Vite affannate nel Far West mozambicano

by Claudia
24 Giugno 2024

Reportage: storie di ragazzi a fine pena in una prigione a cielo aperto nel Paese dell’Africa orientale

Il fuoristrada dalla N7 che da Catandica va verso Chimoio, imbocca una carrozzabile sterrata, poi si perde per 17 chilometri dentro una savana sconfinata e senza tempo. Curva dopo curva Pedro, il solerte conducente che mi accompagna in questo viaggio, arranca silenzioso, manovrando attento di sterzo, tagliando i terreni incolti e la foresta di Hombwe, nel distretto di Bàrué, così si chiama questa zona che prende il nome dalla catena montuosa e dalla grande altura che vedo sullo sfondo. Gli uomini, le donne e i bambini fermi ai lati della strada d’asfalto sono spariti, così come i caseggiati, e le automobili; sono scomparsi anche i banchi con la frutta, e i venditori di abbigliamento usato e polli vivi. Adesso non incontriamo altri mezzi o persone mentre ci inoltriamo in questo Far West mozambicano per chilometri e chilometri, e nessuno si aspetterebbe di trovare alla fine di questo passaggio selvatico un carcere a cielo aperto, la surreale colonia penale in un villaggio sperduto.

Quando arriviamo c’è solo un recinto con dentro le capre, in fondo una stalla fatta di giunchi, pochi uomini al lavoro, due cani che si azzuffano rincorrendosi e abbaiando furiosamente, un’aria di desolato abbandono. Poco dopo rientrano dalle campagne due detenuti, bastoni in mano pronti all’uso, scortando una mandria di mucche portate al pascolo. Custódio Josè, il direttore della prigione, che incontro poco dopo, è un omaccione dall’aria burbera e la faccia paffuta, la mimetica verde scuro in ordine, in testa un basco marrone con il simbolo della repubblica africana con una zappa e un fucile AK-47 incrociati; mi spiega che qui vivono solo 38 reclusi: «Questo è un centro basato sull’agricoltura e la zootecnia, è una forma di rieducazione, i detenuti vengono qui per imparare un lavoro». Sì, perché il Mozambico è per il 90% una terra agricola, abitata da poveri contadini, che adesso cerca di risorgere economicamente dopo vent’anni di una sanguinosa guerra civile tra fazioni contrapposte. Ovvero l’esercito, che faceva capo al partito Frelimo – originariamente, al tempo della guerra fredda, di ispirazione marxista leninista e nato dalla lotta armata al colonialismo, oggi, contrariamente, filo occidentale, al governo dal 1975 dopo la rivoluzione che portò a ottenere l’indipendenza dal Portogallo – e la Renamo, un partito conservatore e anticomunista. Dopo anni di guerriglia, soprattutto in zone rurali come questa, hanno firmato l’accordo di Maputo nell’agosto del 2019. L’AICS, l’agenzia italiana della cooperazione allo sviluppo, ha partecipato a un progetto del Governo acquistando gli animali che vedo, organizzando inoltre corsi di formazione tecnica per l’allevamento, l’alimentazione e l’igiene delle stalle, così come la somministrazione dei vaccini.

«Sono tutte persone che hanno commesso piccoli reati», racconta puntuale il comandante, chi ha fatto rapine a mano armata o è un omicida non è accettato qui», puntualizza, «arrivano da noi alla fine della pena per diventare agricoltori e allevatori di bestiame». La regola è di non dover scontare una reclusione di più di 13 anni per furto semplice, aggravato, aggressione fisica o abuso sessuale sui minori, metà della quale già scontata in un carcere normale avendo dimostrato una buona condotta. «Abbiamo psicologi che vengono qui a fare dei colloqui con i detenuti» mi spiega ancora orgoglioso, «e tutte le domeniche li riuniamo per farci raccontare quello che sentono nel proprio intimo, i problemi che hanno» dice ancora. Sono costretto a credergli, penso mentre parla, poi gli chiedo se tra di loro c’è stato qualche Papillon fuggiasco che si è dato alla fuga, scappando nottetempo, o un romantico Jean Valjean evaso per sempre. «Ci sono stati tentativi di fuga», ammette, «le nostre guardie li riprendono, ma non è facile scappare in questo territorio, poi ci parliamo cercando di capire, nessuna tortura», precisa, con la cattiva coscienza del gendarme di carriera, «quella è proibita dalla legge». I detenuti sono liberi di circolare solo nei cento ettari che lavorano dei 2000 di quest’area. Solo negli ultimi mesi di carcere possono allontanarsi. Tutti i penitenziari mozambicani, anche quelli con le celle in muratura, hanno l’obbligo di creare le condizioni dell’autosostentamento con lavori agricoli, racconta ancora Custódio Josè, riassestando il basco in testa, «questo è un Paese povero, non possiamo permetterci di mantenere i carcerati».

