Contro l’isolamento di Israele

by Claudia
30 Ottobre 2023

Gli sforzi della diplomazia americana per impedire l’allargamento del conflitto e un ulteriore rafforzamento dell’influenza iraniana nell’area. Mentre vari esperti Usa s’interrogano sulla capacità di Tel Aviv di gestire le incognite del futuro

L’America di Joe Biden è costretta a occuparsi della «seconda guerra» – in Medio Oriente dopo l’Ucraina – con almeno tre priorità: aiutare Israele a difendersi; evitare l’allargamento del conflitto; impedire un ulteriore rafforzamento dell’influenza iraniana nell’area. È una strada tutta in salita, il mondo arabo dal 7 ottobre è diventato un interlocutore più difficile per la diplomazia americana. È un’operazione tanto più complessa in quanto molti altri attori sembrano avere l’obiettivo contrario: espandere l’area dei combattimenti, possibilmente trascinandovi gli stessi Stati Uniti. In questo senso si possono interpretare diversi recenti eventi tra cui un vertice Iran-Hamas, i ripetuti lanci di missili da parte degli Hezbollah dalle basi libanesi e siriane, il coinvolgimento delle milizie Huti yemenite. Ripetuti lanci di missili e attacchi di droni hanno preso di mira le stesse forze americane nell’area, quasi a volerne provocare la risposta.

Sul fronte diplomatico, la tournée che ha impegnato il segretario di Stato americano, Antony Blinken, ha avuto tra le sue finalità il tentativo di salvare la coalizione araba moderata che è stata uno dei bersagli collaterali dell’offensiva di Hamas contro Israele. Egitto e Giordania anzitutto, cioè i due Stati confinanti con Israele che furono i primi a normalizzare le loro relazioni con Tel Aviv. Poi i firmatari degli accordi di Abramo del 2020, cioè Emirati, Bahrein, Marocco e Sudan. Infine Arabia saudita e Qatar. Questi erano stati i protagonisti di un disgelo con Israele che sembrava avere enormi potenzialità di distensione e pacificazione dell’area, ma era inviso all’Iran che ne sarebbe risultato isolato. La sindrome dell’accerchiamento degli ayatollah, che vedevano con orrore la possibile saldatura tra un cordone sunnita moderato e Israele, è stata una delle motivazioni dietro le stragi del 7 ottobre tra i civili israeliani. Lo shock ha avuto l’effetto desiderato da Teheran: di fronte alla risposta militare di Tel Aviv è subito scattato nel mondo arabo – in particolare nelle piazze – un riflesso automatico di solidarietà con i palestinesi e di odio verso Israele. Le classi dirigenti arabe moderate hanno dovuto ripiegare sulle posizioni tradizionali. Il processo di pace rischia di fare un balzo all’indietro di decenni. Di qui lo sforzo di Blinken di «ricucire» un ampio fronte di partner che va ben oltre Benjamin Netanyahu, ed evitare così un isolamento di Israele.

Quanto sia reale il rischio d’isolamento lo si è visto anche dalla scesa in campo del leader turco Erdogan in favore di Hamas, e dalle parole del segretario generale Onu. Quando Antonio Guterres ha detto che l’offensiva di Hamas «non è avvenuta nel vuoto» bensì nel contesto di «56 anni di occupazione», è caduto in una grave forzatura e inesattezza storica, ma al tempo stesso ha rispecchiato i rapporti di forze a Palazzo di vetro. Le Nazioni unite, dove il Grande sud globale è predominante, esprimono una maggioranza filo-palestinese.

