Un sogno per il 2024: la tregua olimpica

by Claudia
25 Dicembre 2023

Si chiude senza rimpianti un altro anno caratterizzato da guerre e problemi ambientali irrisolti. Cosa ci riserva il futuro?

Nessuno si era fatto troppe illusioni, chiudendo un anno fa il 2022 che aveva visto esplodere il sanguinoso conflitto ucraino e salutando questo 2023 che a sua volta ci lascia consegnandoci un bilancio ancora più amaro. Si pensava che toccasse all’anno nuovo, che aveva accolto un’eredità pesantissima, provare a chiudere i conti con un passato recente quanto crudele. Non sarebbe stato possibile immaginare che non solo questa guerra in piena Europa avrebbe continuato a imperversare, persino crescendo d’intensità, ma addirittura che un’altra guerra non meno cruenta avrebbe investito un angolo nevralgico del Medio Oriente. Innescato da un brutale attacco terroristico, il nuovo conflitto ha visto scatenarsi un altrettanto brutale spirito di vendetta. E così la guerra, esattamente come in Ucraina, ha colpito ben oltre i bersagli militari accanendosi contro i civili. L’anno si conclude dunque, una volta ancora, senza lasciare rimpianti. Nemmeno c’è stato quel colpo di coda che gli ottimisti a tutti i costi chiedevano alla comunità internazionale a proposito della sfida ambientalista. Non solo: la conferenza delle parti che si è celebrata a Dubai ha visto prevalere la voce di chi confida ancora nel petrolio come motore dello sviluppo. Non a caso il dibattito si è svolto in una delle aree di maggior produzione petrolifera. Alla fine si è raggiunto un risultato significativo ma insufficiente rispetto alle drammatiche urgenze che premono: un impegno a risanare l’ambiente slittato fino al 2050. Qualcosa di simile a quanto accadde nel 2013, quando toccò alla Polonia, che produce, consuma ed esporta carbone, l’altro combustibile fossile da tempo sul banco degli imputati, il compito di ospitare la conferenza annuale sul cambiamento climatico.

Il rischio nucleare

Dunque il 2024 che varca la soglia di questo capodanno nasce con molti peccati originali, che hanno il loro simbolo eloquente nel nostro povero pianeta minacciato due volte. Da una parte un rischio potenziale, il possibile allargamento al nucleare dell’uso già devastante che si fa delle armi più sofisticate della storia, dall’altra ben più che un rischio, una realtà piuttosto: un deterioramento ecologico che come dimostrano i limiti della diplomazia ambientalista rischia ormai di sfuggire a ogni controllo. Ci vuole un ottimismo inossidabile per credere alla possibilità che le misure fin qui adottate possano davvero invertire la tendenza e assicurare la svolta decisiva invocata da chi si ostina a difendere l’ambiente. Per capire l’urgenza di questa svolta basta pensare all’innalzamento delle acque marine, all’angoscia degli abitanti di quegli Stati insulari che ogni giorno scrutano il fenomeno, consapevoli che prima o poi le loro terre finiranno sommerse dall’oceano.

Consolidamento dei BRICS

L’anno nuovo ci mostrerà il progressivo consolidamento di una struttura che ancora si chiama BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) anche se ormai l’acronimo non corrisponde più all’effettiva consistenza del gruppo. Infatti a partire dall’inizio di gennaio 2024 altri cinque Stati (Egitto, Etiopia, Iran, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti) entreranno a farne parte. Mancherà invece l’Argentina, che era stata ugualmente invitata ma ha scelto una strada diversa eleggendo un presidente conservatore, Javier Milei, risolutamente avverso all’adesione e alla visione anti-occidentale dei BRICS. Mancherà anche l’Algeria, che invece avrebbe voluto entrare ma è stata respinta dopo che l’India ha posto il veto, secondo voci diplomatiche su pressione della Francia desiderosa di contrastare l’attivismo algerino nel Sahel. Altri Paesi potrebbero essere cooptati nel gruppo, che si propone di fronteggiare l’egemonia finanziaria e culturale degli Stati Uniti e il ruolo del dollaro americano nelle transazioni internazionali.

Biden contro Trump

Nell’agenda del 2024 spiccano due eventi, l’uno politico e l’altro sportivo. Il primo: le elezioni presidenziali in programma negli Stati Uniti all’inizio di novembre. Toccherà alle due massime formazioni politiche, repubblicani e democratici, il compito di sciogliere attraverso le primarie il nodo delle candidature. Si profila comunque la possibilità, non proprio gradita secondo i sondaggi alla maggioranza dell’opinione pubblica, di un nuovo duello fra i grandi vecchi della politica americana, Donald Trump e Joe Biden, che già sconfisse l’avversario nel 2020. Dominerà l’evento un’atmosfera febbrile, con l’ombra di imbarazzanti procedure a carico di Biden e Trump, il primo minacciato di impeachment per il conflitto d’interessi legato ai disinvolti affari di famiglia, il secondo indagato per ripetute violazioni di legge connesse con il voto del 2020. Grava anche sulla vigilia elettorale il sospetto di pesanti ingerenze straniere, attuate con l’arma informatica, che potrebbero influire su un risultato atteso con ansia nel mondo intero.

I Giochi di Parigi

L’altro evento che riempirà le cronache del nuovo anno è la trentatreesima olimpiade in programma a Parigi la prossima estate. È la terza volta, dopo i precedenti del 1900 e del 1924, che i Giochi vengono ospitati nella capitale francese. Il presidente Emmanuel Macron e il suo Governo puntano su questa spettacolare sfida sportiva sia per proporre un’immagine di capacità organizzativa, sia per rasserenare un’atmosfera internazionale turbata da troppe circostanze avverse. Eppure già ora l’attualità bellica che tiene il mondo con il fiato sospeso getta le sue ombre sulla festa olimpica. Infatti c’è chi vorrebbe aggirare l’ostacolo rappresentato dall’esclusione degli atleti russi per via delle sanzioni facendoli gareggiare senza che esibiscano la loro bandiera. Ma in questo caso, se Mosca dovesse accettare una simile condizione, i responsabili sportivi dell’Ucraina hanno fatto sapere che negherebbero la loro partecipazione.

Sospendere i conflitti

Nell’antichità il fuoco olimpico aveva il potere di sospendere i conflitti che così spesso vedevano l’una contro l’altra armate le rissose città-stato della Grecia. Oggi persino questo ci è negato, non esiste più qualcosa di simile alla tregua olimpica, il grande evento sportivo non è più in grado di far tacere le armi e deve fare i conti con la fatale assurdità della guerra. Eppure, se è lecito sognare, lasciateci immaginare che la questione in qualche modo si possa risolvere, che nell’estate parigina russi e ucraini possano trasferire la loro sfida dal campo di battaglia ai campi di gara. Siamo purtroppo sul terreno dell’utopia ma certamente sarebbe un bel salvataggio d’immagine, per questo 2024 chiamato a smentire le inquietanti aspettative che ne accompagnano i primi passi.