Il 7 ottobre Tel Aviv si è fatta trovare scoperta e ha subìto una delle più gravi sconfitte della sua storia, ecco perché
Il dato strategico più importante che sta emergendo dalla guerra a Gaza e dintorni è la crisi di credibilità e deterrenza dello Stato di Israele. Una volta depositata la polvere delle propagande e contropropagande oggi dominanti, sarà questo il fattore decisivo per il futuro del Medio Oriente e dell’area mediterranea. Se Israele cessa di essere una potenza, o addirittura uno Stato, tutta l’equazione regionale muta. Il fallimento dell’intelligence e delle forze armate israeliane di fronte all’attacco di Hamas, avvenuto lo scorso 7 ottobre, è il segno più recente ed evidente di questa crisi. Sarà bene ricordare come Israele è finito in questa trappola.
Il Governo di Benjamin Netanyahu aveva ricevuto molteplici segnalazioni di un’imminente operazione in grande stile da parte di Hamas, la principale forza palestinese che regge la Striscia di Gaza. Nonostante questi avvertimenti, Israele si è fatto trovare completamente scoperto e ha subìto una delle più gravi sconfitte della sua storia, oltre che uno dei più sanguinosi massacri di sempre. Quando Hamas e alleati hanno travolto la gabbia di Gaza e invaso le aree israeliane contermini, di fronte avevano pochi, sparuti e impreparati soldati israeliani. Il grosso e il meglio delle forze armate dello Stato ebraico era schierato in Cisgiordania, in un rapporto più o meno di dieci a uno rispetto ai reparti stanziati intorno a Gaza, e (meno) sul fronte libanese. Perché?
La ragione tattica consiste nel fatto che, per la festa del Sukkot, ci si aspettava uno scontro violento tra coloni israeliani in Giudea e Samaria (Cisgiordania) e i palestinesi locali. Questa strana divisione delle forze armate derivava da una realtà di fatto che verrà a galla quando Israele, come ha promesso, a guerra conclusa scaverà intorno alle ragioni di tale fallimento. Esistono infatti in Israele almeno due forze armate. Una, quella regolare, con la catena di comando ufficiale, sia pure piuttosto mal funzionante. L’altra, altrettanto regolare ma utilizzata a fini propri dagli ultra-estremisti del Governo Netanyahu, rappresentati in modo speciale da Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich. Due esponenti esplicitamente razzisti, convinti che si debba prima o poi – meglio prima che poi – annettere direttamente tutti i territori «autonomi» palestinesi fino alla Valle del Giordano in quanto sono parte di Israele. In base a questa priorità, che strideva con l’urgenza di difendere lo Stato ebraico dalla «operazione speciale» di Hamas in preparazione a Gaza, le truppe israeliane si sono trovate in condizione svantaggiata e asimmetrica rispetto alla minaccia terroristica.
Ma questo è solo il segnale attuale e militare di una crisi molto più profonda. La cui radice sta nella tribalizzazione della società israeliana, denunciata nel 2015 dall’allora presidente Reuven Rivlin in quello che è ormai passato alla storia come «il discorso delle tribù». Rivlin, esponente del Likud non esattamente sintonico con Netanyahu, aveva lanciato un allarme strategico sul futuro del Paese. La sua tesi, confortata dai fatti, era che la società israeliana si stava sfarinando e tendeva a dividersi in quattro tribù tra loro più o meno incompatibili: gli arabi israeliani, gli ultraortodossi (haredim), i sionisti religiosi moderati, i sionisti laici. Quattro realtà parallele che convivono, non sempre s’incrociano, spesso si trovano in conflitto all’interno dello Stato ebraico. Quel che è peggio, ciascuna di queste tribù segue un percorso educativo proprio. In particolare, gli arabi e gli haredim hanno dei curricula scolastici assai diversi da quelli della componente laica o religiosa più classica e moderata. Il che significa non solo produrre dei compartimenti stagni che si riflettono nella distribuzione territoriale (ogni tribù ha il suo spazio privilegiato, anche all’interno di una singola città), ma perdere il senso della Nazione.
Questa è la premessa della crisi politica che scuote Israele dall’inizio del 2023 e che ha prodotto una spaccatura verticale sulle riforme istituzionali volute da Netanyahu: la messa sotto tutela della Corte suprema, considerata un bastione delle sinistre, che intendeva rovesciare i risultati delle elezioni, quindi la prevalenza delle destre. E insieme l’esaltazione del Potere esecutivo. Fin qui poteva apparire una crisi politica come se ne vivono in varie parti del mondo. La specificità israeliana consiste nel fatto che questo scontro si nutre della tribalizzazione e della crescente incomprensione reciproca tra i principali gruppi etnoculturali ebraici o meno e produce una miscela esplosiva.
Miscela che è esplosa tragicamente con la carneficina del 7 ottobre e con la reazione israeliana che contraddice tutti i canoni finora seguiti dagli strateghi dello Stato ebraico: guerre brevi, protezione dei propri cittadini ostaggi del nemico, azioni dinamiche imprevedibili. Insomma, quello che si può permettere uno Stato piccolo, con pochi abitanti, circondato da nemici presunti o effettivi, ma molto efficiente, molto armato, molto motivato. Quel che oggi sembra mancare. Siamo ancora nell’occhio del ciclone, nessuno può prevedere come e quando si concluderà questa fase di scontro acuto e, soprattutto, se si allargherà ad altri territori e ad altri Paesi. Ma quando nella regione, avendo più o meno scampato il pericolo, si faranno i conti con questo evitabilissimo conflitto, non si potrà fare a meno di un esame di coscienza spietato sulle ragioni strutturali di quello che molti considerano solo uno specifico fallimento dell’intelligence e delle forze armate israeliane.
