Ricordare i braccianti che hanno perso la vita è un modo per cambiare prospettiva sul problema dello sfruttamentoe del caporalato. Così spiega Antonello Mangano in un libro pubblicato di recente: La Spoon River dei braccianti
Paola Clemente è morta a 49 anni, distrutta da una vita di sfruttamento, il 13 luglio 2015. Lavorava in un campo di uva da tavola ad Andria, in Puglia. Adnad Siddique, di origine pakistana, è stato ucciso a 32 anni con ventisei coltellate, il 3 giugno 2020. Era a Caltanissetta, in Sicilia, e stava accompagnando alcuni amici a denunciare dei caporali. Soumalia Sacko, malese, è stato ammazzato a 29 anni con quattro colpi di fucile mentre raccoglieva lamiere nella campagna di San Calogero, in Calabria, il 2 giugno 2018. Era un bracciante e anche un sindacalista; abitava nel ghetto di Rosarno-San Ferdinando dopo che gli era stata rifiutata la richiesta di asilo. E ancora: Ioan Puscasu, romeno, 47 anni, è morto a Carmagnola, in provincia di Torino, il 17 luglio 2015. I maltrattamenti lo avevano consumato: pochissimi i denti rimasti; una cicatrice all’addome per un’operazione di ernia; un ventricolo sinistro ipertrofico, lascito di due infarti; una gastrite cronica. I suoi caporali hanno spostato il corpo senza vita per non essere ritenuti responsabili.
Queste sono soltanto alcune delle tragiche vicende di braccianti che lavoravano nei campi italiani, per piantare e raccogliere la frutta e la verdura esportate anche all’estero. Le loro storie sono state scelte da Antonello Mangano – autore di inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e dell’agricoltura e fondatore di Terrelibere.org – in un libro appena pubblicato, La Spoon River dei braccianti (Meltemi). Il testo si ispira all’Antologia di Spoon River, uscita tra il 1914 e il 1915, celebre raccolta di poesie dell’americano Edgar Lee Masters che dava voce ai defunti di una comunità rurale immaginaria, tutti ospiti del cimitero locale. Quel libro ha conosciuto una nuova popolarità in italiano cinquant’anni fa, con l’album Non al denaro non all’amore né al cielo del cantautore Fabrizio De André. Antonello Mangano, racconta ad «Azione», ha deciso di scrivere La Spoon River dei braccianti «pensando alla necessità di restituire concretezza alle storie di sfruttamento sul lavoro, specie quelle che riguardano i migranti. Di queste persone si parla spesso in termini astratti, generici, senza attenzione alle differenze e alla materialità delle situazioni reali».
Il suo libro precedente, Lo sfruttamento nel piatto, era un saggio sulle filiere. Pur trattando lo stesso argomento, La Spoon River dei braccianti si concentra, invece, sulle biografie e su una modalità di narrazione diversa. «Volevo evidenziare come le condizioni materiali, ma anche le leggi, incidono sulle vite delle persone. Nonostante la retorica del merito, appare evidente che non ci sia alcuna bravura individuale nel nascere in un Paese o in un altro, nell’arrivare in Italia durante una sanatoria o a termini scaduti, nel trovare lavoro in una fase economica positiva o in piena crisi. Le vite degli operai agricoli di cui parlo sono piene di fatica. Sono donne e uomini che hanno fatto il massimo, ma sono comunque morti giovani o intorno ai cinquant’anni, distrutti da un destino più grande di loro».
Che si tratti di migranti o italiani, le vicende descritte da Mangano sono accomunate dalle paghe da fame, dall’assenza di contratti regolari, dalle vessazioni, dalla paura, dalla miseria e dal caporalato. Secondo l’autore non è giusto considerare i braccianti «schiavi privi di consapevolezza», nel modo in cui spesso fanno i media mainstream. Basti pensare alla morte di Gassama Gora, maliano di 34 anni, investito il 18 dicembre 2020 mentre tornava in bici dai campi alla tendopoli di San Ferdinando, nella Piana di Gioia Tauro, dove viveva. L’auto che lo ha travolto non si è fermata per prestargli soccorso. Nel protestare per la sua morte durante una manifestazione, altri operai agricoli migranti mostravano cartelli con le parole «Black lives matters», le stesse scandite dagli afroamericani negli Stati Uniti.
La Spoon River dei braccianti non è un tipico reportage, ma è un libro di non fiction: affronta cioè fatti realmente accaduti con uno stile narrativo. Mangano ha realizzato molte più ricerche rispetto ai saggi scritti in precedenza. Ha utilizzato atti giudiziari, intercettazioni telefoniche, così come interviste ai testimoni delle storie. In qualche caso ha avuto a disposizione ottimi materiali grazie a coincidenze fortuite. Per citare qualche esempio, aveva intervistato Drame Mohaderi, sindacalista, al ghetto di Rosarno, prima che diventasse il testimone chiave dell’omicidio di Soumaila Sacko. «Ho visto praticamente tutti i luoghi e ho conosciuto molta gente; in nessun caso la vittima», dice Mangano. «Ho voluto inserire in un apposito capitolo le fonti per chiarire l’origine delle informazioni, approfondire i dettagli e l’aspetto umano. Volevo allontanarmi dal “paradigma miserabilista”, quello di chi dice “poverini” e pensa che ciò basti a rappresentare un’umanità molto complessa e articolata».
Focalizzarsi sulle morti, precisa l’autore, è un modo per fare luce sul rapporto tra lavoro e vita. «Vale la pena rischiare la pelle per un impiego che spesso ti garantisce appena un vecchio materasso in una baraccopoli?». Non è possibile quantificare il numero totale di lavoratori morti nei campi italiani perché in agricoltura è molto diffuso il lavoro irregolare. Non essendo i lavoratori e le lavoratrici inquadrati in modo corretto, non esistono statistiche precise. Secondo Mangano, l’unico dato ufficiale sul grave sfruttamento parla di 168mila persone. Si tratta di una stima del Ministero del lavoro italiano, datata 2018. Per il resto ci sono cifre elaborate con criteri poco chiari. «Quando, anni fa, ho provato a ricostruire i numeri, mi sono imbattuto negli open data dell’Inail (Istituto nazionale assicurazione infortuni sul lavoro). Ed è stato veramente difficile conciliare le cifre ufficiali con quelle reali. Solo per fare un esempio, non c’era traccia di Paola Clemente tra i decessi del 2015. Il motivo è facile da capire: era stata assunta da un’agenzia interinale come “consulente”, non come bracciante».
Dopo essere arrivati alla fine di questo libro straziante, resta una domanda: che cosa si può fare? Mangano ritiene che servano interventi su più fronti. Non bastano il consumo consapevole, l’etichetta trasparente e il marchio di qualità, che permetterebbero di scegliere tra le imprese etiche e le altre. «È giunto il momento di dare risposte politiche a problemi politici, ovvero di ordine generale. Dal salario minimo alla riforma del welfare dei braccianti, fino alla piena cittadinanza dei lavoratori di origine migrante, troppo spesso marginalizzati da una “caccia al documento” che li rende ricattabili. Occorre stabilire una piena responsabilità per le aziende che utilizzano manodopera, evitando che ricorrano a forme legalizzate o mascherate di caporalato come avviene oggi». Infine, aggiunge Mangano, «piena responsabilità significa anche rifiutare l’idea dello “sfruttamento per necessità”, cioè la pratica di utilizzare manodopera malpagata perché vessati dai soggetti forti della filiera. Finché ci sarà una soluzione comoda, ossia trovare qualcuno più in basso su cui rivalersi, nessuno avrà interesse a modificare il sistema».
