Chi ci guadagna dal conflitto tra Israele e Hamas?

by Claudia
16 Ottobre 2023

Un primo bilancio vede l’Occidente intero in difficoltà, Mosca in una situazione migliore, Pechino in bilico fra benefici geostrategici e pericoli energetici immediati

La formazione di un Governo di unità nazionale in Israele, l’appoggio determinato degli Stati Uniti con l’invio delle prime munizioni, i negoziati per aprire un corridoio umanitario verso l’Egitto che consenta l’evacuazione di civili da Gaza, sono solo alcuni degli sviluppi recenti di una guerra che ha già superato gli orrori di tutte quelle che l’hanno preceduta in Medio Oriente. Ciò che più conta sono le sofferenze umane, destinate a crescere visto che tutti sembrano prevedere un conflitto di lunga durata. È inevitabile chiederci anche quali ripercussioni potrà avere questa guerra su di noi e sul resto del mondo. Un primo bilancio vede l’Occidente intero in difficoltà, Vladimir Putin in una situazione migliore, la Cina in bilico fra benefici geostrategici e pericoli energetici immediati.

Quello che è stato definito «l’11 settembre israeliano», potrebbe provocare sull’America un effetto simile (anche se su scala più ridotta) all’11 settembre 2001. Cioè risucchiare nuovamente l’attenzione e le risorse strategiche di Washington verso un Medio Oriente nel quale avrebbe voluto impegnarsi meno, per concentrarsi sulla sfida con la Cina. Le stragi di Hamas, poi quel che la popolazione palestinese subisce e subirà a Gaza, mettono a repentaglio la triangolazione Usa-Israele-Arabia che doveva stabilizzare l’influenza esterna della diplomazia americana in Medio Oriente, e costruire un cordone israelo-sunnita per contenere l’Iran. Tutte le crisi internazionali inoltre fanno risalire alla superficie delle divisioni politiche interne: la politica estera Usa è strattonata da correnti che vanno dalla destra isolazionista alla sinistra filo-palestinese.

L’Europa molto più degli Stati Uniti è vulnerabile su due fronti: l’islamismo interno e la dipendenza energetica. La guerra Israele-Hamas riaccende l’animo filo-palestinese di vari segmenti delle sinistre europee, ma soprattutto può rilanciare le tensioni con le minoranze musulmane immigrate. Dalle banlieues francesi alle comunità islamiche nel Regno Unito, dai turchi in Germania agli afgani in Svezia, e così via: l’odio per Israele ha una base sociale forte in Europa. Sul fronte economico, bisogna evitare gli scenari apocalittici: l’11 settembre 2001 ebbe un impatto molto inferiore ai timori, ci fu una mini-recessione, presto dimenticata. Le conseguenze geopolitiche furono enormi, quelle sull’economia trascurabili. La questione energetica però potrebbe creare dei problemi agli europei. Mentre l’America è autosufficiente in energie fossili, l’Europa dopo la chiusura dei rapporti con la Russia è tornata a dipendere dal suo fianco meridionale e sud-orientale. Un intensificarsi della guerra può creare interruzioni di forniture dal Medio Oriente, soprattutto se un giorno questo conflitto dovesse allargarsi in qualche modo in direzione del Golfo Persico.

Putin per adesso vince su tutta la linea. La guerra in Ucraina passa in secondo piano. Gli arsenali di armi e munizioni americane, già molto assottigliati, ora devono venire in soccorso anche a Israele il che significa che la parte riservata a Kiev subirà qualche sacrificio (peraltro era già contestata da un’ala del partito repubblicano). Un Occidente che deve dividere la propria attenzione politica e le proprie risorse militari su più fronti, è meno solido nel contrastare la Russia. Anche sul fronte energetico Mosca ha tutto da guadagnarci: qualsiasi tensione nelle forniture mediorientali verso il resto del mondo, può creare nuovi sbocchi per le esportazioni di greggio e gas naturale russo.

