Gli errori di Joe Biden

by Claudia
6 Novembre 2023

Gli Stati Uniti hanno sottovalutato l’Iran che sostiene le milizie jihadiste e hanno incoraggiato la connection finanziaria tra il Qatar e Hamas. Intanto, in America, si scontrano le correnti filo-israeliana e filo-palestinese

La politica estera sembrava un punto di forza per il presidente americano Joe Biden. Le cose si sono guastate il 7 ottobre 2023 con l’attacco di Hamas che ha fatto strage di civili israeliani. Quello che è stato definito «l’11 settembre israeliano» potrebbe provocare un effetto simile all’11 settembre 2001 che colpì al cuore l’America. Cioè risucchiare nuovamente l’attenzione e le risorse strategiche di Washington verso un Medio Oriente nel quale avrebbe voluto impegnarsi meno, per concentrarsi sulla sfida con la Cina. Le stragi di Hamas, poi le vittime nella popolazione palestinese, mettono a repentaglio la triangolazione Usa-Israele-Arabia che doveva stabilizzare l’influenza americana in Medio Oriente, e costruire un cordone israelo-sunnita per contenere l’Iran. Le crisi internazionali inoltre accentuano le divisioni politiche interne: la politica estera Usa è strattonata da correnti che vanno dalla destra isolazionista alla sinistra filo-palestinese.

Aver sottovalutato l’Iran è uno degli errori che rimarranno incollati alla reputazione di Biden, un politico che ha sempre vantato la propria esperienza internazionale. Centinaia di terroristi di Hamas furono addestrati in Iran prima della carneficina di civili israeliani. Aggiungiamo il flusso di armi iraniane verso la Cisgiordania, le milizie jihadiste sostenute da Teheran e basate in Libano, Siria, Yemen, che hanno intensificato i lanci di missili e droni non solo sul territorio israeliano ma anche contro i militari americani in Medio Oriente. Questo è l’ultimo capitolo di una trappola iraniana dalla quale l’America non riesce a liberarsi. Washington ha oscillato fra l’uso del bastone o della carota, senza successo. Il tentativo «soft» perseguito da Barack Obama, cioè l’accordo sul nucleare, è rimasto un piano incompiuto e avvolto da mille dubbi sulla sua reale efficacia, prima ancora di essere bocciato da Donald Trump. Quell’accordo secondo i critici offriva generosi benefici a Teheran, in cambio di limiti e controlli inadeguati sulla costruzione della bomba atomica. La stessa illusione di rabbonire la teocrazia sciita ha spinto Joe Biden a promettere sei miliardi di dollari a Teheran in cambio di qualche ostaggio americano: per la Casa Bianca doveva essere un passo verso ulteriori accordi, l’avvio di una de-escalation e forse un rallentamento dei piani nucleari di Teheran. Intanto i pasdaran della rivoluzione islamica stavano addestrando Hamas in vista dell’assalto.

Biden si apprestava a completare l’operazione iniziata sotto Trump con gli accordi di Abramo. Dopo il riconoscimento di Israele da parte di Emirati, Bahrein, Marocco e Sudan nel 2020, il gran finale doveva includervi l’Arabia Saudita. Sarebbe nato un asse tra Israele e le leadership arabe moderate, modernizzatrici e sempre più laiche. Uno scopo era neutralizzare l’Iran. Biden, Netanyahu e il principe saudita Mohammed bin Salman non avevano previsto la ferocia della reazione iraniana. Un altro errore che pesa sulle spalle di Biden (anche se l’origine risale a Barack Obama) è l’aver incoraggiato la connection finanziaria tra il Qatar e Hamas. Il Qatar è stato per anni il principale fornitore di capitali a Hamas, ma ha svolto questo ruolo con il consenso degli Stati Uniti e di Israele. L’ambasciatore del Qatar a Washington ha ricordato l’antefatto di quella connection. «L’ufficio politico di Hamas nel Qatar – ha detto – venne aperto nel 2012 dopo una richiesta da Washington per stabilire linee indirette di comunicazione con Hamas. Quell’ufficio è stato spesso usato negli sforzi di mediazione, per aiutare nella de-escalation di conflitti in Israele e nei territori palestinesi».

