Le bombe, la morte, il terrore e la fame

by Claudia
13 Novembre 2023

Giuditta Brattini lavora da vent’anni nella Striscia di Gaza per sostenere i bambini feriti: «Lì manca tutto»

«Bombardano i civili notte e giorno. È piena zeppa di civili sotto le bombe Gaza. È una menzogna che bombardano solo Hamas, stanno massacrando civili e bambini: oltre 4200 bambini uccisi (dati aggiornati al 7 novembre scorso) ed è ridicolo sentirsi dire che queste cifre non sono attendibili perché il Ministero della sanità palestinese è di Hamas. È uno dei posti più popolati della Terra, la Striscia di Gaza, se la si bombarda a tappeto, se si bombardano i campi profughi, le scuole, le ambulanze chi vuoi che muoia se non i civili? La metà dei palestinesi ha meno di 18 anni, è una strage continua di bambini». A parlare è Giuditta Brattini che nella Striscia di Gaza lavora da più di 20 anni con un’associazione italiana che si occupa di assistenza, cura e riabilitazione dei bambini palestinesi feriti. È uscita il primo novembre dal valico di Rafah, al confine con l’Egitto, dopo essere stata ospitata in una struttura dell’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi. In quel luogo, insieme a trentacinquemila famiglie, ha aspettato l’apertura del confine per gli autorizzati: gli stranieri e alcuni palestinesi con passaporto straniero. A Gaza City, dove viveva durante i primi giorni del conflitto, ha operato nel pronto soccorso di un ospedale dove ha visto «arti amputati coperti con le borse di plastica perché c’era talmente tanta gente che è finito subito tutto, dispositivi medici compresi, e oggi nelle operazioni chirurgiche i medici usano l’aceto perché sono finiti anche i disinfettanti e gli anestetici».

Israele dice che spesso miliziani di Hamas si spostano sulle ambulanze e si nascondono negli ospedali, o in gallerie scavate lì sotto…

Una bugia che sento raccontare da 20 anni. Intanto le ambulanze hanno il dovere di raccogliere i feriti, chiunque siano, anche i miliziani di Hamas. E poi Israele ha il dovere di provare che quelli a bordo siano miliziani. Le ambulanze sono state colpite davanti all’entrata principale dello Al-Shifa Hospital. Quando è stato bombardato l’ospedale battista di Al-Ahli Arabi, molte delle vittime erano persone che si erano rifugiate nei giardini, nel parcheggio: erano convinte di essere al sicuro perché vicine a un ospedale.

Cosa ha visto nei campi profughi?

Parlo soltanto di quello che ho visto con i miei occhi e sentito con le mie orecchie. Nei campi il rischio epidemia è altissimo. Migliaia di persone sono senz’acqua e non possono lavarsi. Le bombe esplodono notte e giorno. Per giorni interi ci sono esplose bombe tutt’intorno, a meno di un chilometro di distanza. Tutti hanno terrore e figli, genitori, fratelli, amici morti sotto i bombardamenti. Una sola storia racconto perché possiate capire cosa accade agli sfollati. Nawra è di Gaza City. Viveva in città con il marito e i suoi sei figli – tra cui la più piccola di 6 anni e Majd di 27 anni – la moglie di uno dei figli e il loro un bambino di un anno. Dopo il primo bombardamento israeliano dell’8 ottobre hanno abbandonato di corsa l’abitazione con qualche borsa con poche cose. Sono riuscita a parlarle al telefono. Mi ha detto: siamo andati via e so che quando torneremo non ci sarà più, l’avranno bombardata. Sono scappati a sud, a casa dei vecchi genitori di Nawra. Solo il marito di Nawra esce due volte a settimana per comprare qualcosa da mangiare. Majd a Gaza City è autista di ambulanze e lavora anche come primo soccorso. Ha risposto a un annuncio di lavoro, un’agenzia che affitta macchine alle persone per scappare. Stava andando a Gaza in macchina e un missile l’ha centrato. Majd non c’è più. Nawra dice che non vuole più vivere. Tra tutto quel che mi ha detto Nawra al telefono mi ha impressionato questa frase: «L’unica consolazione è che qualsiasi cosa succeda ora siamo tutti insieme». Fuori dal centro sfollati di Rafah c’è una folla sempre più grande di persone che vuole entrare, ma non c’entrano, il piazzale è strapieno. L’Agenzia dell’Onu per il soccorso e l’occupazione (Unrwa) ha detto che le sue scuole riempite di sfollati sono da abbandonare: non sono sicure e c’è pochissimo cibo. Quindi ci sono 400mila persone che devono andare verso sud e nessuno sa come faranno. C’è febbre alta e dissenteria. Ci sono stati momenti di tensione con famiglie che chiedevano altra farina perché solo quella c’è. I responsabili dell’Unrwa a fine ottobre hanno distribuito altri sacchi e spiegato che si trattava degli ultimi. Non sanno più come sfamarli.