Vista da Pechino la situazione è più complessa. La Cina è il massimo importatore mondiale di energie fossili. Ha un interesse strutturale alla stabilità in Medio Oriente e nel Golfo Persico, anche se dopo l’invasione dell’Ucraina ha aumentato in modo considerevole i suoi acquisti dalla Russia. Se sorgessero problemi nei flussi di approvvigionamento sarebbe un danno per l’economia cinese che già naviga in cattive acque. La crisi in Medio Oriente è anche un insuccesso per la diplomazia cinese che di recente aveva mediato tra Arabia saudita e Iran per la riapertura bilaterale delle rispettive ambasciate. Nel lungo periodo però Xi Jinping non può che rallegrarsi se l’America torna ad essere invischiata in Medio Oriente e di conseguenza abbassa la guardia nell’Indo-Pacifico. La questione iraniana merita la massima attenzione. Dopo l’11 settembre 2001 l’America di George W. Bush affermò un principio: l’equivalenza tra i terroristi e i Governi o gli Stati che li appoggiavano. Una Nazione colpevole di aver protetto e foraggiato Al Qaeda meritava lo stesso tipo di castigo dell’organizzazione terroristica che aveva materialmente organizzato gli attentati. Fu così che l’America andò in guerra in Afghanistan, per punire e rovesciare il regime dei talebani che aveva dato ospitalità e sostegno a Osama Bin Laden e ai suoi uomini.

Se davvero questo è stato «l’11 settembre d’Israele», Netanyahu dovrebbe colpire non solo Hamas, ma anche l’Iran che lo ha armato e guidato? Le prove del sostegno iraniano per adesso vengono maneggiate con cautela dal Governo Netanyahu e dall’Amministrazione Biden. Si capisce perché. Israele non è l’America, non sarebbe saggio impegnarsi in una guerra su troppi fronti dopo la terribile batosta subita. L’Iran non è l’Afghanistan, la sua potenza militare è assai superiore ed è vicinissimo ad avere armi nucleari, se non le ha già. Questo obbliga a porsi la domanda: che cosa vuole l’Iran? Quale calcolo strategico ha spinto il regime degli ayatollah a dare il suo sostegno e la sua regìa alla più feroce delle offensive di Hamas? Perché adesso?

Dopotutto, in tempi recenti da Teheran erano giunti segnali di tipo diverso. Con la mediazione diplomatica della Cina, il Governo iraniano aveva ristabilito relazioni diplomatiche con l’Arabia saudita, la rivale storica numero uno. Con il recente accordo per liberare ostaggi americani dalle carceri iraniane, in cambio dello scongelamento di 6 miliardi di dollari bloccati dalle sanzioni, Teheran aveva perfino segnalato un inizio di distensione con l’Amministrazione Biden. Alla luce di queste mosse era parso che la teocrazia sciita volesse uscire dal suo isolamento, per inaugurare rapporti più normali con i propri vicini e con l’Occidente. I tragici eventi di Gaza contraddicono quella lettura. O almeno costringono ad aggiungervi delle importanti correzioni.

Noi di solito ci occupiamo dell’Iran per denunciare gravi abusi contro i diritti umani, soprattutto contro le donne, perpetrati dal regime. Ma parlare di «isolamento» di Teheran è una nostra distorsione. L’Iran ha continuato a rafforzare le sue relazioni economiche, finanziarie e militari con Cina e Russia: in quel mondo, sempre più antagonista all’Occidente, non è isolato anzi è un membro rispettato e riverito. La Cina lo ha sponsorizzato come nuovo membro dei Brics in occasione dell’allargamento di quel club di Paesi emergenti. Non sono mai cessate le forniture di petrolio iraniano alla Cina, e i due Paesi fanno un uso crescente del renminbi in sostituzione del dollaro (che è proibito all’Iran con le sanzioni). È noto inoltre il ruolo dei droni iraniani negli attacchi russi contro l’Ucraina.

L’Iran, oltre a favorire i propri alleati, ha un interesse strategico proprio in questa vicenda. L’accordo che veniva dato imminente, per il riconoscimento diplomatico d’Israele da parte dell’Arabia saudita, va sabotato ad ogni costo perché può consolidare un asse israelo-sunnita, un cordone sanitario anti-Iran. Di più: quell’accordo stava maturando in una triangolazione con gli Stati Uniti, che avrebbero offerto come compenso al principe saudita Mohammed bin Salman (MbS) una protezione militare, e perfino una cooperazione in campo nucleare. Di recente MbS ha definito «inaccettabile» che l’Iran diventi una potenza nucleare. Poiché è chiaro che l’Iran sta per diventarlo, se non lo è già, Riad vuole pareggiare il conto. Ora lo spettacolo delle vittime civili tra i palestinesi quando l’esercito israeliano inizia l’occupazione di Gaza, renderà più difficile per MbS riconoscere lo Stato d’Israele. L’Iran per adesso è riuscito nei suoi piani.