Guterres, da esperto navigatore della politica internazionale, ha anche registrato una certa distanza tra Biden e Netanyahu. L’invio in Israele da parte del Pentagono del generale Glynn, i tanti altri suggerimenti e avvertimenti che la Casa Bianca e il National Security Council fanno trapelare a mezzo stampa, non sono episodi di ordinaria amministrazione. Segnano una delle anomalie di questa guerra, che fin dall’inizio con l’attacco a sorpresa di Hamas ha logorato il prestigio dell’intelligence e delle forze armate israeliane. L’alleanza fra Washington e Tel Aviv è una costante geopolitica dal 1947 (fondazione dello Stato d’Israele) e soprattutto dal 1967 (Guerra dei sei giorni) in poi. Fra alleati è normale scambiarsi informazioni e consigli; a maggior ragione se uno dei due è in stato di assedio permanente e l’altro esercita storicamente un’influenza strategica in Medio Oriente.

In tempi normali, però, gli aiuti e le consultazioni reciproche avvengono sotto traccia, con discrezione. Oggi invece assistiamo a un’Amministrazione Biden che esibisce sui media di mezzo mondo il suo ruolo di supplenza, con indiscrezioni quasi umilianti per l’alleato. Invia un generale il cui compito esplicito è quello di «spiegare» ai suoi colleghi israeliani tutte le incognite di una guerra urbana a Gaza, distillando le lezioni che gli americani appresero in Iraq. Sui media americani abbondano le fughe di notizie, ispirate dalla Casa Bianca o dal Pentagono, sul pericolo che la risposta militare di Israele sia «emotiva, vendicativa, priva di una strategia di lungo termine». Vari esperti Usa che hanno legami con l’attuale Amministrazione si chiedono ad alta voce se il Governo e le forze armate di Tel Aviv abbiano un piano che contempli il secondo, terzo, quarto capitolo di questa vicenda dopo l’iniziale offensiva contro Hamas. S’interrogano se siano calcolate tutte le implicazioni strategiche di un eventuale allargamento del fronte a Hezbollah in Libano, o all’Iran. Si preoccupano che Israele non stia incorporando nella sua strategia la necessità di ricucire un fronte di Paesi arabi quasi-amici, che va dall’Arabia saudita agli Emirati al Qatar, includendo naturalmente Egitto e Giordania. Tutto questo avviene non in un dibattito a porte chiuse fra Joe Biden, Anthony Blinken e il gabinetto di guerra presieduto da Benjamin Netanyahu, bensì in una sorta di processo pubblico a priori su quel che Israele farà.

Israele sconta una caduta di credibilità legata anzitutto a Netanyahu. Sono troppi gli errori che gli vengono addebitati, e lui non ha mai fatto nulla per rispondere alle critiche che gli venivano dai democratici Usa: anzi, fin dai tempi di Barack Obama si è mosso come se negli Stati Uniti esistesse solo il partito repubblicano. Il suo asse preferenziale con Donald Trump è una macchia che si aggiunge a tante altre. In quanto alla Cia e al Pentagono, si chiedono se la proverbiale efficienza dei servizi segreti e dei militari israeliani non siano stati intaccati in modo grave proprio dalla lacerazione della società civile provocata da Netanyahu. Infine la Casa Bianca è preoccupata anche dalla sorte degli ostaggi americani e vorrebbe tenere attiva qualche linea di comunicazione con Hamas (soprattutto attraverso il Qatar) per la loro liberazione.

Più di ogni altra cosa, nella «disistima» che trapela dalle tante fughe di notizie pilotate da Washington, traspare l’acuta consapevolezza della posta in gioco globale. La squadra di Biden prende sul serio il rischio che un asse anti-occidentale composto da Cina, Russia, Iran e Corea del Nord, possa avere in serbo altri conflitti. La Casa Bianca pensa che il disgelo Israele-Arabia saudita – e con esso l’immenso potenziale di pacificazione del Medio Oriente – possa ancora essere salvato, se la controffensiva a Gaza viene mantenuta entro dei limiti accettabili per le leadership arabe moderate. L’Amministrazione Biden teme la solitudine. Osserva quanto la causa palestinese stia avvicinando ancor più di prima il Grande sud globale alla sfera d’influenza di Cina, Russia, Iran. Constata che nel caso dell’Ucraina riuscì a organizzare una risposta abbastanza coesa e coerente degli europei, mentre in Medio Oriente l’Europa è irrilevante.