Le purghe di Xi Jinping e la crisi economica

by Claudia
18 Dicembre 2023

La Cina sta attraversando un momento molto complicato e Pechino reagisce anche epurando i vertici del partito

Nonostante le grandi zone d’ombra della sua eredità, è da tutti riconosciuto che l’ex segretario di Stato americano Henry Kissinger, recentemente scomparso, aveva la capacità di stabilire con la leadership delle grandi potenze un rapporto di fiducia, personale, diretto. È quello che manca oggi nei rapporti diretti tra il presidente americano Joe Biden e il leader cinese Xi Jinping: i due si conoscono da tempo, durante l’ultimo bilaterale in California hanno parlato in modo inusualmente cordiale, eppure manca qualcosa ancora nella relazione tra i presidenti delle prime due economie del mondo. Il problema riguarda soprattutto il lato cinese, e la sua catena di comando sempre più verticalizzata, opaca, ieratica. Interlocutori che spariscono, dati economici scarsamente trasparenti e attività spesso contraddittorie con i messaggi mandati dalla politica.

Il ministro degli Esteri Qin Gang doveva essere il volto nuovo della diplomazia cinese, designato alla fine del 2022 per prendere il posto di un veterano come Wang Yi (classe 1953). Qin Gang aveva esperienza con i negoziati, anche i più critici: prima di essere promosso a Pechino era stato per più di un anno ambasciatore della Cina negli Stati Uniti, e prima ancora viceministro degli Esteri. Circa sei mesi dopo la sua nomina però, a giugno, il cinquantasettenne Qin Gang è sparito dalla circolazione. Dopo settimane di assenza qualcuno ha iniziato a domandare, durante la conferenza stampa quotidiana tenuta dal portavoce del Ministero degli esteri di Pechino, dov’è il ministro? E la risposta era sempre la stessa: il ministro è assente per motivi di salute. Poi, con un decreto firmato dal leader Xi Jinping, Qin Gang è stato ufficialmente rimosso dal suo incarico di ministro e al suo posto è tornato Wang Yi. Poi è stata la volta del Ministero della difesa. Qualche giorno dopo la rimozione di Qin Gang, la leadership di Pechino ha rimosso ufficialmente pure il capo delle Forze missilistiche cinesi, Li Yuchao. In seguito, a fine agosto, si è consumato l’ultimo episodio di quelle che iniziano a essere definite le grandi purghe di Xi Jinping. Il ministro della Difesa, Li Shangfu, considerato un fedelissimo del leader e uno dei padri del programma spaziale e missilistico cinese, ha smesso di mostrarsi in pubblico. Secondo il «Wall Street Journal», a metà settembre sarebbe stato portato via dalle autorità per essere interrogato. Poi, alla fine di ottobre, i media statali di Pechino hanno fatto sapere che Xi Jinping ha firmato il decreto di rimozione di Li Shangfu da consigliere di Stato e ministro della Difesa.

È un terremoto all’interno della leadership di Xi Jinping, che meno di un anno fa ha consolidato il suo potere con un terzo, inedito mandato (marzo 2023). Eppure l’interpretazione della politica cinese è oracolare, chiusa ed ermetica, quindi non è possibile sapere che cosa significhino le purghe di Xi. C’è chi parla di un consolidamento ulteriore del potere del leader, che manda messaggi chiari: nessuno è al sicuro, nemmeno i ministri. Dall’altro ci sono analisti e osservatori che parlano di una debolezza della leadership del Partito comunista cinese, la cui tenuta inizia a scricchiolare. La Repubblica popolare cinese sta attraversando un momento molto complicato non solo dentro al Zhongnanhai, il complesso del potere del Partito. La crescita economica cinese era già in rallentamento, ma il disastro della gestione della pandemia da Covid ha peggiorato drammaticamente la situazione. «Se prima un ragazzo sognava di avere il posto pubblico, perché era quello sicuro», racconta una giovane donna di Pechino che lavora per una compagnia occidentale e che preferisce restare anonima per ragioni di sicurezza, «oggi tutti sanno che nemmeno il posto pubblico è una garanzia di stipendio sicuro. Ci sono intere città che da mesi non riescono a pagare i loro autisti, i loro impiegati, i loro infermieri. E il tasso di disoccupazione, tra i ragazzi, è altissimo». A metà agosto, dopo aver superato il dato record del 20 per cento per quanto riguarda gli individui tra i 16 e i 24 anni, la Cina ha smesso di pubblicare il dato sulla disoccupazione. È un fattore importante da considerare anche se si pensa al collasso del settore immobiliare cinese. «Hanno costruito tutto quello che potevano costruire – commenta la giovane – e nessuno oggi ha intenzione di comprare una nuova abitazione, piuttosto erediterà quella dei suoi genitori».

In Cina quel patto di fiducia tra i cinesi e il Partito comunista, che è stato la garanzia della crescita e dei consumi, inizia a rompersi. È successo soprattutto dopo la cancellazione, da un giorno all’altro, della politica zero Covid (a fine 2022). Quel sistema autoritario e paranoico di eliminazione del virus dal Paese, fatto di ospedali di detenzione e persecuzione per i potenziali infetti, che è stato abbandonato all’improvviso. «Tutti allora abbiamo capito che no, non c’era niente della protezione pubblica che millantava la leadership», commenta la ragazza cinese. La fine della politica zero Covid doveva essere associata, nella logica di Pechino, a un boom dei consumi interni, una dinamica che non si è mai innescata proprio perché manca la fiducia, non solo degli investitori ma pure dei cittadini cinesi. Per cercare di potenziare i consumi interni e la circolazione delle persone, il Governo di Pechino avrebbe esplicitamente chiesto ai grandi tour operator di promuovere, durante la Golden Week, cioè la settimana di festività cinesi che si celebra la prima settimana di ottobre, il turismo interno. Secondo diversi osservatori sarebbe questo il motivo dell’assenza ancora oggi, in Europa, dei grandi gruppi turistici cinesi che eravamo abituati a vedere in epoca pre-Covid. La deflazione, cioè l’abbassamento dei prezzi in Cina, aumenta le preoccupazioni della leadership di Xi Jinping: il rischio è che la Repubblica popolare si avvii verso una stagnazione economica sul modello di quella giapponese.

Alla luce della crisi profonda che sta vivendo il Paese, la sparizione dei ministri del Governo assume un significato sinistro: quando il leader di una grande potenza economica vede il rischio serra i ranghi, applica il metodo del terrore con i suoi collaboratori, aumenta la repressione e soffia sul fuoco del nazionalismo. Il peggior scenario per la seconda economia del mondo, in un clima internazionale sempre più teso e nonostante le rassicurazioni sull’apertura dei canali di dialogo, anche diretti, tra Washington e Pechino.