I ragazzi sono tutti molto giovani, e al di là dei buoni propositi del comandante, anche molto guardinghi e timorosi, gli sguardi spaventati, la postura del corpo contratta, gli arti retrattili, lo sguardo da cani bastonati. I corpi portano i segni sulla pelle delle violenze subite, qui o altrove, cicatrici più o meno profonde, angosce invisibili per quelle psicologiche, rabbie nascoste nelle segrete dei loro pensieri più profondi e inaccessibili. Quando parli con loro forse mentono, alcuni non hanno studiato, non parlano neanche il portoghese ma solo dialetti locali, si vergognano di raccontare quello che hanno fatto per sfuggire a una vita allo stato brado di povertà e ignoranza. Uomini come Tito Ricardo Nassone, i capelli rasati, ragazzo di bottega in un negozio di alimentari, il grande naso e la fronte spaziosa, la maglia bucata all’altezza del costato, che incontro un paio di chilometri più avanti nel villaggio di capanne dove vivono i detenuti, pattugliati notte e giorno da otto guardie che si danno il cambio. «Ho rubato perché il proprietario non mi pagava, trafugato olio, riso, ho rubato parecchio e per molto tempo», confessa, «e un giorno anche i soldi dell’incasso». Lo hanno arrestato a Beira, processato e condannato a 12 anni di prigione. «Sei li ho scontati a Chimoio, ma qui si sta molto meglio che in una prigione, lavoriamo all’aria aperta, abbiamo da mangiare, mi sento un privilegiato». Il suo sogno una volta uscito di galera è mettere in piedi una piccola fattoria, «ho imparato a coltivare e ad allevare, so come fare adesso, posso farcela» dice fiducioso. Vasco António Joaquim, un ragazzo magro, che indossa un giubbetto nero di pelle, invece ha studiato fino alla decima classe e lavorava come gommista. Una notte stava fumando marijuana con un gruppo di amici, l’hanno arrestato e condannato a un anno più una multa in danaro che non è riuscito a pagare, così quelli da scontare sono diventati due. Mentre Armando Maque, che forse soffre per qualche ritardo mentale, calvo e con gli occhi lucidi, dice che stava bruciando sterpaglie nel suo orto e si è distratto, le fiamme si sono propagate fino ad arrivare alla casa del vicino, che alla fine è bruciata. Il giudice lo ha condannato a nove anni.

Continuo ad ascoltare una storia dietro l’altra, e a scrivere sul mio taccuino storie «dal vero» di un grande romanzo corale della povertà mozambicana. False o autentiche che siano non fa alcuna differenza, sono storie che possono facilmente accadere in questa parte di mondo dimenticata da dio. L’ultima è quella di Livson, scalzo e piccolo di statura, i bermuda logori, stracciati, il viso dai lineamenti dolci che, tormentato, mi racconta di aver violentato Lourença, la sua ragazza di 17 anni. Giura che le aveva dato appuntamento, lei era consenziente, ma il padre l’ha denunciato perché non voleva che lo frequentasse. È stato condannato a 13 anni di prigione, la metà dei quali scontati a Chimoio. Ma lui non si è perso d’animo, la pensa tutti giorni – questo racconta spaurito, a bassa voce – «lei ha scritto che mi aspetta, quando esco di prigione vuole incontrarmi». Forse la sua storia è proprio questa, forse invece dietro quella faccia d’angelo delicata e bambinesca, si cela un erotomane seriale, lo stupratore brutale che cerca solo l’occasione giusta per trovare un’altra vittima, poter rifare tutto ancora un’altra volta, con la stessa violenza, restando impunito. Forse s’è inventato tutto, solo una parte di quello che mi sta dicendo, o semplicemente racconta la storia di un altro per non raccontare la sua.