Ha detto che non c’è acqua?

Nel nord non c’è proprio acqua, non c’è elettricità e non si può pompare acqua. I bambini bevono acqua marina dissalata mescolata ad acqua distillata, che non è nemmeno acqua. Uno dei primi giorni che ero nel campo sfollati di Rafah è successo che Israele ha buttato volantini dal cielo. Tutti sono corsi a vedere di cosa si trattava. Israele, subito prima dei bombardamenti, oltre agli sms di avviso lancia a volte anche volantini con scritto: bombe, dovete andarvene. Su questi c’era scritto in arabo: se sapete dove sono gli ostaggi ditecelo, ricompensa in denaro. Ho visto che le persone li leggevano, li strappavano e li buttavano via. Manca anche il carburante che significa anche mancanza di corrente elettrica. Questo provoca non soltanto il collasso delle strutture sanitarie, ma l’impossibilità di depurare l’acqua, per evitare contaminazioni e inquinamento.

Come ci si sposta?

Sotto le bombe con quel che c’è. Gli spostamenti in massa, verso le strutture dell’Unrwa, avvengono anche quelli sotto i bombardamenti israeliani. Anche i centri non sono sicuri. Non c’è spazio e chi può si rifugia a sud dai familiari, appartamenti di tre stanze con decine e decine di persone. Ma non esiste una safe zone, bombardano ovunque. Gli aiuti umanitari che sono stai fatti entrare si fermano intorno a Rafah, niente arriva oltre, Gaza City è senza nulla, serve tutto. Prima dell’inizio dei bombardamenti entravano a Gaza 500 camion di aiuti al giorno. Ne stanno entrando ora circa 15 e non sempre. Portano generi alimentari, medicinali e acqua che rimangono però bloccati al sud e al centro della Striscia, perché Israele impedisce che raggiungano il nord. La prima volta che è stato aperto il valico di Rafah sono uscite per tre giorni le ambulanze. Le liste sono nominative, tu fai richiesta di uscire e poi devi aspettare di vedere se Israele – e in seconda battuta l’Egitto – ti mette nella lista.

Chi stila queste liste?

L’Egitto con Israele, niente passa se non c’è l’ok israeliano. Le chiamate al valico sono nominative. Immaginatevi 500 persone chiamate per nome che escono e lasciano gli altri lì. I palestinesi senza doppia cittadinanza non escono.

Chi glielo impedisce?

Per primo Israele e poi l’Egitto che non vuole diventare un campo profughi. Tutti quelli che escono, compresa io italiana, escono con l’obbligo di lasciare l’Egitto entro 72 ore. Questo spiega anche perché i palestinesi non escono. Molti oltretutto non vogliono lasciare la loro casa, anche sotto le bombe non vogliono lasciarla. E tutti gli altri non sanno dove diavolo andare. Senza soldi, senza potersi spostare, come lasci entro 72 ore l’Egitto? I palestinesi non si vogliono spostare dalla loro Terra, tanti sono rimasti nella Striscia e a Gaza City ben consapevoli del fatto che li bombarderanno. D’altro canto anche quelli andati a sud si sono trovati le bombe. Israele vuole mandarli nel Sinai e loro non vogliono abbandonare la Palestina storica.

E i palestinesi che hanno permessi di lavoro in Israele?

Sono rimasti bloccati e si sono rifugiati distribuendosi in città della Cisgiordania. Nablus ad esempio ospita più di 600 palestinesi che erano lavoratori in Israele e non possono tornare lì dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre. Assistono da lì al massacro di civili che si sta consumando a Gaza senza che ci sia un solo giornalista internazionale nella Striscia a raccontarlo, ci sono reporter palestinesi, ne hanno già uccisi una quarantina.