi fantasmi, le ombre, che corrono tra gli occhi del poeta e i sentieri dell’oggi, anche se il territorio è così cambiato, sembra una cicatrice cementizia che solca le mitologie millenarie.

E Nel tempo che precede, titolo dato tra l’altro a una delle raccolte più rilevanti di Piersanti e presente in antologia con alcune poesie, vi è anche in qualche modo il tempo differente. Due tempi in continua transizione, che ancora girano attorno a questo nuovo, irriconoscibile: «[…] ma cessa la tempesta a poco, a poco / e voi ombre svanite / agli occhi mesti, / torna la gente nuova, forestiera / forestiere le case / dentro la terra». Di certo il pensiero del poeta, in questa mirabile antologica, non può non toccare un altro grande punto di riflessione che è quello prodotto dalla nascita del figlio Jacopo, affetto sin dai primi anni di vita, da una grave forma di autismo. Ecco allora che davvero i tempi differenti si moltiplicano, entra in gioco anche la dimensione altra del figlio, che alimenta ma anche corrode la sensibilità del poeta e le pagine sembrano non lasciare spazio che a questa sorte, voluta da un dio terribile o dal caso forse. Ma Piersanti non cede alla dissoluzione, neanche in questo suo nero presente. Sembrano quasi i versi dolorosi su Jacopo, ricoprirsi di una flebile aureola e alimentare qualcosa che rende degno l’uomo, pur nella tenebra in cui gli è dato vivere. Ecco dunque, una parola sofferente che sa emettere brillii dentro un’immobile crudezza: «[…] figlio che giri solo / nella giostra, / quegli altri la rifiutano / così antica e lenta / ma il padre t’aspetta, / sgomento ed appartato / dietro il tronco, / che il tuo sorriso mite / t’accompagni / nel cerchio della giostra, / nella zattera dove stai / senza compagni».

La statura di Piersanti è in questo: tenere, dopo il vacillamento, ancora alto il cammino verso la ricerca e quindi la bellezza. La vita, ci pare sussurri, è sempre degna d’esser riconosciuta per quel che è: un attimo, un miracolo, dentro quest’attimo. E nelle Poesie Nuove, ecco tornare tutta quella dimensione carissima: le donne, riguardate ancora ma come stilizzate in una luce gentilissima, quasi stilnovistica, la guerra dell’inizio vista con l’occhio stupefatto del bambino, il primo commovente sentimento d’amicizia, quel camminare emozionato con la sorella più grande, il sostare col padre in una taverna e la disperazione poi, alimentata dalla sua scomparsa: «[…] il primo vero dolore / che ci colpiva, / colpiva la famiglia, / la famiglia di cinque / così perfetta, / sapevo che il tempo / tutto dissolve e muta, / ma la vivevo eterna / e così era / […]».

Tutta questa altalena visionaria di uno spazio remoto, è come se fosse ripassata nelle ultime pagine, proprio con gli occhi dei tempi nuovi. Sì proprio da qui, il poeta pare allungare, attraverso una vista ultramondana, il suo sguardo su quell’alto crinale dell’origine e cucire le Cesane, lo Sprovinglo, folletto maligno del luogo, il Fontanino, Villa Gloria, il Carpegna, il monte Ardizio, la Conserva, lo Spineto, la gola del Furlo, Tavoleto, con i volti tra gli altri, dei suoi amati Madìo dagli occhi azzurri e la Fenisa. I due sono lì, sprofondati in quel fosso, con la casa rudere che a sprazzi tra le frasche fa capolino. Sembrano salutarlo ancora da quel territorio arcano dell’inizio e dell’amore: «[…] Itaca è là / così vera / e presente, / fatta di terra / e acque e foglie, / un’isola nel mezzo / di fitte selve, / forse impossibili / da solcare».