Non a caso gli americani si sono avvalsi della mediazione del Qatar per la liberazione di alcuni ostaggi nelle mani di Hamas. Altra conferma implicita: la Casa Bianca e il Dipartimento di Stato americani affermano di avere avviato insieme con il Qatar un «riesame» della decisione di ospitare i vertici di Hamas a Doha. Non si è trattato quindi di una pressione dell’Amministrazione Biden sul Qatar perché cessi di sostenere quell’organizzazione terroristica, bensì di un dialogo bilaterale per rivedere una scelta che a suo tempo fu fatta di comune accordo. La decisione rievocata dall’ambasciatore qatarino risale al 2012: a metà del secondo mandato di Barack Obama, con Biden vicepresidente. Gli Stati Uniti fecero un calcolo improntato al pragmatismo: serviva avere un canale di contatto indiretto con Hamas, benché la sua natura di organizzazione terroristica fosse pubblicamente sancita e condannata da Washington. È evidente però che anche Obama-Biden sottovalutarono il pericolo, giocarono con il fuoco senza prevedere la terribile forza distruttiva che si sarebbe scatenata.

Con la guerra in Medio Oriente, non solo la politica estera ha smesso di essere un punto di forza per Biden, ma ha fatto esplodere una divisione in seno al suo partito, tra la corrente filo-israeliana e quella filo-palestinese. Ricordo l’incidente di Harvard, la più prestigiosa di tutte le università americane. In questo tempio del sapere nelle prime ore dopo la mattanza di civili israeliani da parte di Hamas, trenta associazioni studentesche firmarono un documento che legittimava il terrorismo, non spendeva una sola parola per condannare le sue stragi (incluse le uccisioni di bambini), anzi proclamava che «il regime israeliano è l’unico responsabile per la violenza». Chiamate in causa, le autorità accademiche dopo molte esitazioni si limitarono a precisare che quel testo non esprimeva una posizione ufficiale dell’ateneo.

Il caso-Harvard non era isolato. A Berkeley, California, un documento di «sostegno incondizionato» ad Hamas – e non una parola di cordoglio per le sue vittime – ha riunito cinquanta associazioni studentesche. Alla Columbia University di New York un gruppo di iscritti ha festeggiato il massacro di civili come una «storica controffensiva». Episodi analoghi sono accaduti in altre università di élite sulle due coste degli Stati Uniti. La vastità del consenso pro-Hamas, con punte di aperto antisemitismo e una totale assenza di condanna per le stragi di civili israeliani, ha sorpreso solo chi non conosca il clima ideologico che regna in quei campus. Il problema è che a Harvard, Columbia, Berkeley, si forma la nuova classe dirigente americana… e questa generazione viene allevata da anni nella ostilità verso l’Occidente.

L’ultima tragedia del Medio Oriente sta provocando un divorzio tra due componenti storiche della sinistra americana: la comunità Jewish progressista, e l’ala radicale pro-Hamas che domina nei campus universitari oltre che in altre fazioni come il movimento dell’estremismo antirazzista Black Lives Matter. Una manifestazione di questo scisma coinvolge i grandi donatori, essenziali per il buon funzionamento delle università di élite. Tra i mecenati che finanziano generosamente l’accademia americana, è ben rappresentata la comunità ebrea. Questa, almeno in alcuni suoi esponenti di punta, prende le distanze dagli atenei che hanno ospitato e avallato manifestazioni pro-Hamas nonché episodi di aperto anti-semitismo.

La spaccatura oppone alcune delle constituency storiche della sinistra democratica Usa. Il caso dei ricchi mecenati è solo un aspetto. Anche nel mondo della cultura e dello spettacolo la spaccatura è evidente, per esempio con le spietate critiche lanciate da un re della satira televisiva come Bill Maher agli studenti privilegiati che tifano per Hamas e non hanno speso una parola di cordoglio per i bambini israeliani uccisi. Il newyorchese Maher incarna un concentrato di constituency della sinistra storica: di padre cattolico irlandese, e madre ebrea ungherese, nel suo album di famiglia confluiscono due comunità che sono dei pilastri dell’elettorato democratico sulla East Coast. Nella campagna elettorale del 2024 una parte della sinistra filo-palestinese – i giovani dei campus, i Black più radicali – potrebbero disertare il campo democratico e votare per candidati indipendenti come Robert Kennedy Jr o Cornel West. Col rischio di far ri-vincere Donald Trump, grande amico di Benjamin Netanyahu.