Una questione di sopravvivenza

by Claudia
27 Novembre 2023

Il 30 novembre si apre a Dubai la COP 28, la conferenza dell’Onu sul clima, mentre lo sforzo ambientalista dei Governi si riduce

Raramente nella storia della diplomazia si è manifestato un contrasto così esplicito fra le aspettative ideali e quelle concrete, fra ciò che dovrebbe essere e ciò che prevedibilmente sarà. La Cop 28, la ventottesima fra le conferenze annuali che affrontano l’emergenza climatica, si celebra a Dubai fra il 30 novembre e il 12 dicembre con la missione quasi impossibile di imprimere alla transizione energetica un decisivo colpo di acceleratore. Altrimenti sarà stato tutto inutile, i gas a effetto serra continueranno ad accumularsi nell’atmosfera in misura eccessiva con tutte le devastanti conseguenze del caso: meteorologia impazzita, tropicalizzazione delle aree temperate, scioglimento dei ghiacci, innalzamento del livello dei mari.

In particolare, la Cop 28 dovrebbe fare il punto sulla situazione, visto che è arrivato a scadenza il primo Gst (global stocktake, bilancio globale), l’aggiornamento quinquennale dei dati. Dovrebbe anche rendere operativo il Fondo perdite e danni, lo strumento finanziario destinato a compensare quei Paesi che devono spronare uno sviluppo economico ancora incompiuto e dunque non possono limitare più di tanto le emissioni. Si calcola che per mettersi in regola di qui al 2030 con gli impegni dell’Accordo di Parigi del 2015 i Paesi emergenti abbiano bisogno di almeno 2400 miliardi di dollari. Dove reperire quella massa di denaro? Quello che si chiede ai Governi è il dirottamento di ingenti flussi finanziari verso la destinazione verde. E proprio qui vengono al pettine i primi ingarbugliatissimi nodi. Infatti il mondo in questa fase ha visto restringersi la disponibilità di denaro, mentre le superstiti risorse sono assorbite in misura crescente dal rilancio della corsa agli armamenti per le guerre in corso e quelle che «potrebbero» esplodere. C’è chi sostiene che è stato il conflitto ucraino a dare il colpo di grazia allo sforzo ambientalista dei Governi, già di per sé frenato da mille impedimenti. Per di più si registra un diffuso allentamento nella percezione dell’emergenza da parte delle opinioni pubbliche. Si parla di crescente eco-scetticismo.

In un’epoca permeata da un subdolo negazionismo di fondo si diffonde sempre più la convinzione che il mutamento del clima sia un fenomeno prevalentemente naturale, ciclicamente riproposto nei secoli, e che dunque non valga la pena intervenire sulla parte antropica, considerata marginale. In realtà l’andamento statistico dimostra che a far data dalla rivoluzione industriale la situazione è andata precipitando, e in un paio di secoli ha superato ogni progressione naturale. Ma il sasso ormai è stato lanciato, qualcuno fa notare che non ha senso combattere contro il diluvio universale. La folla di politici, scienziati e imprenditori riunita nella metropoli degli Emirati Arabi Uniti avrà dunque a che fare con un’impresa non soltanto difficilmente finanziabile ma anche non più considerata come irrinunciabile da un’opinione pubblica unanime. Qualche dubbio non certo marginale investe anche l’imparzialità di chi ospita la Cop 28. Qualcuno lo ha chiamato il «paradosso di Dubai»: la conferenza chiamata a rilanciare la transizione energetica si celebra nel cuore della produzione petrolifera. In poche parole i produttori di petrolio, a partire dagli emiri del Golfo, si propongono di prepararsi alla riconversione verde, che sarà prima o poi inevitabile lo si voglia o no, accumulando le risorse necessarie con lo sfruttamento del combustibile fossile che millenni di geologia hanno stratificato sotto i loro deserti.

Non a caso il presidente della conferenza è Sultan al-Jaber, che nel Governo degli Emirati svolge il ruolo di ministro dell’industria e della tecnologia, ma nel privato è amministratore delegato della Adnoc, la compagnia petrolifera di Abu Dhabi, uno dei giganti dell’Opec (Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio). Riuscirà al-Jaber, come gli chiede il mondo della scienza, ad assegnare priorità assoluta alla missione ambientalista e guidare la comunità internazionale verso la transizione verde? Come in tutte le precedenti occasioni, anche alla Cop 28 risonerà la voce degli ecologisti. È una voce non certo flebile, ma non più ascoltata come una volta. Addirittura contrastata: lo conferma il recente arresto a Londra di alcuni ambientalisti fra i quali Greta Thunberg, la giovane militante svedese creatrice dei Fridays for future. La polizia britannica è intervenuta durante una manifestazione di protesta contro l’Energy Intelligence Forum, una riunione delle multinazionali petrolifere. Si teme che per rompere l’accerchiamento ecologista anche il Governo degli Emirati possa scegliere la linea dura.

Dobbiamo invece augurarci che a Dubai passi il messaggio della sopravvivenza. Quello che per esempio si fa interprete del dramma vissuto in molte aree insulari o costiere. Come il piccolo stato oceanico di Kiribati, nel Pacifico meridionale. Ci vivono centoventimila abitanti che ormai da anni, giorno dopo giorno, vedono le loro bianchissime spiagge restringersi perché divorate dal mare che sale, impercettibile e costante. L’alta marea è diventata una spaventosa ossessione. O cambia qualcosa, o entro 60 anni al massimo quella manciata di isole scomparirà fra le onde. Il governo di Kiribati ha chiesto alla Nuova Zelanda di farsi carico del problema, proponendo all’Onu l’inclusione del cambiamento climatico fra le motivazioni del diritto d’asilo. Le genti minacciate dal mare si preparano ad abbandonare le loro isole, come se non bastasse in questo mondo demenziale dover fuggire dalle guerre.