Le lezioni delle guerre combattute altrove

by Claudia
23 Ottobre 2023

Taiwan guarda al conflitto in Medio Oriente e alla guerra russo-ucraina con crescente preoccupazione

La grande Moschea di Taipei, capitale di Taiwan, è a due passi dalla biblioteca della città, si affaccia su uno dei parchi più belli di un quartiere centralissimo, quello di Da’an, residenziale e anche particolarmente caro. È stata costruita subito dopo la guerra civile cinese, e rinnovata negli anni Sessanta grazie a un contributo dell’Iran e della Giordania e un prestito della Banca di Taiwan. È qui che la comunità musulmana ha di recente organizzato un ritrovo per raccogliere fondi per la Palestina. A Taiwan ci sono circa cinquantamila musulmani, e quelli che si raccolgono in questo luogo, per parlare della guerra in Medio Oriente, dicono che è giusto condannare la violenza ma il conflitto va messo in prospettiva: non si può considerare solo l’attacco di Hamas di sabato 7 ottobre. Anche l’imam della moschea di Taipei, Abdullah Cheng, ha spiegato: «Nessuno vuole sostenere Hamas con questo evento», ma la mappa e la bandiera della Palestina esposti sono «un simbolo dell’annosa questione della regione e della necessità per il popolo palestinese di raggiungere la pace e resistere all’oppressione».

L’Asia orientale tutta guarda al conflitto in Medio Oriente con preoccupazione: la distanza geografica non è una scusa per ignorare certe dinamiche, anzi. Il Governo della Repubblica di Cina, il nome formale di Taiwan, come gran parte del mondo occidentale, ha condannato l’attacco di Hamas contro Israele, ma sull’isola che la Repubblica popolare cinese rivendica come proprio territorio, anche se il Partito comunista cinese non l’ha mai governata, la guerra in Medio Oriente è diventata motivo di allarme. «La Cina parla della soluzione dei due Stati per risolvere la questione tra Israele e Palestina, strano che la sostenga per tutti tranne che per noi!», dice Chia-hao, che ha quarant’anni e fa il manager in una compagnia telefonica. Pechino, che non ha mai escluso l’uso della forza per conquistare Taiwan, ha atteso molto tempo prima di fare il primo comunicato sull’attacco di Hamas contro Israele: prima ha parlato di «preoccupazione» per la situazione, invitando le parti «a mantenere la calma e a porre immediatamente fine alle ostilità», e poi, dopo le pressioni internazionali, ha fatto sapere di «opporsi agli atti che danneggiano i civili» e che «le azioni di Israele sono andate ben oltre l’autodifesa». La Cina non ha mai menzionato Hamas nelle sue dichiarazioni e mai il terrorismo islamico, ma per una ragione di opportunità diplomatica: la guerra in Medio Oriente è l’ennesima occasione per la leadership di Pechino, che sta cercando di avere un ruolo sempre più influente nella regione per proteggere i suoi interessi, per svalutare e screditare l’influenza occidentale e americana.

Per Taiwan è tutta un’altra storia. Qui la guerra d’invasione dell’Ucraina da parte della Russia è stata studiata con attenzione, giorno dopo giorno, e adesso succede lo stesso anche con quella in Medio Oriente. La pioggia di missili di Hamas che ha bucato le difese di Israele – i satelliti e lo scudo antimissile Iron Dome – è una lezione da imparare, dicono funzionari della Difesa di Taipei. A rileggerla oggi, quella copertina di «The Economist» che nel 2021 definiva l’isola asiatica su cui abitano 24 milioni di persone «il posto più pericoloso della Terra», fa un po’ sorridere: a Taiwan nessuno si aspetta un’imminente invasione da parte della Cina, ma quello che è successo, da poco più di un anno e mezzo, è che è cambiata la consapevolezza, anche tra i taiwanesi. «L’invasione della Russia e l’attacco di Hamas ci hanno fatto capire che la guerra esiste, è una opzione concreta e bisogna essere preparati», dice Lia, trentadue anni, dipendente di una multinazionale. Il Governo ha cambiato la legge sulla leva obbligatoria, passata da tre mesi a un anno, e sull’addestramento dei riservisti. Ma, come dimostra Israele, il primo problema di Taiwan sono i missili: la Cina ha già mostrato di saper accerchiare l’isola militarmente e ha dispiegato batterie di missili a medio raggio sulla costa più vicina a Taiwan. «Fino a un paio di anni fa evitavamo di parlare esplicitamente di preparazione a un eventuale attacco per non rischiare di avere un effetto psicologico sulla popolazione», ci spiega un ex funzionario del ministero della Difesa di Taipei. Ora la strategia è cambiata e il discorso pubblico a Taipei è molto più esplicito.

Di recente il parlamentare del partito di maggioranza, il Partito democratico progressista, Wang Ting-yu, ha presentato un’interrogazione al ministro della Difesa Chiu Kuo-cheng portando alla luce un problema: i cittadini sanno dove devono rifugiarsi in caso di attacco missilistico o aereo? Da qualche mese l’Esecutivo ha rilasciato una app che si scarica sullo smartphone che serve a individuare il bunker antiaereo più vicino. Ma non è stata un gran successo. Allora si è passati ai cartelli stradali: i bunker sotterranei hanno iniziato a essere segnalati esplicitamente, e sono quasi sempre in corrispondenza con le fermate della metropolitana, ma si sta procedendo anche all’individuazione dei luoghi dove costruirne degli altri, soprattutto nelle grandi città, e alla tecnologia per rendere la rete di comunicazione resiliente. Alla fine di luglio per la prima volta nella sua storia Taiwan ha condotto un’esercitazione militare in caso di attacco aereo in cui la popolazione ha dovuto partecipare attivamente: un modo per aiutare le persone a familiarizzare con il percorso da fare fino al bunker. «Sono tutte lezioni che stiamo apprendendo dalle guerre che, purtroppo, si stanno combattendo altrove», spiega l’ex funzionario. Ma c’è un altro elemento che mostra l’unicità della situazione tra Cina e Taiwan: Pechino non ha mai escluso l’uso della forza per «conquistare» Taiwan, ma allo stesso tempo i due Paesi sono strettamente connessi a livello commerciale e, nonostante il clima teso, non esiste odio tra le due popolazioni ormai divise da più di settant’anni e lontanissime. Questo il leader Xi Jinping lo sa. Un altro conflitto non conviene a nessuno, e solo l’odio può essere la miccia per scatenare l’ennesima guerra.